|
Idrovia
Cenni storici e LEGGI che istituirono e finanziarono
l’Idrovia Padova – Venezia
CONSORZIO IDROVIA PD-MARE
• costituito il 15.9.1965 tra:
- Comune di Padova e di Venezia
- Amministrazione Prov. di Padova e di Venezia
•
riconoscimento personalità giuridica
D.P.R. 27.1.1966 n. 244
• conferma di Ente
pubblico
D.P.R. 6.1.1978 n. 643 legge 20.3.1975 n. 70
OPERE REALIZZATE
• Legge 92/1963 Lire
7,6 miliardi:
- Conca di Navigazione ing. Giuliano Gusso (ex
Romea)
- n. 13 ponti stradali traversa sul fiume Brenta
- n. 1 ponte ferroviario e scavo di Km 4,7 di
canale
dal 20.10.1968 al 27.5.1975
• Legge 237/1976 Lire
11 miliardi:
- Chiusa mobile in destra Brenta e scavo di Km 6
di canale
dal 29.11.1977 al 18.1.1982
• Legge 298/1980 e
Legge Regionale 8/1982 Lire 11,5 miliardi:
- n. 1 ponte sullo sbarramento sul fiume Brenta
- n. 1 chiusa mobile in sinistra Brenta (parziale)
- Sono stati inoltre acquistati: 383.500 mq di
aree e 15 fabbricati
dal 10.9.1983 al 31.7.1985
•
Scioglimento del Consorzio: con delibera
n. 4119 del 27.07.1985:
la Regione Veneto ha deciso di sciogliere il
Consorzio per l’Idrovia
Padova-Mare attribuendo ai propri uffici -
dipartimento lavori
pubblici - "la competenza per il completamento
dell’opera".
LAVORI REALIZZATI dalla REGIONE
• Sottopasso dell’area
portuale da parte del Canale Orsaro con botte
a sifone - L. 1,05 miliardi
dal 1989 al 1990
• Banchinaggio al porto
interno di Padova per 400 metri lineari -
L. 4,23 miliardi
dal 1992 al 1993
Le somme stanziate dallo Stato e dalla Regione
assommano pertanto
ad un totale di L. 35,38 miliardi.
LAVORI REALIZZATI dalla FERROVIE dello STATO
• In fregio al futuro
porto interno di Padova, un
terminal containers
con oltre 400 metri di banchinaggio per il
trasbordo dei containers
dai natanti ai carri ferroviari o stradali. Costo
5 miliardi.
STANZIAMENTO del F.I.O. NON UTILIZZATO
• Il F.I.O. -
Fondo Investimenti ed Occupazione
aveva stanziato L. 14,363 miliardi per la
realizzazione del porto
interno di Padova e per
lo scavo del canale nel tratto compreso tra
l’interporto ed il fiume Brenta.
La Regione Veneto non ha utilizzato tale
stanziamento ed analogamente
non sono stati impegnati gli importi previsti
dalla legge 380/90
- sistema idroviario padano-veneto - a favore
dell’Idrovia Padova-
Mare.
L’insieme delle opere sinora realizzate ammonta, a
costi attualizzati
calcolati nel 2000 ad oltre 200 miliardi e per il
completamento
dell’idrovia sarebbero necessari ora 60 milioni di
euro, (cioè circa 120 miliardi di vecchie lire).

INTERPORTO
nel 2005
Intermodalità - Magazzini -
Logistica – Packaging
L’Interporto di Padova, già oggi funzionante con le
modalità «strada»
e
«ferrovia»
attende il completamento dell’Idrovia
per sviluppare interamente
la propria potenzialità e, a differenza di tutti gli altri
Interporti italiani, sarebbe l’unico a disporre delle tre modalità.
Nel 2005
sono state movimentate: -
per Ferrovia: 2.600.000
tonnellate di merci
- per
Strada: 3.300.000 tonnellate
di merci - Numero:
310.000 UCIC (Unità Carico
Intermodale)
Ultima disposizione ufficiale del Governo
Italiano.
GAZZETTA UFFICIALE
DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Legge 27 Gennaio 2000 n.16
Ratifica ed esecuzione dell’accordo europeo sulle
grandi vie navigabili
di
IMPORTANZA
INTERNAZIONALE,
con annessi, fatto a Ginevra il 19 gennaio 1996.
LE PARTI CONTRAENTI,
•
CONSAPEVOLI della necessità di agevolare e sviluppare il trasporto
internazionale per via navigabile in Europa,
• SOTTOLINEANDO il ruolo rilevante del trasporto
per via navigabile il quale rispetto ad altre
modalità
di trasporto interno presenta vantaggi economici
ed ecologici,
•
CONVINTE della necessità,
(al fine di rendere più efficiente e vantaggioso il trasporto in
Europa per via navigabile), di
instaurare un quadro giuridico istituendo un piano coordinato di
sviluppo e costruzione di una rete di vie navigabili d’importanza
internazionale, sulla basedi
parametri convenuti per le infrastrutture e la gestione,HANNO
CONVENUTO quanto segue:
Articolo 1
DESIGNAZIONE della RETE
Le Parti contraenti adottano le disposizioni del
presente Accordo sotto forma di un piano coordinato per
lo sviluppo e la costruzione di una
rete di vie navigabili,
di seguito denominata «rete di vie navigabili
d’importanza internazionale»
oppure «rete di vie navigabili E» che esse
intendono
applicare nell’ambito dei loro programmi
appropriati.
NUMERO di VIA NAVIGABILE
assegnato all’Idrovia Padova-Venezia: E
91-03
I Tratti di vie navigabili E, che attualmente
non esistono,figurano in piani pertinenti di sviluppo delle
Infrastrutture,
Europee.
Articolo 3
La presente legge entra in vigore il giorno
successivo a quello della sua pubblicazione
nella
Gazzetta Ufficiale e
inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della
Repubblica italiana.
È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e
di farla osservare come legge dello Stato.
CIAMPI ,
Presidente della
Repubblica
D’A LEMA,
Presidente del
Consiglio dei Ministri
D INI,
Ministro degli
Affari Esteri
Visto,
il Guardasigilli:
DILIBERTO
LEGGE 27 gennaio 2000 n. 16.
 Il
progetto della Darsena prevista dall’Interporto all’inizio
dell’Idrovia Padova-Mare.
 Area
riservata per l’Idrovia
come si trova alla data del
13 settembre 2006.
Quale sarà il suo futuro ?
ATTENZIONE: IMPORTANTISSIMO
IL NUOVO RIVOLUZIONARIO DECRETO 152 - 2006
"Ogni cittadino può denunciare i responsabili di
Enti Pubblici che non provvedono alla incolumità delle proprie
persone e cose, per rischi indicati autorevolmente da competenti
(es. alluvioni, smottamenti, PM10, ecc…)
(In calce vedi fac-simole per la denuncia al
Prefetto)
Alcune novità dell’art. 309 del DLGS n° 152 del
3/4/06 - La legge e i suoi paradossi
dell’Avv. Ivone
Cacciavillani
Tra il tanto male che si può dire del recente
decreto sull’ambiente,c’è qualche punto di grande innovazione che
occorre meditare, incerti se positivo o negativo.
•
Grandissima novità è la partecipazione «della gente»alla gestione
del territorio e alla preservazione dell’ambiente in genere.
Della gente cioè, di tutti coloro, recita
l’articolo 309,«che sono o che potrebbero essere colpiti dal danno
ambientale o che vantino un interesse legittimante
alla partecipazione al procedimento relativo all’adozione delle
misure di precauzione, di prevenzione o di
ripristino di situazioni dannose o pericolose per l’ambiente».
Il pensiero corre al recente saggio del professor
D’Alpaos sui «rischi di inondazione della Provincia di Padova» ,
apparso sulla rivista
Padova e il suo territorio,
che, se non fosse ben nota la - in questo caso -
terribile competenza tecnica dell’autore, si potrebbe accusare di
allarmismo.
• A un lettore che allarmato chiedeva cosa fare,
la rivista in buona sostanza consigliava di pregare e sperare.
Ora non più; può certamente continuare a pregare
e a sperare,
ma può fare qualcos’altro, e di esplosivo:
il decreto prevede che possa presentare al prefetto per
l’inoltro al ministero
«denunce e osservazioni corredate da documenti e
informazioni concernenti qualsiasi caso di
minaccia di imminente danno ambientale», e
il ministro «valutata la richiesta,
informa senza dilazione dei provvedimenti assunti al riguardo».
A parte il fastidio che ci può essere nel far
intervenire gli enti locali, per sollecitare il Ministro competente,
resta
l’effetto potenzialmente travolgente della
segnalazionedenuncia.
Se sulla base del documento del prof. D’Alpaos,
qualcuno «segnala»
l’imminente pericolo descritto e poi per una
piena quell’argine veramente collassa
e avviene l’inondazione, c’è un
articoletto del Codice Penale sull’omissionedi provvedere
in tema di - «igiene e sanità»,
che porta:
• alla condanna penale il "pubblico ufficiale
omittente";
• e alla condanna penale può far seguito quella
civile per il "risarcimento del danno";
• e inoltre la condanna della Corte dei Conti (e
via elencando dei possibili guai) "per sottovalutazione della
segnalazione
tecnica oggi esistente".
Altre novità del decreto
Intendiamoci: non è che
prima il funzionario
competente si potesse disinteressare
delle segnalazioni, ma, se si fosse verificato
il danno,
poteva sempre rifugiarsi dietro al «non
la pensavo così grave».
Ora, dopo la segnalazione, non potrebbe più dirlo
e il mancato provvedere sarebbe
inevitabilmente "omissione delittuosa".
Come dire che, per il funzionario competente,
il decreto ha trasformato il
vecchio detto «uomo avvisato mezzo salvato»
in «mezzo condannato».
Ecco il dubbio
d’apertura: «bacchetta magica» che elimina ogni
minaccia ambientale o ingorgo cartaceo,
in cui basta
scrivere di fare …per
evitare responsabilità,
salvo che resti tempo di fare effettivamente qualcosa.
Avv. Ivone Cacciavillani
- Corriere Veneto - 11 giugno 06
Importante
La conseguenza pratica di questo articolo è stata
una lettera al Prefetto di Padova dr. P. Padoin, firmata dal nostro
Presidente M. Santi, (protocollo n° 16846/2006).In
questo modo tutti i Soci hanno il diritto, in caso di danni a cose o
persone per l’alluvione dei fiumi o per danni rilevabili
ai loro organi a causa delle polveri sottili, di
presentare istanza contro l’Amministrazione Pubblica inadempiente.
Chiunque volesse unirsi alla nostra iniziativa
e "salvaguardarsi"dai suddetti rischi,
può rivolgersi al Prefetto, compilando
il modello che segue,
spedendolo per Raccomandata
o consegnandolo a mano presso gli Uffici della
Prefettura.
Avrà il vantaggio di non dover produrre e allegare
i documenti tecnici che per legge noi abbiamo già fornito alla
Prefettura.
p. l’Associazione Salvaguardia Idraulica del
Territorio
Padovano e Veneziano Per. Ind. Mario Santi

I
RISCHI DI INONDAZIONE
NELLA PROVINCIA DI
PADOVA
LUIGI D’ALPAOS
Dipartimento di
Ingegneria Idraulica, Marittima, Ambientale e Geotecnica
I recenti casi di
esondazione ripropongono in termini drammatici
il problema della
difesa idraulica del territorio padovano.
Anche il completamento
dell’idrovia potrebbe servire alla causa.

Dipartimento di
Ingegneria Idraulica, Marittima, Ambientale e Geotecnica
I recenti casi di
esondazione ripropongono in termini drammatici
il problema della
difesa idraulica del territorio padovano.
Anche il completamento
dell’idrovia potrebbe servire alla causa.
I
RISCHI DI INONDAZIONE
NELLA PROVINCIA DI
PADOVA
Nei primi giorni dello scorso
Novembre piogge persistenti, ma non particolarmente gravi, hanno
causato l’allagamento di estese superfici, sia in città sia nel
territorio circostante. Tra le altre, sono state interessate dalle
acque alcune zone del Comune di Campodarsego, dove il Muson dei
Sassi è giunto quasi al limite della tracimazione, del Comune di
Montegrotto, per le difficoltà di scarico del Canale Rialto, e anche
quartieri cittadini, come Montà (Fig. 1), per l’incapacità della
rete dei canali consortili di fronteggiare le portate generate
dall’evento meteorico. Seri pericoli, poi, si sono corsi a Bovolenta,
in corri-spondenza della famosa “punta” posta alla confluenza del
Bacchiglione con il Canale Cagnola, a causa del parziale cedimento
di una struttura provvisionale, e nel Piovese, in Comune di Brugine,
per le difficoltà di scarico del Canale Altipiano.
Non si può dire sia stata una
novità. Da molti anni ormai episodi del tutto analoghi colpiscono
ora una parte, ora l’altra del Padovano, ripetendosi con una
frequenza divenuta preoccupante, causando disagi alla popolazione
residente e sempre danni consistenti. Non sono state d’altra parte
una novità nemmeno le immancabili prese di posizione dei giorni
successivi, con dichiarazioni scontate per essere da tempo ripetute,
le quali, con non molto spirito critico, si appellano a fatti nuovi
che sem-brerebbero colpire i nostri tempi, introducendo
giustificazioni non del tutto provate in termini scientifici o
quantomeno molto controverse nella loro impalpabilità. Si invocano,
infatti, i cambiamenti globali del clima del pianeta e i fenomeni di
tropicalizzazione che secondo alcuni investirebbero le nostre
latitudini. Se fosse vero, di fronte all’incontrollabile e a
fenomeni di così grande scala, sarebbero assolti da ogni
responsabilità coloro ai quali, in questi lunghi anni iniziati con
il primo dopoguerra, è stato demandato il controllo idraulico del
territorio, portandoci, con un processo che continua e sembra
inar-restabile, alla situazione attuale.
Forse le cose stanno diversamente.
È indubbio che viviamo in un territorio naturalmente esposto al
pericolo delle alluvioni da parte sia dei due grandi fiumi Brenta e
Bacchiglione che lo percorrono, sia della cosiddetta rete idraulica
minore formata dai canali della bonifica, che, per cause molto
diverse da quelle dei corsi d’acqua principali, ha visto crescere in
modo considerevole le portate da fronteggiare. Quest’ultimo fenomeno
fu con chiarezza evidenziato da Augusto Ghetti in un suo studio del
1985(1)
e riconfermato, in modo documentato e stringente, dai
contributi di molti studiosi ad un incontro scienti-fico promosso
nel 1991 dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di
Venezia, dedicato proprio all’analisi delle gravi conseguenze
idrauliche che una insipiente politica territoriale stava
determinando nella nostra Regione(2).
È quindi singolare che molti scoprano solo oggi quelle cause che in
allora erano già state evidenziate, senza peraltro determinare gli
auspicati significativi cambiamenti di rotta nel governo del
territorio ed in par-ticolare nell’uso del suolo.
Eppure per tutto il Padovano un
segnale preoccupante, e un avvertimento che non doveva rimanere
ignorato, si ebbe in occasione della famosa, ormai lontana, piena
del 4-5 novembre 1966, quando il Brenta fu fatto esondare a Limena
(Fig. 2) e il fiume, rigurgitando il Piovego, minacciò di sormontare
l’argine sinistro di quest’ultimo canale e di allagare la Zona
Industriale (Fig. 3), che venne sottratta all’inondazione solo
grazie all’apertura, all’altezza di Villa Gemma, di una breccia
sull’argine destro.
La città fu salva dalle acque
anche per un’altra fortunata circostanza, che vide l’Astico rompere
a monte della sua confluenza con il Tesina, riducendo
apprezzabilmente (di circa 200 m3/s)
le portate al colmo del Bacchiglione in attraversamento a Padova ed
evitando allagamenti che sarebbero stati catastrofici nelle loro
conse-guenze. Quella del 1966 fu sicuramente una piena eccezionale,
essendo stata la massima mai registrata dal si-stema Brenta-Bacchiglione, alla quale si attribuisce un tempo di ritorno
all’incirca centenario: eccezionale, dunque, ma non irripetibile. Se
essa dovesse verificarsi oggi, si correrebbero rischi molto più
gravi, essendo nel frattempo considerevolmente cresciuti il valore
dei beni da difendere e l’importanza delle infrastrutture esposte al
pericolo di danneggiamento.
Può pertanto non essere superfluo
richiamare nuovamente l’attenzione sulle cause che sono alla base
dei problemi idraulici attuali nel Padovano, portando qualche
ulteriore contributo conoscitivo ed indicando alcune possibili
soluzioni, nella speranza che finalmente si guardi alle questioni
della sicurezza idraulica con mag-giore sensibilità di quanto non
sia avvenuto in questi anni. Nell’attuale contesto territoriale, il
perseguire una più incisiva politica nella difesa dalle acque è da
considerare obiettivo prioritario e non più differibile, che
richiede l’adozione di piani rigorosi per il rispetto e la tutela in
senso lato dei sistemi idraulici. La rete idrografica non può più
essere trattata come un sistema indifferente rispetto alle azioni
della pianificazione territoriale, che dovrebbe a sua volta essere
ispirata a criteri profondamente diversi da quelli finora
considerati. Si dovrebbero porre limiti precisi all’espansione delle
aree urbanizzate e all’ubicazione delle
grandi strutture viarie, che sono peraltro necessarie allo sviluppo
dell’economia, essendo importante garantire rapidità ed efficienza
nei collegamenti. Se è nella sensibilità di molti il ruolo negativo
esercitato sul deflusso delle acque dalle irrazionali modalità di
sviluppo con cui è proceduta in questi anni l’urbanizzazione,
sfuggono ai più gli effetti negativi di altri interventi. Tra
questi, quelli dovuti al mutamento nella direzione dei deflussi
determinato, a volte, dalla presenza dei rilevati stradali o
ferroviari, che attraversano il territorio secondo tracciati
sicuramente validi per gli
aspetti trasportistici, ma criticabili dal punto di vista idraulico,
in quanto non rispettosi della sua realtà idrografica.
Le cause dei sempre più
numerosi fenomeni di allagamento ai quali sono esposte molte zone
del Padovano sono molteplici e spesso tra loro interagenti. Per
semplicità di ragionamento, senza peraltro togliere validità
complessiva all’analisi, conviene distinguere tra le questioni più
direttamente collegabili all’incapacità della rete idraulica minore
di contenere le portate addotte e i problemi determinati
dall’insufficienza degli alvei dei grandi fiumi rispetto alle
portate massime che li possono interessare. Mentre i problemi della
rete idraulica minore sono riconducibili a trasformazioni
territoriali relativamente recenti, quelli della rete principale,
nel caso specifico del Brenta e del Bacchiglione e di alcuni loro
affluenti, risalgono ad anni molto lontani, essendo stati
determinati da scelte e da interventi, non sempre felici dal punto
di vista della difesa dalle piene, operati in epoca storica.
Guardando ai grandi fiumi
e ai potenziali pericoli che essi comportano per il Padovano, è
importante eviden-ziare che le piene che li percorrono si formano
nella loro quasi totalità nei rispettivi bacini montani, prima di
essere introdotte nei corsi di pianura, dove scorrono contenute
entro arginature sempre più potenti a misura che ci si avvicina al
mare. È quello del Brenta-Bacchiglione un sistema complesso per gli
aspetti idraulici, nel quale l’opera dell’uomo ha comportato
radicali modificazioni, nel tentativo di porre rimedio con azioni
contingenti ai problemi che di volta in volta si presentavano. Basti
pensare al Brenta, la cui foce fu spostata dai Veneziani da Fusina
a Brondolo per fronteggiare gli intensi fenomeni di interrimento cui
era soggetta una parte del bacino lagunare. Tali fenomeni, come è
noto, sul finire del Quattrocento minacciavano seriamente gli
specchi d’acqua adiacenti alla stessa Venezia. Il provvedimento
adottato fu drastico e salvò la laguna dagli interrimenti, ma diede
contemporaneamente avvio a seri problemi per il contenimento delle
piene nel Padovano, poiché il corso del fiume a valle di Padova fu
allungato di circa 30 km. La diversione del Brenta dalla laguna,
della quale oggi sperimentiamo taluni aspetti non positivi, sollevò
anche allora molti contrasti e vide schierati su fronti opposti due
grandi antichi cultori dell’idraulica: Cristoforo Sabbadino, fautore
del provvedimento, ed Alvise Cornaro, suo strenuo oppositore. Solo
apparentemente, tuttavia, la contrapposizione tra il Sabbadino ed il
Cornaro fu di tipo tecnico. In realtà essa nascondeva una fortissima
divisione politica tra due diversi modi di concepire il destino
della Serenissima. Il Sabbadino era infatti portatore degli
interessi economici dei commercianti e dei naviganti, che
immaginavano per Venezia un destino fortemente proiettato verso il
mare; il Cornaro era invece un acceso difensore degli interessi
degli agrari, che vedevano nella “santa bonificazione” e
nell’acquisizione di nuove terre da coltivare il futuro della
Repubblica.
Ad alcune delle
conseguenze negative per Padova e per il suo territorio dovute alla
diversione del Brenta si tentò di porre rimedio alcuni secoli dopo,
sotto il governo austriaco, con il famoso Piano
Fossombroni-Paleocapa presentato nel 1835. Il Piano, i cui
interventi sono dettagliatamente illustrati nella famosa Memoria
Idraulica del Paleocapa(3),
comportò tra l’altro la realizzazione della nuova inalveazione del
Brenta a valle di Stra (la cosiddetta “Cunetta”, incominciata
molti anni prima, nel 1817, secondo le indicazioni del Piano Artico,
ma ultimata solamente nel 1858) e l’iniziale reintroduzione del
fiume nella laguna di Venezia di fronte a Chioggia, prima di
arrivare sul finire dell’Ottocento (1896), dopo che l’esito negativo
per il bacino lagunare di quel provvedimento si era manifestato in
tutta la sua gravità, al definitivo ristabilimento della foce a
Brondolo, come attualmente avviene. Sempre al Piano
Fossombroni-Paleocapa, mantenendone le direttive migliori ma
informandole ad una più realistica valutazione delle portate
massime(4),
è riconducibile il progetto Gasparini del 1922(5),
cui si deve l’attuale sistemazione del Bacchiglione in
attraversamento a Padova. Rispetto alla situazione antecedente la
stesura del Piano Fossombroni-Paleocapa, l’attuale struttura della
rete idrografica del Bacchiglione (Fig. 4) si differenzia
soprattutto per la presenza di alcuni elementi cruciali per la
difesa dalle piene

1.
7 Novembre 2005 - Allagamenti in Comune di Padova zona
Montà (Foto tratta da un DVD di Telenordest).

2.
Piena 4-5 Novembre 1966.
Allagamenti nel centro di Limena prodotti dal Brenta (Foto Iarrera
tratta dall’archivio personale).
I R I S C H I DI I N O N D A Z I O N E
N E L L A P R O V I N C I A D I P A D O V A
/s
secondo le stime di Gasparini, poco meno di 200 m/s sulla base di
più recenti ed attendibili valutazioni). della città, quali il
Canale Scaricatore di collegamento tra il Bassanello e Cà Nordio,
con all’incile i sostegni di controllo delle portate da avviare
lungo il Canale di Bat-taglia ed il Tronco Maestro, il sostegno
regolatore di Voltabarozzo sullo Scaricatore stesso, posto a
presidio del nodo idraulico omonimo con la funzione di ripartire
le portate in arrivo tra il Roncajette ed il Piovego, e il Canale
di S. Gregorio, di collegamento tra Voltabarozzo e il Piovego e
quindi il Brenta. Questi canali, attraverso la gestione
controllata delle loro strutture di regolazione, dovevano
permettere di difendere Padova e il suo circondario dalle piene
del Bacchiglione, rendendo tra l’altro possibile convogliare al
Brenta una frazione consistente delle portate al colmo del
Bacchiglione stesso (fino a 250-300 m33
In realtà la piena del novembre
1966 ha evidenziato quanto sia precario lo stato della sicurezza
idraulica della città rispetto ai possibili eventi di piena, che
nei casi e-stremi tendono a colpire contemporaneamente entrambi i
suoi fiumi, togliendo tra l’altro qualsiasi possibilità di
regolazione al nodo idraulico di Voltabarozzo.
Qualche considerazione sulla piena
del 1966, che per la sua gravità costituisce un significativo
termine di paragone, può dare la misura dei problemi idraulici
attuali. Si stima che in occasione di quell’evento straordinario,
il Brenta a Limena abbia raggiunto portate al colmo di 2200-2400 m3/s,
mentre a valle di Padova l’alveo del fiume non può contenere senza
esondare più di 1500-1600 m3/s.
Egualmente grave è stata la condizione del Bacchiglione, la cui
portata massima a Montegaldella, a valle della confluenza con il
Tesina, e quindi della già ricordata rotta dell’Astico, fu
stimata di 600-650 m3/s,
a sua volta superiore alla portata di 500 m3/s
circa che il fiume, superata Voltabarozzo, può far defluire senza
determinare sormonti arginali.
Risolti i problemi storici di
allagamento nel Cittadel-lese, per il rilevante approfondimento
subito dall’alveo del Brenta anche a seguito di una incontrollata
attività estrattiva protrattasi per molti anni, con portate di
piena di questo ordine permangono concreti pericoli di
inondazione per la città di Padova, per il Piovese e più a valle
ancora. Né meno esposti a tali pericoli risultano, a causa del Bacchiglione, il circondario di Casalserugo e il
centro di
Bovolenta, dove il fiume si unisce al Canale Cagnola per dar vita
al Canale di Pontelongo.
Emerge in tutta evidenza, inoltre,
l’impossibilità di gestire in modo attivo, come ipotizzato nel
progetto Gasparini, le piene del Bacchiglione a Voltabarozzo,
deviando verso il Brenta una frazione cospicua delle sue portate
al colmo, attraverso il Canale di S. Gregorio, prima, e il Piovego,
poi. La manovra, se attuata, potrebbe essere infatti fatale per il
Brenta, che in casi di piena grave non è nemmeno in grado di far
defluire le portate proprie.
Non può essere sottovalutata,
infine, la possibilità che, indipendentemente dalle manovre
attuate a Voltabarozzo, il rigurgito prodotto da quote
idrometriche elevate del Brenta allo sbocco del Piovego a Stra,
determini la tracimazione delle arginature del canale. Pericolo
quest’ultimo di origine antica, già evidenziato dal Paleocapa
nella sua Memoria idraulica, ma rimasto non risolto. Il
rincollo del Piovego ad opera del Brenta ed il possibile sormonto
degli argini del canale comportano oggi seri pericoli di
allagamento per la Zona Industriale di Padova e per estese
superfici urbanizzate a nord del canale stesso,verso Noventa,Mortise
e il popoloso quartiere dell’Arcella.

3. Piena
del 4-5 Novembre 1966. Zona industriale di Padova. Allagamenti in
aree adiacenti al Piovego (Foto tratta da docu-mentazione della
Z.I.P.).
LE INFRASTRUTTURE
Percorrendo i 27 chilometri e mezzo di tracciato previsto per
l’idrovia Padova – Venezia, di strutture già realizzate e
in gran parte lasciate marcire se ne incontrano tante. Qualcuna,
invece, non ha mai visto la luce.
Il punto di partenza della nuova via d’acqua doveva essere
l’interporto di Padova. Un interporto situato nella zona sud
est della città e che oggi funziona a pieno regime: circa 1200
aziende e più di 25 mila addetti lavorano in un’area
che si estende per 11 milioni di metri quadri. Quattro
chilometri di ferrovia collegano il complesso agli assi
Trieste – Venezia – Verona – Milano – Torino e Padova – Bologna –
Roma. Nel 2001 più di seimila treni hanno collegato
l’interporto con i principali porti italiani e del Nord Europa.
Grazie alla sua attività l’interporto di Padova è diventato il
primo interporto a livello nazionale con quasi 300 mila TEU
di merci transitate. Del porto sull’idrovia che doveva far
parte di questa enorme struttura non c’è traccia. La via acquatica
Padova – Venezia infatti si ferma qualche metro prima a ridosso
della zona industriale patavina.
Percorrendo il tracciato previsto dal progetto nella provincia di
Padova si incontrano quattro ponti stradali che superano
l’idrovia: il primo è nella zona industriale, a ridosso
dell’interporto, il più grande invece fa transitare sopra
all’acqua i camion e le macchine sull’autostrada A13 Bologna –
Padova.
Proprio al confine tra le due province venete, sulla strada
provinciale 20 in località Vignovo, c’è la più grande
struttura del complesso idroviario: la chiusa mobile a destra
del Brenta che, una targa in cemento armato davanti al
manufatto, fa risalire al 1981. Subito dopo questa chiusa
l’idrovia termina il suo tracciato schiantandosi contro l’argine
del fiume Brenta, che ne taglia perpendicolarmente il percorso.
Proprio da un argine all’altro di questo fiume, qualche decina di
metri più a sud dell’idrovia, c’è un ponte di attraversamento
praticamente finito.
Nell’area in cui l’idrovia non è stato scavata, cioè tra il Brenta
il Taglio Nuovissimo, canale verso la laguna veneziana che scorre
accanto alla statale Romea, ci sono nove ponti stradali e un
ponte ferroviario sulla linea Mestre – Adria perfettamente
funzionanti. Svettano su campi coltivati perché di acqua lì sotto
non se ne vede l’ombra. Questi i ponti già costruiti che hanno
ridisegnato tutta la viabilità della zona:
sulla provinciale 17 Prezzolo – Vigonovo
sulla provinciale 20 Stra – Vigonovo
sulla comunale da Galta a Fossò
sulla provinciale 12 Casello 9 – Piove di Sacco
sulla provinciale 19 Dolo – Camponogara
sulla provinciale 13 Antico alveo del Brenta
sulla comunale Sambruson – Lughetto
sulla linea ferroviaria Mestre – Adria
sulla comunale di Piazza Vecchia
sulla statale 309 Romea
L’idrovia ricomincia il suo
percorso apparendo all’improvviso dall’argine sinistro del
Taglio Nuovissimo, canale scavato dal naviglio Brenta e
che corre parallelo alla Romea fino a Chioggia. Dopo alcuni
chilometri d’acqua si scorge un’altra grande infrastruttura:
la conca Romea. In questo punto il letto del
canale artificiale si allarga e una chiusa mobile, formata da tre
coppie di paratie, avrebbe dovuto regolare il dislivello
dell’acqua prima dell’ultimo tratto. Anche questa chiusa è finita
e lasciata marcire alle intemperie.
L’idrovia infine durante il
suo percorso incontra anche: banchine in prossimità di quello che
doveva essere il porto di Padova, un binario per l’elevatore dei
containers, una botte a sifone che sottopassa il porto e una sullo
scolo Galta, opere murarie di vario tipo sul Brenta.
Intanto si trasforma anche la
tangenziale di Mestre. Per dare un minimo respiro alla viabilità e
mettendo mano a
24 milioni di euro,
nell’aprile 2003 viene aperta la
terza corsia della tangenziale
in direzione Padova e a giugno dello stesso anno anche quella in
direzione Trieste. A farne le spese è la corsia d’emergenza che
sparisce nonostante le proteste di polizia, Suem, vigili del fuoco
e stradale. Troppo pericolosa, secondo loro, questa viabilità che
non consente soccorsi rapidi.
COSTI
DELL’IDROVIA
|
Anno |
Lire di allora |
Indice |
Spesi da |
Rivalutazione in lire |
|
1963 |
7.600.000.000 |
18,1674 |
6.600 Stato |
138.072.240.000 |
|
1.000 Enti locali |
|
1976 |
11.000.000.000 |
7,2340 |
Stato |
79.574.000.000 |
|
1982 |
18.000.000.000 |
2,8132 |
|
50.637.600.000 |
|
6.000 Stato |
|
12.000 Regione |
|
1989 |
14.363.000.000 |
|
Cipe |
|
|
|
210.000.000 |
|
Regione |
|
|
totale |
14.573.000.000 |
1,6403 |
|
23.904.091.900 |
|
|
|
|
|
|
|
1992 |
5.000.000.000 |
1,3783 |
Ferrovie dello Stato |
6.891.500.000 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
TOTALE |
299.079.431.900 |
Soldi, quelli dell’idrovia, che di
sicuro
potevano essere investiti in modo più produttivo),
soprattutto se si pensa che in buona parte sono stati finanziati
dagli enti locali.
COSA RIMANE
Oggi l’idrovia tra Padova e Venezia è costruita per poco più della
metà. Dei 27 chilometri dell’ipotetico tracciato ne sono stati
realizzati circa 17: tredici chilometri partono
dall’interporto padovano nella zona industriale e si fermano a
ridosso del fiume Brenta, nella zona di Vigonovo. Altri quattro e
mezzo si spingono dalla laguna fino a Piazza Vecchia dove
l’idrovia all’improvviso scompare. Nel mezzo campi sconfinati di
pannocchie.
Tutte le infrastrutture e i manufatti costruiti per il
funzionamento del fiume artificiale e per risolvere i problemi di
viabilità stanno andando in pezzi, vittime di ruggine e
intemperie. Ne è un esempio la chiusa che si trova sopra alla
conca scavata poco prima che l’idrovia incroci la statale Romea.
Nata fisicamente a partire dal 1968, in 36 anni l’idrovia Padova –
Venezia è stata costruita al ritmo di poco meno di 470 metri
all’anno: la lunghezza, tanto per capire, di mezza Piazza San
Marco a Venezia.
Se
si ragiona per paradosso, seguendo lo stesso andamento, cioè
procedendo a poco meno di un metro e trenta al giorno, per
costruire il nuovo Passante di Mestre da Mira a Quarto d’Altino
(lungo poco più di 32 chilometri) potrebbero volerci quasi 70
anni). Inserendolo invece come opera urgente nella Legge
Obiettivo, il Governo ha promesso che i lavori dureranno 4 anni e
il Passante sarà transitabile nel gennaio 2008.
MERCI SULL’ACQUA
L’idea di un canale navigabile su
cui possano transitare le merci dalla laguna veneta, cioè dal Mare
Adriatico, all’entroterra padano, nasce intorno agli anni
Sessanta. Una grande occasione di crescita non solo per le due
città ma anche per lo
sviluppo dell’intera regione,
destinata a diventare una locomotiva economica del Paese.
Per Padova l’idrovia è
un’occasione per avere garantito uno sbocco sul mare. Per Venezia
il primo punto d’approdo verso i traffici del Nord Europa. Secondo
le Camere di commercio locali, che diedero la prima spinta al
progetto, su quest’autostrada d’acqua dovevano transitare
cereali, tabacco, carbone,
ma soprattutto
materie plastiche, prodotti
petroliferi e chimici provenienti dagli impianti
di Porto Marghera. Una sorta di esperimento che poi si sarebbe
dovuto allargare a tutta la pianura padana.
L’intuizione, se fosse stata
realizzata, avrebbe di gran lunga anticipato tutti gli altri paesi
europei.
Un’occasione persa
dunque perché mentre l’Italia resta indietro e l’idrovia Padova –
Venezia fatica a essere costruita, il trasporto fluviale si
diffonde soprattutto nel centro Europa. Tra gli anni Settanta e
Ottanta, infatti, le merci navigano sulle chiatte attraverso fiumi
e canali creati dall’uomo nei Paesi Bassi, per lo sbocco sul Mare
del Nord, in Germania con il bacino della Ruhr e in Francia per la
vicinanza alle rotte atlantiche. In questi paesi le idrovie
continuano ancora a essere una risorsa
LE PROSPETTIVE
L’idrovia
allo stato attuale
non
è funzionale.
Nei giorni estivi serve come
spiaggia per bagnanti
con pochi soldi in tasca e ricovero in
cavane di fortuna
per piccole imbarcazioni private. Nella parte veneziana lungo
l’argine sono spuntati veri e propri moli. Di notte invece le
frasche lungo l’argine creano un
luogo fin troppo appartato per la
prostituzione.
Il canale è stato progettato per
chiatte fluviali di dimensioni di 80 x 9,5 x 2,5 metri con una
capacità massima di 60 TEU (circa 1320 tonnellate). Secondo uno
studio del professor Lanfranco Senn, docente alla Bocconi,
commissionato dall’interporto di Padova e presentato in apertura
di Tramag (Salone internazionale movimentazione. Logistica,
trasporti, multimodalità) a Padova il 25 settembre 2002, per
completare l’idrovia così com’è sarebbero necessari
70 milioni di euro.
Nella storia contrastata di questo
canale artificiale però a un certo punto ci si mette di mezzo pure
l’Unione Europea che sui trasporti delle merci sta attuando da
anni una politica innovativa. Per essere adeguata agli standard
continentali dunque, l’idrovia dovrebbe essere ingrandita e
cambiare di classe passando
dalla quarta alla quinta. Le chiatte fluvio –
marittime dovrebbero essere molto più grandi (114 x 13 x 3,5) con
una capacità massima di 225 TEU (circa 4950 tonnellate). Una
portata quasi quattro volte più grande che comporterebbe ulteriori
scavi e allargamento degli argini.
Sempre secondo lo studio del
professor Senn l’adeguamento costerebbe il doppio, circa 143
milioni di euro, ma
potrebbe essere completato
in un tempo breve,
più
o meno cinque anni.
Forse proprio per una questione di costi qualcuno già pensa a un
uso alternativo
COSA DICE L’EUROPA
L’Unione Europea
fin dal 1975 ha
messo tra le sue priorità la riduzione del trasporto su gomma a
favore di quello combinato che associa le merci su strada alla
ferrovia e alle navigazioni interna e marittima.
L’obiettivo: una maggiore tutela
dell’ambiente.
Un primo passo in questa direzione
era il
PACT (Pilot
Action for Combined Transport) attivo
tra il 1997 e il 2001
che mirava ad aumentare il trasporto combinato anche grazie a
incentivi economici ai privati.
Il
12 settembre 2001
la Commissione europea ha presentato un
Libro bianco sul trasporto che
accoglie le proposte del Parlamento. Lo sviluppo europeo del
settore passa attraverso 60 provvedimenti per riequilibrare il
mondo dei trasporti, rendendolo moderno e sostenibile fino al
2010. I valori di partenza infatti sono preoccupanti: entro il
primo decennio il trasporto di merci su gomma
aumenterà di circa il 50%
all’interno dell’Unione, mentre entro una ventina d’anni
addirittura raddoppierà oltrefrontiera.
Il Libro bianco sostituisce il
vecchio programma PACT con il nuovo programma
Marco Polo per destinare
contributi finanziari che migliorino le prestazioni ambientali dei
trasporti merci. Il programma rispetto al precedente ha obiettivi
quantificati: entro il 2010 l’Unione Europea vuole spostare la
crescita del traffico internazionale dalla strada (prevista in 12
miliardi di ton/km all’anno). Il
bando per ottenere questi fondi
europei è disponibile dall’ottobre 2003 sul sito dell’Unione.
CEMENTO CHE RIDE E DENARO CHE PIANGE
L'inutile
e pericolosa
chiusa di Vigonovo è a ridosso della trafficata
strada provinciale
20. Nessuno protesta per lo spreco. Forse,
passando,
nessuno la vede!

Un bel
lucchetto (prima foto) vieta l'accesso alla chiusa
di Vigonovo ai non addetti. Almeno così non si rischia di farsi
male.

Alla chiusa di Vigonovo avevano fatto i lavori per bene. Non manca
proprio nulla. Con queste scalette
si scende
direttamente
al livello
dell'acqua. Scale utili se la chiusa funzionasse.
Ma non sono
recintate né indicate da segnali luminosi. Per
qualche curioso notturno è facile caderci dentro

Tiranti, cavi metallici, impianti elettrici, carrelli elevatori.
Nella chiusa c'è proprio
tutto.
Anche gli
interruttori on / off funzionanti. Peccato non
siano collegati
a nulla

Proprio come tutto il complesso della chiusa, anche la
palazzina
che contiene
le centraline
elettriche è chiusa a doppia mandata. I
vetri
però sono stati
distrutti.
Il pericolo è a portata di mano

Più piccola della chiusa di Vigonovo, a una ventina di chilometri è
stata costruita un'altra chiusa, per regolare la conca Romea.
Accessibile e abbandonata

Una bella
conca per regolare i livelli dell'acqua, prima che
l'idrovia sbocchi
nella laguna veneta.
Le paratie mezze chiuse
saranno mai entrate
in azione?

Con queste scale si
accede tranquillamente ai
piani alti
della chiusa Romea. Il cemento ormai
cade a pezzi.
Le ringhiere, dove ci sono, sono tutte
arrugginite.
La colpa? Di vento, pioggia e neve, è ovvio. Mica della scarsa
manutenzione

L'idrovia comincia nella zona industriale di Padova
Nella
mappa è il canale azzurro a sud dell'A4 che incrocia il fiume
Brenta a Vigonovo
Dalla
cartina si vede chiaramente che l'idrovia sparisce per poi
comparire a Piazza Vecchia
Attraverso il canale Dogaletto va a sfociare in laguna.
PAROLE DA SAPERE……
Alaggio
Operazione di rimorchio di imbarcazioni lungo i corsi d’acqua o i
laghi trainandole da riva
Alveo
Incavo del terreno in cui scorre il corso d’acqua
Area
idrografica
Territorio spesso interregionale che comprende bacini idrografici
diversi, ma accomunati da fattori fisici, morfologici, idraulici e
storici. L’area idrografica veneta comprende otto bacini
idrografici (Isonzo, Tagliamento, Lemene, Livenza, Piave, Brenta –
Bacchiglione, Adige – Garda, Canal Bianco – Po di Levante)
Bacino
idrografico
Territorio dai confini ben definiti chiamati spartiacque, ad
altimetria varia, in cui l’acqua piovana confluisce nella fascia
più depressa attraverso una rete idraulica, fino al collettore di
valle – il fiume – che dà il nome all’intero bacino
Botte
a sifone
Manufatto idraulico che consente a un canale o a un corso d’acqua
di sottopassare l’alveo di un altro fiume o canale senza che le
rispettive acque entrino in contatto. I due serbatoi d’acqua,
collocati a livello inferiore, sono collegati da un condotto a
forma di U rovesciata, il sifone
Cabotaggio
Navigazione di navi mercantili e di natanti da diporto lungo le
coste marine o comunque entro precisi limiti territoriali. Questo
tipo di traffico è regolato dall’art. 224 del Codice di
Navigazione che specifica che il cabotaggio tra i porti italiani è
concesso solo alle navi nazionali
Chiatta fluviale
Imbarcazione per il trasporto delle merci via fiume. Una chiatta
fluviale ha dimensioni massime di ……. e una capacità massima di
……, cioè di circa ….. tonnellate (pari a ….. camion)
Chiusa
mobile
Sbarramento artificiale di un corso d’acqua costituito da un
insieme di opere stabili munite di saracinesche metalliche. La
chiusa è utilizzata per rendere navigabili fiumi o canali con
notevole dislivello
Conca
di navigazione
Bacino in muratura costruito per il superamento dei dislivelli
lungo il corso di fiumi o di canali navigabili. Deve essere
sufficientemente ampia per contenere i natanti e per portarli al
livello d’acqua desiderato
Container
Grande cassone metallico di dimensioni standard per il trasporto
di merci. Può essere trasportato indifferentemente da mezzi
navali, ferroviari, aerei o stradali. La misura di base è di 20
piedi (un piede = 30,48 cm): il container è lungo 5,89 metri,
largo 2,33 metri e alto 2,38 metri. La sua capacità è di 33,18
metri cubi e il peso massimo che può contenere, compresa la tara,
è di 21,7 chili.
LE
MISURE DEI CONTAINER
|
Standard 20 Piedi |
Standard 40 Piedi |
|
Lunghezza interna |
19'4'' |
5,89 m |
Lunghezza interna |
39'5'' |
12,01 m |
|
Larghezza interna |
7'8'' |
2,33 m |
Larghezza interna |
7'8'' |
2,33 m |
|
Altezza interna |
7'10'' |
2,38 m |
Altezza interna |
7'10'' |
2,38 m |
|
Larghezza porta |
7'8'' |
2,33 m |
Larghezza porta |
7'8'' |
2,33 m |
|
Altezza porta |
7'6'' |
2,28 m |
Altezza porta |
7'6'' |
2,28 m |
|
Capacità |
1,172 ftq |
33,18 m3 |
Capacità |
2,390 ftq |
67,67 m3 |
|
Peso
tara |
4.916 lb |
2.229 kg |
Peso tara |
8.160 lb |
3.701 kg |
|
Peso
massimo |
47.999 lb |
21.727 kg |
Peso massimo |
59.040 lb |
26.780 kg |
Manufatto
Opera di modeste dimensioni che può essere costruita dall’uomo
senza particolari attrezzature. Esempi: costruzioni stradali,
ferroviarie, ponti e sottopassaggi
Pallettizzare
Metodo per imballare la merce che deve essere trasportata.
Consiste nel sistemare la merce su un bancale di legno,
avvolgendola poi nel cellophane per tenerla insieme – occupando il
minor spazio possibile – e per proteggerla dagli urti
Pescaggio
Quantità di acqua che c’è tra il fondo della nave e quello del
canale
Scolo
Canale che raccoglie e convoglia le acque di scarico o di reflusso
Taglio
Il fiume viene tagliato su uno degli argini per permettere e
facilitare il deflusso di una piena
Tariffe
TIOS
Tariffe Free In/Out Stowed: tariffe calcolate escludendo i costi
delle operazioni di carico e scarico dei containers
TEU
Misura di base per il trasporto delle merci. Un TEU è una cella
per un container di 20 piedi

















L´Europa premia i porti del
Nord,alla Liguria soltanto le briciole.
3 febbr. 09
La Repubblica
– ed.Genova
Nuovi
scali, infrastrutture potenziate. E il Mediterraneo si ferma. Il
modello di Brema, sostenuto dal governo centrale ma anche libero
di investire nelle infrastrutture.
E´ una questione di
comprensione e condivisione del problema. La crisi del porto di
Genova passa attraverso una moltitudine di guai, di problemi
finanziari, di sottovalutazione, forse, di programmazioni
complesse e probabilmente poco condivise, di norme economiche e di
accordi anche politici che ne hanno conclamato una condizione di
difficoltà. E la recessione sta facendo il resto, ammalandone le
banchine. Ma mentre nel più grande scalo d´Italia si tratta su
come salvaguardare le necessità del patrimonio umano, aspetto
socialmente plaudibile, altrove si cerca di essere pronti,
finanziariamente ed economicamente, al dopo recessione. Da vivi e
tutti insieme. Lavoratori ed aziende. Ci si organizza su come
essere “organizzati a ripartire” quando la crisi volgerà al
termine. La risposta sta tutta nell´investire a fondo su quella
che “potrebbe” essere la ripartenza. Un condizionale che vale
il futuro di decine di migliaia di persone. Si legge su “Sì -
Rete Autostrade Mediterranee”, struttura operativa del ministero
delle Infrastrutture e dei Trasporti del nostro paese, che il
governo tedesco ha avviato un piano di emergenza per 255 milioni
di euro per rafforzare le strutture dei propri porti, in
particolare per rendere più solidi i trasporti ferroviari dagli
scali di Amburgo e Brema verso il Sud, rendendo operativi i
collegamenti ferroviari (60 milioni di euro) con i porti del
Belgio e dell´Olanda. Decisioni maturate tra dicembre 2008 e
gennaio 2009. Per rafforzare un movimento merci che già passa per
oltre il 50% sui binari. E gli investimenti vanno ad inserirsi su
strutture, come quella di Brema e Bremerhaven, che hanno appena
dichiarato che il 2008 si è chiuso con un traffico record di 75,5
milioni di tonnellate, in aumento del 9% rispetto all´anno
precedente.
Ma se per il 2009 le autorità
tedesche non fanno previsioni, come conferma la rivista “Ship to
shore” citando fonti ufficiali, per certo non si fanno mancare
gli strumenti finanziari per tenere assolutamente in ordine, ed
anzi ampliandole, le proprie capacità operative. E non solo.
La Germania
, sempre nell´ambito di rafforzare la propria capacità portuale,
ha accompagnato a Bruxelles - ottenendone l´approvazione - un
piano finanziario per la costruzione di un porto nuovo di zecca a
Wilhelmshaven. Con fondi pubblici. Anche qui, nel creare un intero
scalo, si guarderà innanzitutto nella capacità di spostamento
delle merci. Un incremento che passerà innanzitutto dall´impiego
di manodopera edile per innalzare le strutture e poi per una
aggiunta, in termini di occupazione, agli oltre 90mila lavoratori
portuali della Città-Stato di Brema, che rappresentano oltre un
quarto dell´occupazione fissa totale del comprensorio.
L´investimento nella
logistica, nella ricerca e nello sviluppo è da sempre una
costante nelle economie del nord Europa rispetto a noi.
Soprattutto nei momenti di grande crisi. Se, ad esempio, torniamo
al post 11 settembre, al 2001, vedremo che i tedeschi avevano le
idee chiare. Mentre il nostro Paese nel pro quota di investimenti
anticrisi destinati dall´Europa (6,9 miliardi di euro
complessivi) ai propri stati membri richiedeva ed otteneva, fra
gli altri, 170 milioni per costruire una “nuova rete nazionale
di telecomunicazioni fisse e mobili” e la miseria di 50 milioni
per “l´ammodernamento generale e tecnico di una ventina di
porti” (tra i quali, ovviamente gli spiccioli per Genova), i
tedeschi portavano a casa 360 milioni di euro per la ricerca
(Bollettino UE 12-2001) 110 milioni per l´aeroporto di Monaco e
quasi 300 milioni per finanziare “investimenti per la piccola e
media impresa”. Parte dei quali a sostenere le proprie,
principali strutture portuali. Sta tutta qui la differenza nel
saper affrontare le crisi. Ecco perché dal 2001 ad oggi le
differenze tra Brema e Genova, ad esempio, si sono via via
ampliate.
In un momento in cui il
federalismo, anche in Italia, si avvia a diventare legge fondante
dello Stato, Brema, nel suo statuto di città-stato, ricorda ai
Lander tedeschi che nella sua Costituzione è scritto che “il
trasporto marittimo ed il commercio siano sviluppati oltre che per
il benessere di Brema anche per quello della Germania e dell´Europa”.
Una missione che tanto la città quanto
la Germania
stanno pienamente comprendendo e rispettando. Dunque quando il
senatore tedesco all´Economia ed ai porti del land di Brema, Ralf
Nagel, nel commentare i dati di Brema afferma (fonte Ship to shore)
che rispetto ai grandi risultati nel settore container del 2008
(+16%), e considerata la grande crisi in atto, il porto anseatico
non ripeterà l´exploit dell´anno appena passato, ma “per il
2009 è atteso un tasso di progressione ad una sola cifra” c´è
chi stapperà più di una bottiglia di birra. Con i lander di
confine a fare il tifo perché l´operatività di Brema porterà
benessere anche a loro. A Genova si attendono le dichiarazioni di
intenti della nostra imprenditoria di comparto. Nel frattempo si
contano i danni. Il settore dell´autotrasporto autoctono vive
nella disperazione e le aziende, specie le piccole, chiudono i
battenti. L´indotto dei servizi (spedizionieri e provveditorie)
languono, accompagnando traffici sempre più smilzi e battendosi
per portare a casa operazioni spesso alla pari. E i lavori di
ristrutturazione in porto, quelli di cui Brema si fa un vanto,
probabilmente non saranno sufficienti a mantenere l´occupazione
sui livelli attuali. E purtroppo, il solo pensare che le province
confinanti facciano il tifo perché Genova ottenga finanziamenti e
risorga, fa un po´ sorridere. (Aldo Lampani -
La Repubblica Genova
)
rapporto del Wwf in
occasione della giornata mondiale delle "zone umide"
Nell'ultimo secolo
scomparso
il 60% di lagune e
paludi
Il 90% solo in Europa. In Italia dei 3
milioni di ettari originari, nel 1991 ne restavano 300mila
Paludi, lagune, acquitrini, specchi
d’acqua grandi o temporanei, torbiere, delta fluviali. Sono le
cosiddette "zone umide" e valgono un patrimonio - non
solo in termini ambientali - che si sta dilapidando anno dopo
anno. Nel loro insieme, svolgono importanti servizi per un valore
di milioni di dollari. Sono infatti fonte e serbatoi d’acqua,
depurano da fonti inquinanti, riciclano nutrienti e catturano
sedimenti, aiutano a prevenire le inondazioni, proteggono le
coste. Si comportano insomma come delle “spugne”, assorbono,
rilasciano, regolano le acque. In occasione della giornata
mondiale dedicata a queste aree, che si celebra il 2 febbraio, il
Wwf ha reso noti i dati di un dossier che lancia un nuovo
drammatico allarme.
LA
LORO DISTRUZIONE
- Le zone umide stanno infatti scomparendo dal pianeta.
Nell’ultimo secolo circa il 60% del patrimonio mondiale è
andato distrutto e ben il 90% nella sola Europa. Le cause sono
tante: il 26% sono state prosciugate per far posto alle
coltivazioni o per dare spazio allo sviluppo urbano. Inquinamento,
costruzione di dighe, prelievo non regolamentato da sorgenti e
falde, lo sfruttamento delle risorse, ha fatto il resto. Anche di
recente, autunno
2008, in
occasione dell’International Wetlands Conference promossa
dall’ONU, 700 0 scienziati di 28 nazioni, hanno lanciato un
appello urgente per la tutela delle zone umide. Lo stesso che è
già parte di un’importante accordo internazionale sulla
conservazione di questi ambienti, siglato nel
1971 a
Ramsar, in Iran,
la Convenzione Internazionale
sulle Zone Umide, più nota proprio come Convenzione di Ramsar.
Sono 158 i paesi che vi hanno aderito, 1820 le aree messe sotto
protezione per una superficie complessiva di 168 milioni di
ettari. La missione della convenzione è quella di conservare
attivamente questi ambienti e le risorse ad essi legati.
LA
LORO FUNZIONE
- Nonostante occupino soltanto il 6% della superficie del pianeta,
le zone umide immagazzinano il 35% del carbonio terrestre globale.
Quelle che contengono torba rappresentano il più efficiente
“magazzino” di carbonio tra tutti gli ecosistemi terrestri. Ne
trattengono il doppio di quello presente nell’intera biomassa
forestale del mondo e anche per molto tempo, al contrario delle
foreste. La loro distruzione comporterebbe conseguenze gravissime.
Secondo le stime attuali infatti, sarebbero circa 771 miliardi di
tonnellate di gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero
rilasciate da questi ambienti se fossero bonificati, una quantità
insomma pari a quella attualmente in atmosfera. Ricoprono inoltre
un ruolo fondamentale nell’attenuare gli impatti da eventi
climatici estremi e catastrofi naturali, come gli tsunami.
IN ITALIA -
L’Italia ha perso in 2000 anni una superficie immensa di zone
umide. Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del
XX secolo ne restavano
1.300.000 ettari
fino a precipitare ai
300.000 ettari
nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2%, tra aree interne e
marittime. Le cause storiche e in molti casi ancora attuali sono
il prelievo incontrollato dell’acqua, l’inquinamento sia
industriale che organico, la canalizzazione e altri interventi
sugli habitat fluviali, la caccia – oltre all’impatto diretto,
sono migliaia le tonnellate di pallini di piombo che finiscono sul
terreno o negli stagni e quindi entrano a far parte delle catene
alimentari – la pesca eccessiva o di frodo, l’immissione di
specie esotiche a danno di quelle indigene. Poco meno del 50%
delle specie di uccelli presenti, considerando sia i nidificanti
che gli svernanti e le specie di passo durante le migrazioni, sono
legate a zone umide, sia interne che costiere e marine. Le aree
umide italiane ospitano ogni inverno oltre 1 milione di uccelli
acquatici migratori provenienti dall’Europa settentrionale e
dell’ex Unione Sovietica In Italia, sono presenti 50 Zone Ramsar,
per una superficie complessiva di oltre
59.00 ettari
.
Valore medio annuo di un ettaro di
"zona umida"
464 $ controllo dalle inondazioni
374 $ pesca sportiva
492 $ ricreazione e svago
288 $ filtraggio delle acque
214 $ valore intrinseco della biodiversità
201 $ nursery per i pesci
45 $ fornitura di acqua
45 $ fornitura di materiali
14 $ fornitura di legna da ardere
30 gennaio 2009
Corriere
LA
NUOVA FERRARA 13-1-09
|