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EFFETTO
SERRA
L'effetto serra è il
risultato della presenza attorno ad un pianeta
di un'atmosfera
che assorbe parte dei raggi
infrarossi emessi dal
suolo riscaldato dalla radiazione ricevuta dalla stella.
Il nome deriva per
similitudine con quanto avviene nelle serre
per la coltivazione, anche se
il meccanismo alla base è
differente.
In tale situazione, una
parte della radiazione emessa dal suolo viene assorbita dall'atmosfera
e riemessa in tutte le direzioni, quindi in parte anche verso il
suolo. Ciò comporta che l'equilibrio radiativo del pianeta si fissi
ad una temperatura
maggiore di quella che si
stabilirebbe in assenza dell'atmosfera.
L'effetto serra permette
alla Terra
di avere una temperatura media
superiore al punto di congelamento dell'acqua,
quindi consente la vita
come noi la conosciamo.
Nel sistema
solare, oltre che sulla Terra, il fenomeno è stato osservato su
Marte,
Venere
e Titano.
Le sostanze che determinano
l'effetto serra sul nostro pianeta, chiamati gas
serra, sono principalmente vapore
acqueo, anidride
carbonica (CO2), metano,
ossido
nitroso (NO2) e ozono.
Dinamica del fenomeno
sulla Terra
La Terra è investita da una
enorme quantità di energia proveniente dal Sole.
Al di sopra dell'atmosfera il flusso medio è stimato in 1366 watt
per metro
quadrato; questo valore è denominato costante
solare. Di conseguenza, tenuto conto della superficie sferica del
nostro pianeta, la potenza solare che viene indirizzata sulla Terra ha
un valore di circa di 174 × 1015 watt, ossia di 174
milioni di gigawatt.
In altri termini, l'energia luminosa arriva sulla Terra al ritmo di
174 milioni di gigajoule
al secondo. Si tratta di una quantità di energia di gran lunga
superiore a quella complessivamente generata dall'uomo.
In condizioni di equilibrio
la quantità di radiazione ricevuta è bilanciata da una eguale
quantità riemessa in due modi:
- riflessione (circa il 30% del totale, prevalentemente dalle nubi)
- riemissione come radiazione di corpo
nero (il restante 70%)
La radiazione non riflessa
viene assorbita dall'atmosfera (16%), dalle nubi (4%) e dalla
superficie terrestre e dai mari (51%), dove si trasforma in calore.
La Terra, come qualunque
corpo caldo, emette una radiazione
elettromagnetica la cui lunghezza
d'onda è legata alla temperatura dalla legge
di Wien. Alla temperatura della superficie terrestre, circa 287 K,
l'emissione è nel campo dei raggi
infrarossi a circa 10 micrometri.
L'atmosfera terrestre, che è trasparente alla luce
visibile e all'infrarosso vicino, non lo è alla lunghezza d'onda
di 10 micrometri, per cui solamente il 6% della radiazione riemessa
riesce a sfuggire nel cosmo. Il resto viene assorbito e riscalda
l'atmosfera, la quale a sua volta riemette energia.
La temperatura al suolo aumenta così fino a quando la quantità di
radiazione che riesce a sfuggire compensa quella ricevuta dal Sole.
Una idea quantitativa delle
energie in gioco è la seguente:
Riscaldamento
globale
Riscaldamento globale (global warming nella letteratura
scientifica in inglese) è un termine popolarmente usato per
descrivere l'aumento nel tempo della temperatura
media dell'atmosfera
terrestre e degli oceani.
Il termine scientifico più corretto sarebbe invece surriscaldamento
globale.
Le
cause del riscaldamento
Il pianeta nella sua storia
è andato incontro a cicliche modificazioni del clima che l'hanno
portato ad attraversare diverse ere glaciali alternate ad epoche più
calde. Queste significative variazioni del clima hanno permesso
all'uomo il passaggio dello stretto di Bering, la colonizzazione
dell'Australia o della Groenlandia (il cui nome significa appunto
Terra Verde). Le cause di queste modicazioni climatiche sono
principalmente legate all'andamento dell'attività solare o eruttiva
della terra. Attualmente, il pianeta sta uscendo da un periodo freddo
denominato piccola
glaciazione durato dal 1550 al 1800 che ha seguito il periodo
medievale, più caldo (tra il 1100 ed il 1400).
Nella attuale fase di
riscaldamento del pianeta si sta assistendo ad una variazione
significativa di uno dei fattori che potrebbero contribuire al
riscaldamento globale: la concentrazione atmosferica di anidride
carbonica (CO2). Tale incremento (in due secoli si è
passati da 280 ppm a 380 ppm, il valore più alto da 650.000 anni a
questa parte [1])
non ha eguali nella storia recente del pianeta ed è indiscutibilmente
legato alle attività umane oltre ad essere un fenomeno in continuo
aumento (circa 2 ppm all'anno). Ciò è legato essenzialmente al fatto
che ogni anno vengono liberate nell'atmosfera circa 25 miliardi di
tonnellate di CO2, mentre, secondo le stime, il pianeta
riuscirebbe a riassorbirne meno della metà mediante la fotosintesi
clorofilliana e l'azione degli oceani.
Sebbene nella storia del
clima le variazioni nei livelli di CO2 osservate siano
state causate dalle variazioni di temperatura e non viceversa (esiste
un ritardo di 800 anni tra i picchi di temperatura ed i corrispondenti
picchi di CO2 nell'atmosfera), secondo il panel di esperti
delle nazioni unite (IPCC)
l'attuale riscaldamento non può essere spiegato se non attribuendo un
ruolo anche a questo aumento di concentrazione di CO2
nell'atmosfera.
L'attività umana ha
cominciato a ridurre la biomassa vegetale in grado di assorbire la CO2
(contribuendo quindi all'effetto
serra) a partire dalla rivoluzione agricola neolitica. Tuttavia,
solo alla fine del
1800 l
'uso industriale dei combustibili
fossili si è cominciato a riportare in atmosfera quella CO2
immagazzinata nei millenni sotto forma di materiale fossile (e.g.
carbone, petrolio), causando una vera e propria impennata nella
concentrazione di anidride
carbonica.
A contribuire ulteriormente
vi è la maggior produzione di metano
dovuta ad un incremento significativo dell'allevamento
intensivo e delle colture a sommersione (ad esempio il riso). La
CO2 non è infatti l'unico gas
serra: essa rappresenta solo lo 0,038% dei gas atmosferici e circa
il 5% del totale dei gas
serra, mentre ad esempio il vapore acqueo rappresenta lo 0,33% dei
gas armosferici e contribuisce per circa il 50% ai gas serra.
Il riscaldamento
dell'atmosfera è dunque dovuto principalmente a tre fattori: l'effetto
serra (naturale e antropico), l'irraggiamento
solare e l'attività geotermica
dei vulcani.
Una stima quantitativa del peso relativo di questi fattori è
riassunto nella seguente tabella:
Gli effetti del
riscaldamento globale
I modelli climatici
elaborati dall'IPCC indicano un potenziale aumento della temperatura,
durante questo secolo, compreso tra 1,4 °C
e
5,8 °C
.
Tra i possibili effetti di
tali mutamenti
climatici si stima vi possa essere un aumento del livello del mare
in alcune aree del pianeta, in particolare in quelle con minori tassi
di evaporazione, ciò a causa dell'espansione termica e dello
scioglimento dei ghiacci continentali oltre che dei ghiacciai montani
(e.g. sui ghiacciai
delle Alpi
si osserva di anno in anno un innalzamento del limite delle nevi
perenni).
L'aumento della temperatura
porterebbe inoltre ad una maggior evaporazione dei mari liberando
ulteriori quantità di vapore acqueo (il principale gas
serra) accrescendo ulteriormente
la temperatura. Una
aumentata evaporazione, al di sopra di certi livelli, potrebbe inoltre
modificare la salinità marina
andando a modificare le correnti e di conseguenza la quantità e la
qualità delle precipitazioni.
Attualmente si sta
osservando ad un aumento delle precipitazioni in Antartide
con un conseguente aumento degli spessori dei ghiacci,
concomitantemente ad una riduzione della superficie della calotta
Artica e dei ghiacciai della Groenlandia.
Nel 1996 lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia contava per
circa 90 km3 l'anno; nel 2005 si è arrivati a circa 220 km3
l'anno. Complessivamente, recenti osservazioni satellitari hanno
rilevato che il bilancio complessivo delle superfici ghiacciate sulla
Terra è negativo per una percentuale compresa tra l'1 e il 1,5% per
decennio evidenziando come il fenomeno del riscaldamento globale sia
effettivamente in corso ed in costante aumento.
Tali cambiamenti senza
dubbio porteranno a significative modificazioni degli habitat naturali
andando ad incidere profondamente anche sugli equilibri
socio-economici del pianeta soprattutto in termini di disponibilità
di risorse idriche (precipitazioni e superfici fluviali e lacustri, si
veda ad esempio la storia del Lago
Ciad) e di possibilità di sostenere sistemi agricoli intensivi.
L'aumento delle temperature
contribuisce inoltre alla possibilità di inserimento di specie
tropicali in climi precedentemente temperati (e.g. la zanzara
tigre, ma anche pesci,
malattie tropicali o specie agrarie) come il bacino del Mar
Mediterraneo. Si ritiene che le maggiori temperature possano anche
aumentare la frequenza e l'intensità dei fenomeni di eutrofizzazione.
Risulta comunque tuttora
molto difficile prevedere cone realmene influirà sul sistema pianeta
l'attuale riscaldamento globale. Questo è principalmente legato alla
natura stessa della meteorologia che è una scienza ancora giovane che
si trova a studiare sistemi non lineari multifattoriali che
impediscono previsioni accurate a medio-lungo termine. Gli scenari
oggi proposti presentano dunque ancora molte incognite e divergenze,
alcuni di essi ad esempio ritengono che un inabissamento della Corrente
del Golfo (favorito dalla diminuzione della salinità nelle acque
atlantiche) potrebbe innescare addirittura un raffreddamento del
continente europeo
facendo entrare quest'area in una nuova Era
Glaciale.
Il dibattito
scientifico
Per analizzare in modo
accurato le modificazioni del clima,
le Nazioni
Unite hanno costituito una Commissione
Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC) che raccoglie
accademici provenienti delle nazioni del G8.
l'IPCC ha rilasciato nel corso degli anni diversi documenti in cui si
afferma che la temperatura globale media è aumentata di ca.
0,7 °C
dalla fine del XIX
secolo e che "la maggior parte del riscaldamento osservato
durante gli ultimi 50 anni è attribuibile alle attività umane" [2]
Le conclusioni raggiunte
dall'IPCC sono rafforzate anche da un'analisi di oltre 928 paper
pubblicati nella letteratura scientifica dal 1993 ad oggi in cui si
osserva che il 75% degli articoli accetta, esplicitamente o
implicitamente, la tesi scientifica del contributo antropico al
riscaldamento, mentre il restante 25% degli articoli copre unicamente
metodologie o paleoclimatologia
per cui non esprime opinioni in merito. Non mancano comunque
ricercatori scettici sul ruolo antropico nell'attuale riscaldamento e
soprattutto sulla reale efficacia delle misure indicate per
contenerlo. Le criticità estresse da tali ricercatori, sebbene
rappresentino una ridotta minoranza nella comunità scientifica, come
evidenziato anche da un articolo pubblicato su Science
nel dicembre 2004 [3]
sono state raccolte in un recente Documentario della CBC[4].
In particolare è tutt'oggi
tema di accese discussioni la reale entità e gli effetti del
riscaldamento. Di certo il clima terrestre non si può considerare
come un sistema statico avendo presentato nella sua storia cambiamenti
graduali ma intensi anche senza l'intervento dell'uomo. Sia ai tempi
dell'Impero
Romano che nel medioevo
le temperature medie erano più alte di oggi, permettendo la
colonizzazione della Groenlandia
e la coltivazione estesa di viti nell'Europa del Nord. Entrambi questi
periodi sono stati seguiti da periodi
di raffreddamento climatico: a Londra
il fiume Tamigi
gelava tanto da permettere il passaggio a cavallo e lo svolgimento di
mercati natalizi sul ghiaccio.
Secondo alcuni studiosi gli
effetti del riscaldamento climatico antropico potrebbero essere molto
maggiori se non vi fosse stata una relativa riduzione
dell'irraggiamento solare dovuta all'inquinamento atmosferico.
Paradossalmente, una riduzione dell'inquinamento (in particolare degli
SOx e del particolato),
potrebbe portare ad un aumento delle temperature superiore a quanto
ipotizzato [5].
Il dibattito politico
Il graduale incremento dei
dati scientifici disponbili sul riscaldamento globale ha alimentato un
forte dibattito politico che ha, negli ultimi anni, iniziato a
considerare tra le sue priorità anche il contenimento delle emissioni
dei gas serra e l'utilizzo di fonti energetiche
alternative/rinnovabili.
PROTOCOLLO
DI KYOTO
Il
Protocollo di Kyoto
è un trattato
internazionale
in materia di ambiente sottoscritto nella città
giapponese
l'11
dicembre 1997
da più di 160 paesi in occasione della Conferenza
COP3 della Convenzione
Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ed
il riscaldamento
globale.
È entrato in vigore il 16
febbraio 2005,
dopo la ratifica da parte della Russia.
Il 16
febbraio 2007
si è celebrato l'anniversario del 2° anno di adesione al Protocollo
di Kyoto, e lo stesso anno ricorre il decennale dalla sua stesura.
Termini
e condizioni
Il trattato prevede
l'obbligo in capo ai paesi
industrializzati di operare una drastica riduzione delle
emissioni di elementi inquinanti
(biossido
di carbonio e altri cinque gas
serra, precisamente metano,
ossido
di azoto, idrofluorocarburi,
perfluorocarburi
ed esafluoro
di zolfo) in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle
emissioni rispettivamente registrate nel 1990
(considerato come anno base), nel periodo 2008-2012.
È anche previsto lo scambio
(acquisto e vendita) di quote di emissione di questi gas.
Perché il trattato potesse
entrare nella pienezza di vigore si richiedeva che fosse ratificato da
non meno di 55 nazioni firmatarie, e che le nazioni che lo avessero
ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti;
quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004,
quando anche la Russia
ha perfezionato la sua adesione.
Premesso che l’atmosfera
contiene 3 milioni di megatonnellate (Mt) di CO2, il
protocollo prevede che i Paesi industrializzati riducano del 5% le
proprie emissioni di quel gas. Il mondo immette 6.000 Mt di CO2, 3.000
dai Paesi industrializzati e 3.000 da quelli in via di sviluppo. Per
cui con Kyoto dovrebbe immetterne 5.850 anziché 6.000, sul totale di
3 milioni: dato l'elevatissimo costo della riduzione è facile capire
perché il protocollo non abbia raggiunto grandi adesioni.
Paesi
aderenti
Australia
e Stati
Uniti hanno firmato ma hanno poi rifiutato di ratificare il
trattato.
Nel novembre
2001 si
tenne la Conferenza di Marrakech,
settima sessione della Conferenza delle Parti. In questa sede 40 Paesi
sottoscrissero il trattato. Due anni dopo più di 120 paesi avevano
aderito, sino appunto alla detta adesione e ratifica della Russia,
considerata importante poiché questo paese produce da solo il 17,6%
delle emissioni.
I paesi in via di sviluppo, al fine di non ostacolare la loro crescita
economica frapponendovi oneri per essi particolarmente gravosi, non
sono stati invitati a ridurre le loro emissioni.
Nel dicembre 2006 gli stati
aderenti erano 169
Paesi
non aderenti
Tra i paesi non aderenti
figurano gli Stati
Uniti, responsabili del 36,1% del totale delle emissioni (annuncio
fatto nel marzo
2001).
In principio, il presidente Clinton
aveva firmato il Protocollo durante gli ultimi mesi del suo mandato,
ma George
W. Bush, poco tempo dopo il suo insediamento alla Casa
Bianca, ritirò l'adesione inizialmente sottoscritta dagli USA.
Alcuni stati e grandi
municipalità americane, come Chicago
e Los
Angeles, stanno studiando la possibilità di emettere
provvedimenti che permettano a livello locale di applicare il
trattato, il che comunque non sarebbe un successo indifferente: basti
pensare che gli stati del New
England, da soli, producono tanto biossido di carbonio quanto un
grande paese industrializzato europeo come la Germania.
Anche l'Australia
ha annunciato che non intende aderire all'accordo, per non danneggiare
il proprio sistema industriale.
Non hanno aderito neanche Croazia,
Kazakistan
e Monaco.
Convenzione quadro delle Nazioni Unite
sui cambiamenti climatici
La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici
(in inglese
United Nations Framework
Convention on Climate Change da cui l'acronimo UNFCCC
o FCCC) è un trattato
ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e
sullo Sviluppo delle Nazioni
Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and
Development), informalmente conosciuta come Summit
della Terra, tenutasi a Rio
de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle
emissioni dei gas
serra, sulla base dell'ipotesi di riscaldamento
globale.
Il trattato, come stipulato
originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas
serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante.
Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati
"protocolli") che avrebbero posto i limiti obbligatori di
emissioni. Il principale di questi è il protocollo
di Kyoto, che è diventato molto più noto che
la stessa UNFCCC.
Il FCCC fu aperto alle
ratifiche il 9
maggio 1992
ed entrò in vigore il 21
marzo 1994.
Il suo obiettivo dichiarato è "raggiungere la stabilizzazione
delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello
abbastanza basso per prevenire inferferenze antropogeniche dannose per
il sistema climatico".
Stati
dell'Annesso I e dell'Annesso II, e Paesi in via di sviluppo
Paesi
dell'Annesso I
Paesi dell'Annesso I (Paesi
industrializzati): Australia,
Austria,
Bielorussia,
Belgio,
Bulgaria,
Canada,
Croazia,
Danimarca,
Estonia,
Federazione
Russa, Finlandia,
Francia,
Germania,
Grecia,
Islanda,
Irlanda,
Italia,
Giappone,
Lettonia,
Liechtenstein,
Lituania,
Lussemburgo,
Monaco,
Norvegia,
Nuova
Zelanda, Olanda,
Polonia,
Portogallo,
Regno
Unito, Repubblica
Ceca, Romania,
Slovacchia,
Slovenia,
Spagna,
Stati
Uniti d'America, Svezia,
Svizzera,
Turchia,
Ucraina,
Ungheria,
Unione
Europea.
Paesi
dell'Annesso II
Paesi
dell'Annesso II (nazioni sviluppate che pagano per i costi dei PVS):
Australia,
Austria,
Belgio,
Canada,
Danimarca,
Unione
Europea, Finlandia,
Francia,
Germania,
Grecia,
Islanda,
Irlanda,
Italia,
Giappone,
Lussemburgo,
Olanda,
Nuova
Zelanda, Norvegia,
Portogallo,
Spagna,
Svezia,
Svizzera,
Turchia,
Regno
Unito, Stati
Uniti d'America.
Convenzione Quadro
delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC)
La Convenzione Quadro
delle Nazioni Unite sui
Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate
Change, UNFCCC) fu aperta alle firme nella Conferenza delle Nazioni
Unite sull'Ambiente e lo Sviluppo del
1992, a
Rio de Janeiro. Il 12 giugno 1992, 154 nazioni avevano firmato la
UNFCCC, che dopo la ratifica obbligava i governi a perseguire un
"obiettivo non vincolante" per ridurre le concentrazioni
atmosferiche dei gas serra con l'obiettivo di "prevenire
interferenze antropogeniche pericolose con il sistema climatico
terrestre". Queste azioni erano dirette principalmente ai paesi
industrializzati, con l'intenzione di stabilizzare le loro emnissioni
di gas
serra ai livelli del 1990
entro il 2000;
altre responsabilità ricadevano invece su tutte le parti della
convenzione. Le nazioni firmatarie concordarono di riconoscere
"responsabilità comuni ma differenziate", con maggiori
responsabilità per la riduzione delle emissioni di gas serra nel
breve periodo per i Paesi
sviluppati, elencati nell'Annesso I dell'UNFCCC e
denominati Paesi dell'Annesso I.
Secondo i termini dell'UNFCCC,
avendo ricevuto le ratifiche di più di 50 Paesi, il trattato entrò
in vigore il 24
marzo 1994.
Da quel momento, le parti si sono incontrate annualmente nella Conferenza
delle Parti (COP) per analizzare i progressi nell'affrontare il
cambiamento climatico, iniziando da metà degli anni
1990, per negoziare il Protocollo
di Kyoto per stabilire azioni legalmente vincolanti per i Paesi
sviluppati per ridurre le loro emissioni di gas serra.
Le Conferenze delle Parti (COP)
COP-1, il Mandato di
Berlino
La Conferenza delle Parti
dell'UNFCCC si incontrò per la prima volta a Berlino
(Germania
nella primavera del 1995,
ed espresse timori sull'adeguatezza delle azioni degli stati ad
adempiere gli obblighi della Convenzione. Questi furono espressi in
una dichiarazione ministeriale delle Nazioni Unite conosciuta come il
"Mandato
di Berlino", che stabiliva una fase di analisi e
ricerca (Analytical and Assessment Phase, AAP) di due anni, per
negoziare un "insieme completo di azioni" da cui gli Stati
potessero scegliere quelle più adeguate per ognuno di essi, in modo
che fossero le migliori dal punto di vista economico e ambientale. Il
Mandato di Berlino esentò i Paesi non-Annesso I da obblighi
vincolanti addizionali, in ragione del principio delle
"responsabilità comuni ma differenziate" stabilito dalla
UNFCCC, sebbene si ipotizzasse che le grandi nazioni di nuova
indistrializzazione sarebbero diventate i più grandi emettitori di
gas serra nei 15 anni a venire.
COP-2,
Ginevra, Svizzera
La Seconda Conferenza
delle Parti dell'UNFCCC
(COP-2) avvenne in Luglio
1996 a Ginevra
(Svizzera.
La sua dichiarazione ministeriale fu adottata il 18
luglio e rifletteva la posizione statunitense
presentata da Timothy
Wirth, all'epoca Sottosegretario agli Affari Generali per
il Dipartimento
di Stato americano:
- Accettando i rilievi scientifici sui mutamenti climatici descritti
dal Pannello
Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental
Panel on Climate Change, IPCC) nel suo secondo rapporto (1995);
- Rigettando "politiche armonizzate" uniformi in favore
della flessibilità;
- Stabilendo la necessità di "obblighi a medio termine
legalmente vincolanti".
COP-3,
il Protocollo di Kyoto sul Cambiamento Climatico
Il Protocollo
di Kyoto fu adottato nella COP-3, svoltasi nel dicembre
1997 a Kyoto
(Giappone),
dopo tese negoziazioni. Molte nazioni industrializzate e alcune
economie centroeuropee in transizione (definite come Paesi
dell'Annesso B) concordarono su riduzioni legalmente vincolanti delle
emissioni di gas serra, in media di 6%-8% rispetto ai livelli del 1990,
fra gli anni 2008
e 2012.
Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre le loro emissioni totali del
7% rispetto ai loro livelli del
1990. L
'Amministrazione di Bill
Clinton, nel budget
del 2001 incluse i finanziamenti per l'iniziativa per le tecnologie
indirizzate a fronteggiare il cambiamento climatico (Climate Change
Technology Initiative, CCTI).
COP-4,
Buenos Aires
La COP-4 ebbe luogo a Buenos
Aires (Argentina)
nel novembre
1998. Si
pensava che le problematiche rimaste irrisolte a Kyoto sarebbero state
completate in questo incontro, ma la complessità e la difficoltà a
raggiungere accordi si dimostrò insormontabile, per cui le parti
adottarono un "Piano di azioni" biennale per avanzare le
azioni e trovare meccanismi per l'implementazione del Protocollo di
Kyoto, che doveva essere completato entro il 2000.
COP-5,
Bonn, Germania
La quinta Conferenza
delle PArti della Convenzione
Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici avvenen a Bonn
(Germania),
fra il 25
ottobre e il 4
novembre 1999.
Fu principalmente una riunione tecnica, che non raggiunse conclusioni
rilevanti.
COP-
6, L
'aia, Olanda
Quando si riunì la COP-6,
fra il 13
e il 25
novembre 2000,
a The
Hague (Olanda),
le discussioni evolvettero rapidamente verso una negoziazione ad alto
livello sui maggiori temi politici. Questi inclusero la controversia
sulla proposta degli Stati Uniti di permettere di ottenere crediti dai
"sink"
di carbonio (boschi
e terre
agricole), che averebbero soddisfatto buona parte della riduzione
delle emissioni statunitensi; discordie riguardo le conseguenze
correlate al mancato raggiungimento degli obiettivi di riduzioni; e
difficoltà nel risolvere i problemi riguardo a come i PVS potessero
ottenere assistenza finanziaria per contrastare gli effetti dei
mutamenti climatici e raggiungere i loro obiettivi di raccolta dei
dati di emissione e di possibile riduzione delle stesse. Nelle ore
finali del COP-6, nonostante alcuni accordi preliminari tra gli USA e
alcuni Stati europei, in particolare il Regno Unito, l'Unione Europea,
guidata da Danimarca e Germania, rifiutò le posizioni di compromesso,
e le discussioni in corso collassarono. Jan
Pronk, il Presidente della COP-6, sospese i lavori senza
giungere ad accordi, aspettando che le negoziazioni potessero
riniziare. Fu quindi annunziato che gli incontri della COP-6, con la
denominazione di "COP-6 bis, sarebbero riniziati a Bonn,
nella seconda metà di luglio. Il successivo incontro delle parti
dell'UNFCCC - COP-7 - fu quindi fissato a Marrakech,
in Marocco,
in ottobre-novembre
del 2001.
COP-6
"bis," Bonn, Germania
Quando i negoziati del COP-6
ripresero a Bonn
(16-27
luglio 2001),
pochi progressi vennero fatti per risolvere le differenze che avevano
prodotto una impasse a L'Aia. Comunque, questo incontro si svolse dopo
che George W. Bush era diventato presidente degli Stati Uniti e aveva
rigettato il protocollo di Kyoto a marzo. Come risultato la
delegazione statunitense a questo meeting declinò la sua
partecipazione ai negoziati relativi al Protocollo, e scelse di agire
come osservatrice all'incontro. Mentre le altre parti negoziavano le
questioni chiave, venne raggiunto l'accordo su gran parte delle
principali questioni politiche, con grande sopresa della maggior parte
degli osservatori, dato le scarse aspettative che precedetero
l'incontro. Gli accordi comprendevano:
- Meccanismi:
I meccanismi di "flessibilità", che gli USA avevano
fortemente sostenuto quando il protogollo venne inizialmente
stilato, comprendenti il commercio di emissioni; l'implementazione
congiunta; ed il Meccanismo
di Sviluppo Pulito o (Clean
Development Mechanism - CDM in inglese), che fornisce
sovvenzioni dalle nazioni sviluppate per le attività di riduzione
delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, con un credito per
le nazioni donatrici. Uno degli elementi chiave di questo accordo
fu che non ci sarebbero stati limiti quantitativi al credito che
una nazione poteva rivendicare per l'uso di questi meccanismi, ma
che l'azione interna doveva costituire un elemento significativo
degli sforzi di ogni nazione dell'Annesso II per andare incontro
ai propri obiettivi.
- Abbattimento del carbonio:
Venne concordato un credito per le numerose attività che
assorbono carbonio dall'atmosfera o lo immagazzinano, comprendente
la gestione di foreste e terreni coltivabili e la rivegetazione,
senza un tetto complssivo sull'ammontare di credito che una
nazione poteva pretendere per le attività di abbattimento. Nel
caso della gestione forestale, un'appendice Z stabiliva tetti
specifici per ogni nazione, per ogni paese dell'Annesso I, ad
esempio, unn tetto di 13 milioni di tonnellate poteva essere
accreditato al Giappone (il che rappresenta circa il 4% delle sue
emissioni annue). Per la gestione delle terre coltivabili, le
nazioni potevano ricevere crediti solo per miglioramenti rispeto
ai livelli del 1990.
- Conformità:
l'azione finale sulle procedure di conformità e i meccanismi
rigiardanti la non-conformità a quanto previsto dal protocollo
vennero rinviati al COP-7, ma inclusero un ampio abbozzo delle
conseguenze per il mancato rispetto degli obiettivi sulle
emissioni che avrebbero incluso un requisito di ricompensa delle
insufficienze di 1,3 tonnellate a 1, la sospensione del diritto di
vendere crediti per un surplus nella riduzione di emissioni e
richiedevano pianzo d'azione per la conformità a quanti non
raggiungevano i loro obiettivi.
- Finanziamento:
Tre nuovi fondi vennero concordati per fornire assistenza per i
bisogni associati ai cambiamenti climatici; un fondo per le
nazioni meno sviluppate, in supporto ai Programmi d'Azione di
Adeguanemto nazionale; e un fondo di adeguamento al Protocollo di
Kyoto, sostenuto da una imposta sul CDM e da contributi colontari.
Una serie di dettagli
operativi riguardanti queste decisioni rimase da negoziare e
concordare, e furono l'oggetto principale dell'incontro COP-7 che seguì
a questo.
COP-7,
Marrakesh, Marocco
All'incontro del COP-7 di Marrakesh
(Marocco)
del 29
ottobre-10
novembre 2001,
i negoziatori in effetti completarono il lavoro del Piano d'Azione di Buenos
Aires, finalizzando gran parte dei dettagli operativi e creando le
condizioni per cui le nazioni ratificassero il protocollo. La
delegazione statunitense continuò ad agire come osservatrice,
declinando la partecipazione a negoziati attivi. Altre parti
continuarono ad esprimere la speranza che gli USA rientrassero nel
processo ad un certo punto, ma indicarono la loro intenzione di
cercare la ratifica da parte del numero richiesto di nazioni per far
entrare in vigore il protocollo (55 nazioni, rappresentanti il 55%
delle delle emissioni di anidride carbonica dei paesi sviluppati nel 1990).
Venne proposta una data per l'entrata in vigore del protocollo:
l'agosto/settembre 2002,
in coincidenza con il Summit
mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD) da tenersi a Johannesburg
(Sudafrica).
Le principali decisioni del
COP-7 comprendevano:
- Regole operative per il commercio internazionale delle emissioni
tra le parti del protocollo, per il CDM e per l'implementazione
congiunta;
- Un regime di conformità che delinei le conseguenze del mancato
rispetto degli obiettivi, ma demandi alle parti del protocollo,
una volta entrato in vigore, di decidere se queste conseguenze
sono vincolanti dal punto di vista legale;
- Procedure di contabilizzazione per i meccanismi di flessibilità;
- Una decisione per considerare al COP-8 come ottenere una revisione
dell'adeguatezza degli impegni che possa spingere verso una
discussione sugli impegni dei futuri paesi in via di sviluppo.
COP-8, Nuova Delhi, India
23
ottobre - 1
novembre 2002
COP-9,
Milano, Italia
Fra il 1°
e il 12
dicembre 2003.
La Conferenza ha stabilito interessanti novità legate in particolar
modo ai progetti di riduzione delle emissioni legate alle attività di
Afforestazione/Riforestazione (A/R projects).
COP-10,
Buenos Aires, Argentina
Fra il 6
e il 17
dicembre 2004.
COP-11,
Montreal, Canada
La conferenza di Montreal,
COP-11, si è tenuta a Montreal
(Canada),
fra il 28
novembre e il 9
dicembre 2005,
in concomitanza con la prima riunione delle parti (MOP) del Protocollo
di Kyoto.
COP-12,
Nairobi, Kenia
Dal 6
al 17
novembre 2006
si è tenuta la COP-12 - MOP-2 di Nairobi,
in Kenya.
La Conferenza è stata incentrata sul maggiore coinvolgimento degli
stati africani nei progetti di Clean
Development Mechanism (CDM) e sulla possibilità di rendere
eleggibili come progetti CDM i progetti di stoccaggio e sequestrazione
della CO2 (CCS- Carbon Capture and Storage). La Conferenza è stata un
passo in avanti anche verso la definizione di nuovi obiettivi di
riduzione per il periodo post-2012. Tuttavia le parti coinvolte non
hanno stabilito obiettivi di riduzione specifici per il periodo
2013-2018, come da alcuni auspicato.
Disboscamento
Il disboscamento, o deforestazione,
consiste nell'abbattimento degli alberi
per motivi commerciali o per sfruttare il terreno per la coltivazione.
Fin dall'antichità si
disbosca per ottenere la legna
da ardere per il riscaldamento domestico o da usare come materiale da
costruzione, per ottenere nuovi terreni da destinare all'agricoltura
e all'espansione urbana. Questo fenomeno interessa soprattutto le aree
tropicali
dove vengono eseguite con il metodo del "taglia e brucia":
dapprima si abbattono gli alberi e poi si incendia il sottobosco
rimanente. Una volta terminato l'incendio si sarà depositata sul
terreno della cenere
che fertilizza il terreno.
Questo sistema arreca gravi
danni all'equilibrio dell'ambiente
naturale, infatti la cenere fertilizza per poco tempo il terreno,
in tutto e per tutto mentre la distruzione del sottobosco distrugge
l'habitat della foresta
pluviale accelerando fenomeni erosivi del terreno. Dopo pochi anni
si deve abbandonare il terreno e diboscare un'altra area. Inoltre
l'utilizzo del fuoco è molto pericoloso perché danneggia la fauna
e spesso sfugge al controllo causando danni ancora più gravi. Questo
fenomeno, purtroppo ancora molto frequente nella foresta
amazzonica e in crescita in molte altre aree del pianeta porta via
molti alberi al polmone verde della Terra.
I paesi maggiormente interessati da questo fenomeno (spesso anche
connesso con attività illegali) sono Cina,
Colombia,
Congo, Brasile,
India, Indonesia,
Myanmar,
Malesia,
Messico,
Nigeria
e Thailandia,
che insieme compiono più del 70% di diboscamento mondiale.
I
danni della deforestazione
Le piante verdi aiutano a
mantenere stabile la concentrazione in anidride
carbonica nell'atmosfera (attraverso la fotosintesi
clorofilliana). L'utilizzo di combustibili
fossili ed il diboscamento stanno causando un aumento di CO2
nell'atmosfera, che ha diretta influenza in fenomeni come l'effetto
serra ed il riscaldamento
globale. Gli effetti negativi del diboscamento sono numerosi e
comprendono:
- l'effetto
serra
- desertificazione
nei territori secchi
- erosione,
frane
e smottamenti nei territori piovosi e collinari
- inquinamento degli ecosistemi acquatici (a causa del dilavamento
delle acque)
- sottrazione di risorse per le popolazioni indigene
Il diboscamento (sia
volontario che non voluto) è il risultato della rimozione di alberi
senza che vi sia una riforestazione
sufficiente. Ci sono molte cause di ciò, che possono variare da una
lenta degradazione
forestale ad improvvisi incendi,
ad intense attivita di pascolo.
Mentre il diboscamento delle foreste
pluviali tropicali ha attirato l'attenzione dell'opinione
pubblica, le foreste
torride tropicali stanno scomparendo ad una velocità
sostanzialmente più alta. Invece di catturare le precipitazioni, che
filtrano poi nel sottosuolo, le aree diboscate diventano aree di
veloce deflusso acquifero superficiale. Il diboscamento contribuisce
inoltre ad una riduzione dell' evapotraspirazione,
che diminuisce l'umidità atmosferica e le precipitazioni; ad esempio
nel Nord e nel Nord-ovest della Cina
la media delle precipitazioni annuali è diminuita di un terzo tra il 1950
e il 1985.
Anche la produzione di legname può essere una causa di diboscamento,
ma in misura inferiore alle cause su esposte. Le foreste sono
un'importante riserva di carbone,
sono fondamentali per il ciclo
del carbonio, risanando l'aria dall' anidride
carbonica e altri agenti
inquinanti.
I boschi
e le foreste
sono inoltre importantissimi ecosistemi
con una elevatissima biodiversità
in cui vivono numerosissime specie viventi.
Sono anche oggetto di bellezza estetica, naturalistica
e culturale. Il diboscamento comporta la perdita di questi valori e
del rispetto delle foreste e in generale dell'ambiente.
Controllare la
deforestazione
I metodi per controllare e
ridurre la deforestazione sono numerosi, ma tutti dipendono dalla
volontà politica di attuarli, anche in contrasto con forti interessi
economici.
Fra questi vi è prima di
tutto una agricoltura
sostenibile, che attui sistemi di rotazione delle colture e che
utilizzi meno territorio. Questo non è affatto scontato nei paesi in
via di sviluppo dove la popolazione è in rapida crescita.
Una corretta gestione delle
foreste è alla base di tutto. Alla Conferenza
di Rio del 1992 si è proposto un sistema gestione forestale
sostenibile (GFS), con lo scopo di controllare il patrimonio e gli
ecosistemi forestali a livello mondiale. A questo è seguita la
formazione di alcune organizzazioni come il Forest
Stewardship Council, attivo per la salvaguardia delle
foreste tropicali, del Nord America e dell'Europa: FSC certifica i
prodotti costituiti da materie prime che non cosnumano il patrimonio
forestale.
Purtroppo la deforestazione
continua ad avanzare, e si sta rendendo necessario attuare politiche
di riforestazione. Ad esempio in Cina
il governo ha chiesto ai cittadini di contribuire piantando alberi.
Anche numerose associazioni si occupano della riforestazione, ma
purtroppo sembra che gli sforzi non siano completamente condivisi a
livello mondiale. L'unico paese che ha aumentato il proprio patrimonio
boschivo nel corso del XX
secolo mediante politiche governative è Israele.
In Europa il disboscamento sembra aver rallentato la sua corsa, ma in
paesi come l'Italia questo sembra più essere dovuto all'abbandono del
patrimonio boschivo e in parte di quello agricolo, piuttosto che ad
una loro oculata gestione.
Desertificazione
La desertificazione è il processo di degradazione del suolo
causato da numerosi fattori, tra cui variazioni climatiche
e attività umane.
La desertificazione spesso
ha origine dallo sfruttamento intensivo della popolazione che si
stabilisce nel territorio
per coltivarlo
oppure dalle necessità industriali
e di utilizzo per il pascolo.
Analisi e studi
La comunità internazionale
ha da tempo riconosciuto la desertificazione come uno dei maggiori
problemi economici,
sociali e ambientali
in vari paesi del mondo. La desertificazione infatti riduce
drammaticamente la fertilità
dei suoli e, di conseguenza, la capacità di un ecosistema,
seppur in origine desertico o semi-desertico, di produrre servizi.
Secondo la Convenzione
sulla Diversità Biologica i servizi degli ecosistemi sono
da considerarsi elementi essenziali per la vita di una comunità sia
in paesi industrialmente avanzati sia, e forse in maniera anche
maggiore, in paesi in via di sviluppo.
I servizi degli
ecosistemi sono generalmente descritti in:
- Servizi di fornitura: ad es. cibo,
acqua,
legno
e fibre;
- Servizi di regolazione: ad es. stabilizzazione del clima,
assetto
idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie,
riciclaggio
dei rifiuti, qualità dell'acqua;
- Servizi culturali: ad es. i valori estetici, ricreativi e
spirituali;
- Servizi di supporto: ad es. formazione di suolo, fotosintesi,
riciclo dei nutrienti.
Nel 1977
la Conferenza delle Nazioni
Unite sulla Desertificazione (UNCOD,
dall'inglese
United Nations Conference on Desertification) adottò il «Piano
d'Azione per Combattere la Desertificazione» (PACD, dall'inglese Plan
of Action to Combat Desertification).
Nonostante gli sforzi
compiuti per la realizzazione di questo piano, uno studio dell'UNEP
del 1991
concluse che, malgrado si possano registrare alcuni esempi localizzati
di successo, il processo di degrado della terra in zone aride,
semi-aride e subumide si era generalmente intensificato. Le attività
specifiche di questo piano prevedevano, fra le altre, la creazione di
filari di alberi, spesso eucaliptus
o altre specie
aliene alla flora del paese, per frenare l'avanzata del deserto.
Il concetto di
desertificazione si è quindi progressivamente evoluto nel corso degli
anni nel tentativo di definire un processo che, seppur caratterizzato
da cause locali, sta sempre più assumendo la connotazione di un
problema globale.
Al «Summit
di Rio» si decise inoltre di istituire un "Comitato di
Negoziazione Intergovernativo" per preparare, entro il giugno del
1994, una
convenzione
per combattere la desertificazione in quei paesi che soffrono di gravi
siccità,
particolarmente in Africa.
Il 17
giugno 1994,
a Parigi,
la UNCCD
- United Nations Convention to Combat Desertification in Countries
experiencing Serious Drought and/or Desertification, Particularly in
Africa (Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei
Paesi che soffrono di Gravi Siccità, particolarmente in Africa) fu
adottata.
La Convenzione è entrata in
vigore nel dicembre
del 1996,
90 giorni dopo la ratifica del cinquantesimo paese. Ad oggi, la
Convenzione conta 191 Paesi e
la prima Conferenza
delle Parti si tenne nell'ottobre del 1997
a Roma.
La definizione attualmente
accettata dalla comunità internazionale è quella proposta dalla UNCCD
che definisce la desertificazione come:
|
|
«degrado delle terre
nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a
varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività
umane.
[...] L'espressione "degrado delle terre" designa la
diminuzione o la scomparsa, nelle zone aride, semi-aride e
subumide secche, della produttività biologica o economica e
della complessità delle terre coltivate non irrigate, delle
terre coltivate irrigate, dei percorsi, dei pascoli, delle
foreste o delle superfici boschive in seguito all'utilizzazione
delle terre o di uno o più fenomeni, segnatamente di fenomeni
dovuti all'attività dell'uomo e ai suoi modi d'insediamento.»
|
|
|
(UNCCD)
|
Il termine desertificazione
si configura quindi come un generico degrado delle terre in
particolari ambiti climatici, e non necessariamente come l'espansione
dei deserti (desertizzazione).
Cause
Le cause che maggiormente
contribuiscono al processo di desertificazione sono molte e complesse
e comprendono, oltre alle classiche attività di deforestazione,
sovrapascolo,
cattive pratiche di irrigazione
e, più genericamente pratiche di uso del suolo non sostenibili, anche
alcuni complessi meccanismi relativi al commercio
internazionale.
È però interessante notare
che la UNCCD
ammette che anche alcuni parametri sociali e politici contribuiscono
significativamente al processo di desertificazione delle terre, fra
questi il livello di povertà
e l'instabilità politica.
La Convenzione cerca quindi di promuovere azioni locali, possibilmente
con idee nuove ed approcci innovativi, e che beneficino di
partenariato internazionale. Questo perché i cambiamenti da
effettuare sono sia a livello locale che internazionale.
Zone interessate dal fenomeno
La desertificazione
interessa particolarmente zone dell'Africa
confinaniti con il Sahara
che si espande e con i deserti in Arabia
e della zona mediorientale.
Altre zone a rischio di
desertificazione sono: la parte occidentale dell'America
del Nord e di quella del
Sud. Anche il deserto australiano
è in espansione.
In Italia,
sono interessate da questo fenomeno in particolare le Regioni Sicilia,
Sardegna,
Puglia
e Calabria.
Chi è la UNCCD
La Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono
di Gravi Siccità, particolarmente in Africa, o Convenzione contro la desertificazione (UNCCD), viene aperta alla
firma dei Paesi il 17 Giugno
1994 a
Parigi, ed è entrata in vigore a Dicembre 1996, 90 giorni dopo la
ratifica del cinquantesimo paese. Ma la sua storia è lunga e
tortuosa.
Gas serra
Sono chiamati gas serra quei gas
presenti in atmosfera,
di origine sia naturale che antropica, che assorbono ed emettono a
specifiche lunghezze d'onda nello spettro della radiazione
infrarossa, emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera e
dalle nuvole. Questa loro proprietà causa il fenomeno noto come effetto
serra.
Il vapore
acqueo, l'anidride
carbonica (CO2), l'ossido
di diazoto (N2O), il metano
(CH4) e l'ozono
(O3) sono i gas serra principali nell'atmosfera terrestre.
Oltre a questi gas di
origine anche naturale, esiste un'ampia gamma di gas serra rilasciati
in atmosfera di origine esclusivamente antropica, come gli alocarburi,
tra i quali i più conosciuti sono i clorofluorocarburi
(CFC), e molte altre molecole contenenti cloro e fluoro dannose per lo
strato di ozono stratosferico, trattate nel Protocollo
di Montreal. I gas alogenati sono emessi in quantità molto
inferiori rispetto a CO2, CH4 e N2O
ma possono avere un ciclo di vita molto lungo e un forte effetto come
forzante radiativa, da
3.000 a
13.000 volte superiore a quella dell’anidride carbonica. L’insieme
di queste due caratteristiche è chiamato Global
Warming Potential (GWP, potenziale di riscaldamento globale).
Il GWP, che rappresenta
l'effetto combinato del tempo di permanenza in atmosfera di ogni gas e
la relativa efficacia specifica nell'assorbimento della radiazione
infrarossa emessa dalla Terra, è una misura di quanto un dato gas
serra contribuisca al riscaldamento globale rispetto alla CO2.
I GWP sono calcolati dall'Intergovernmental
Panel on Climate Change e sono utilizzati come fattori di
conversione per calcolare le emissioni di tutti i gas serra in
emissioni di CO2 equivalente.
Il Protocollo
di Kyoto regolamenta le emissioni di CO2, N2O,
CH4, esafluoruro
di zolfo (SF6), idrofluorocarburi
(HFCs) e perfluorocarburi
(PFCs).
Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo sostenibile è una forma di sviluppo (che comprende lo
sviluppo economico, delle città, delle comunità eccetera) che non
compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare
nello sviluppo preservando la qualità e la quantità del patrimonio e
delle riserve naturali (che sono esauribili, mentre le risorse sono
considerabili come inesauribili). L'obiettivo è di mantenere uno
sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi,
operante quindi in regime di equilibrio ambientale.
Prima definizione del concetto
La prima definizione in
ordine temporale è stata quella contenuta nel rapporto
Brundtland (dal nome della presidente della Commissione,
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