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EFFETTO SERRA E PROTOCOLLO DI KYOTO - Convenzione ONU - Sviluppo sostenibile - Mobilità
 

 

 EFFETTO SERRA

L'effetto serra è il risultato della presenza attorno ad un pianeta di un'atmosfera che assorbe parte dei raggi infrarossi emessi dal suolo riscaldato dalla radiazione ricevuta dalla stella.

Il nome deriva per similitudine con quanto avviene nelle serre per la coltivazione, anche se il meccanismo alla base è differente.

In tale situazione, una parte della radiazione emessa dal suolo viene assorbita dall'atmosfera e riemessa in tutte le direzioni, quindi in parte anche verso il suolo. Ciò comporta che l'equilibrio radiativo del pianeta si fissi ad una temperatura maggiore di quella che si stabilirebbe in assenza dell'atmosfera.

L'effetto serra permette alla Terra di avere una temperatura media superiore al punto di congelamento dell'acqua, quindi consente la vita come noi la conosciamo.

Nel sistema solare, oltre che sulla Terra, il fenomeno è stato osservato su Marte, Venere e Titano.

Le sostanze che determinano l'effetto serra sul nostro pianeta, chiamati gas serra, sono principalmente vapore acqueo, anidride carbonica (CO2), metano, ossido nitroso (NO2) e ozono.

Dinamica del fenomeno sulla Terra

La Terra è investita da una enorme quantità di energia proveniente dal Sole. Al di sopra dell'atmosfera il flusso medio è stimato in 1366 watt per metro quadrato; questo valore è denominato costante solare. Di conseguenza, tenuto conto della superficie sferica del nostro pianeta, la potenza solare che viene indirizzata sulla Terra ha un valore di circa di 174 × 1015 watt, ossia di 174 milioni di gigawatt. In altri termini, l'energia luminosa arriva sulla Terra al ritmo di 174 milioni di gigajoule al secondo. Si tratta di una quantità di energia di gran lunga superiore a quella complessivamente generata dall'uomo.

In condizioni di equilibrio la quantità di radiazione ricevuta è bilanciata da una eguale quantità riemessa in due modi:

  • riflessione (circa il 30% del totale, prevalentemente dalle nubi)
  • riemissione come radiazione di corpo nero (il restante 70%)

La radiazione non riflessa viene assorbita dall'atmosfera (16%), dalle nubi (4%) e dalla superficie terrestre e dai mari (51%), dove si trasforma in calore.

La Terra, come qualunque corpo caldo, emette una radiazione elettromagnetica la cui lunghezza d'onda è legata alla temperatura dalla legge di Wien. Alla temperatura della superficie terrestre, circa 287 K, l'emissione è nel campo dei raggi infrarossi a circa 10 micrometri.
L'atmosfera terrestre, che è trasparente alla luce visibile e all'infrarosso vicino, non lo è alla lunghezza d'onda di 10 micrometri, per cui solamente il 6% della radiazione riemessa riesce a sfuggire nel cosmo. Il resto viene assorbito e riscalda l'atmosfera, la quale a sua volta riemette energia.
La temperatura al suolo aumenta così fino a quando la quantità di radiazione che riesce a sfuggire compensa quella ricevuta dal Sole.

Una idea quantitativa delle energie in gioco è la seguente:

Cause del calore
terrestre

Irraggiamento medio
Watt/

effetto serra naturale

ca. 170

effetto serra antropico

ca. 2,0

irraggiamento solare

ca. 0,25

geotermia vulcanica

ca. 0,20


 

Riscaldamento globale

Riscaldamento globale (global warming nella letteratura scientifica in inglese) è un termine popolarmente usato per descrivere l'aumento nel tempo della temperatura media dell'atmosfera terrestre e degli oceani. Il termine scientifico più corretto sarebbe invece surriscaldamento globale.

Le cause del riscaldamento

Il pianeta nella sua storia è andato incontro a cicliche modificazioni del clima che l'hanno portato ad attraversare diverse ere glaciali alternate ad epoche più calde. Queste significative variazioni del clima hanno permesso all'uomo il passaggio dello stretto di Bering, la colonizzazione dell'Australia o della Groenlandia (il cui nome significa appunto Terra Verde). Le cause di queste modicazioni climatiche sono principalmente legate all'andamento dell'attività solare o eruttiva della terra. Attualmente, il pianeta sta uscendo da un periodo freddo denominato piccola glaciazione durato dal 1550 al 1800 che ha seguito il periodo medievale, più caldo (tra il 1100 ed il 1400).

Nella attuale fase di riscaldamento del pianeta si sta assistendo ad una variazione significativa di uno dei fattori che potrebbero contribuire al riscaldamento globale: la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO2). Tale incremento (in due secoli si è passati da 280 ppm a 380 ppm, il valore più alto da 650.000 anni a questa parte [1]) non ha eguali nella storia recente del pianeta ed è indiscutibilmente legato alle attività umane oltre ad essere un fenomeno in continuo aumento (circa 2 ppm all'anno). Ciò è legato essenzialmente al fatto che ogni anno vengono liberate nell'atmosfera circa 25 miliardi di tonnellate di CO2, mentre, secondo le stime, il pianeta riuscirebbe a riassorbirne meno della metà mediante la fotosintesi clorofilliana e l'azione degli oceani.

Sebbene nella storia del clima le variazioni nei livelli di CO2 osservate siano state causate dalle variazioni di temperatura e non viceversa (esiste un ritardo di 800 anni tra i picchi di temperatura ed i corrispondenti picchi di CO2 nell'atmosfera), secondo il panel di esperti delle nazioni unite (IPCC) l'attuale riscaldamento non può essere spiegato se non attribuendo un ruolo anche a questo aumento di concentrazione di CO2 nell'atmosfera.

L'attività umana ha cominciato a ridurre la biomassa vegetale in grado di assorbire la CO2 (contribuendo quindi all'effetto serra) a partire dalla rivoluzione agricola neolitica. Tuttavia, solo alla fine del 1800 l 'uso industriale dei combustibili fossili si è cominciato a riportare in atmosfera quella CO2 immagazzinata nei millenni sotto forma di materiale fossile (e.g. carbone, petrolio), causando una vera e propria impennata nella concentrazione di anidride carbonica.

A contribuire ulteriormente vi è la maggior produzione di metano dovuta ad un incremento significativo dell'allevamento intensivo e delle colture a sommersione (ad esempio il riso). La CO2 non è infatti l'unico gas serra: essa rappresenta solo lo 0,038% dei gas atmosferici e circa il 5% del totale dei gas serra, mentre ad esempio il vapore acqueo rappresenta lo 0,33% dei gas armosferici e contribuisce per circa il 50% ai gas serra.

Il riscaldamento dell'atmosfera è dunque dovuto principalmente a tre fattori: l'effetto serra (naturale e antropico), l'irraggiamento solare e l'attività geotermica dei vulcani. Una stima quantitativa del peso relativo di questi fattori è riassunto nella seguente tabella:

 

Gli effetti del riscaldamento globale

I modelli climatici elaborati dall'IPCC indicano un potenziale aumento della temperatura, durante questo secolo, compreso tra 1,4 °C e 5,8 °C .

Tra i possibili effetti di tali mutamenti climatici si stima vi possa essere un aumento del livello del mare in alcune aree del pianeta, in particolare in quelle con minori tassi di evaporazione, ciò a causa dell'espansione termica e dello scioglimento dei ghiacci continentali oltre che dei ghiacciai montani (e.g. sui ghiacciai delle Alpi si osserva di anno in anno un innalzamento del limite delle nevi perenni).

L'aumento della temperatura porterebbe inoltre ad una maggior evaporazione dei mari liberando ulteriori quantità di vapore acqueo (il principale gas serra) accrescendo ulteriormente la temperatura. Una aumentata evaporazione, al di sopra di certi livelli, potrebbe inoltre modificare la salinità marina andando a modificare le correnti e di conseguenza la quantità e la qualità delle precipitazioni.

Attualmente si sta osservando ad un aumento delle precipitazioni in Antartide con un conseguente aumento degli spessori dei ghiacci, concomitantemente ad una riduzione della superficie della calotta Artica e dei ghiacciai della Groenlandia. Nel 1996 lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia contava per circa 90 km3 l'anno; nel 2005 si è arrivati a circa 220 km3 l'anno. Complessivamente, recenti osservazioni satellitari hanno rilevato che il bilancio complessivo delle superfici ghiacciate sulla Terra è negativo per una percentuale compresa tra l'1 e il 1,5% per decennio evidenziando come il fenomeno del riscaldamento globale sia effettivamente in corso ed in costante aumento.

Tali cambiamenti senza dubbio porteranno a significative modificazioni degli habitat naturali andando ad incidere profondamente anche sugli equilibri socio-economici del pianeta soprattutto in termini di disponibilità di risorse idriche (precipitazioni e superfici fluviali e lacustri, si veda ad esempio la storia del Lago Ciad) e di possibilità di sostenere sistemi agricoli intensivi.

L'aumento delle temperature contribuisce inoltre alla possibilità di inserimento di specie tropicali in climi precedentemente temperati (e.g. la zanzara tigre, ma anche pesci, malattie tropicali o specie agrarie) come il bacino del Mar Mediterraneo. Si ritiene che le maggiori temperature possano anche aumentare la frequenza e l'intensità dei fenomeni di eutrofizzazione.

Risulta comunque tuttora molto difficile prevedere cone realmene influirà sul sistema pianeta l'attuale riscaldamento globale. Questo è principalmente legato alla natura stessa della meteorologia che è una scienza ancora giovane che si trova a studiare sistemi non lineari multifattoriali che impediscono previsioni accurate a medio-lungo termine. Gli scenari oggi proposti presentano dunque ancora molte incognite e divergenze, alcuni di essi ad esempio ritengono che un inabissamento della Corrente del Golfo (favorito dalla diminuzione della salinità nelle acque atlantiche) potrebbe innescare addirittura un raffreddamento del continente europeo facendo entrare quest'area in una nuova Era Glaciale.

Il dibattito scientifico

Per analizzare in modo accurato le modificazioni del clima, le Nazioni Unite hanno costituito una Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC) che raccoglie accademici provenienti delle nazioni del G8. l'IPCC ha rilasciato nel corso degli anni diversi documenti in cui si afferma che la temperatura globale media è aumentata di ca. 0,7 °C dalla fine del XIX secolo e che "la maggior parte del riscaldamento osservato durante gli ultimi 50 anni è attribuibile alle attività umane" [2]

Le conclusioni raggiunte dall'IPCC sono rafforzate anche da un'analisi di oltre 928 paper pubblicati nella letteratura scientifica dal 1993 ad oggi in cui si osserva che il 75% degli articoli accetta, esplicitamente o implicitamente, la tesi scientifica del contributo antropico al riscaldamento, mentre il restante 25% degli articoli copre unicamente metodologie o paleoclimatologia per cui non esprime opinioni in merito. Non mancano comunque ricercatori scettici sul ruolo antropico nell'attuale riscaldamento e soprattutto sulla reale efficacia delle misure indicate per contenerlo. Le criticità estresse da tali ricercatori, sebbene rappresentino una ridotta minoranza nella comunità scientifica, come evidenziato anche da un articolo pubblicato su Science nel dicembre 2004 [3] sono state raccolte in un recente Documentario della CBC[4].

In particolare è tutt'oggi tema di accese discussioni la reale entità e gli effetti del riscaldamento. Di certo il clima terrestre non si può considerare come un sistema statico avendo presentato nella sua storia cambiamenti graduali ma intensi anche senza l'intervento dell'uomo. Sia ai tempi dell'Impero Romano che nel medioevo le temperature medie erano più alte di oggi, permettendo la colonizzazione della Groenlandia e la coltivazione estesa di viti nell'Europa del Nord. Entrambi questi periodi sono stati seguiti da periodi di raffreddamento climatico: a Londra il fiume Tamigi gelava tanto da permettere il passaggio a cavallo e lo svolgimento di mercati natalizi sul ghiaccio.

Secondo alcuni studiosi gli effetti del riscaldamento climatico antropico potrebbero essere molto maggiori se non vi fosse stata una relativa riduzione dell'irraggiamento solare dovuta all'inquinamento atmosferico. Paradossalmente, una riduzione dell'inquinamento (in particolare degli SOx e del particolato), potrebbe portare ad un aumento delle temperature superiore a quanto ipotizzato [5].

Il dibattito politico

Il graduale incremento dei dati scientifici disponbili sul riscaldamento globale ha alimentato un forte dibattito politico che ha, negli ultimi anni, iniziato a considerare tra le sue priorità anche il contenimento delle emissioni dei gas serra e l'utilizzo di fonti energetiche alternative/rinnovabili.

 

PROTOCOLLO DI KYOTO                                      

 Il Protocollo di Kyoto è un trattato internazionale in materia di ambiente sottoscritto nella città giapponese l'11 dicembre 1997 da più di 160 paesi in occasione della Conferenza COP3 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ed il riscaldamento globale.

È entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica da parte della Russia. Il 16 febbraio 2007 si è celebrato l'anniversario del 2° anno di adesione al Protocollo di Kyoto, e lo stesso anno ricorre il decennale dalla sua stesura.

 Termini e condizioni

Il trattato prevede l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una drastica riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio e altri cinque gas serra, precisamente metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoro di zolfo) in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni rispettivamente registrate nel 1990 (considerato come anno base), nel periodo 2008-2012.

È anche previsto lo scambio (acquisto e vendita) di quote di emissione di questi gas.

Perché il trattato potesse entrare nella pienezza di vigore si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni firmatarie, e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004, quando anche la Russia ha perfezionato la sua adesione.

Premesso che l’atmosfera contiene 3 milioni di megatonnellate (Mt) di CO2, il protocollo prevede che i Paesi industrializzati riducano del 5% le proprie emissioni di quel gas. Il mondo immette 6.000 Mt di CO2, 3.000 dai Paesi industrializzati e 3.000 da quelli in via di sviluppo. Per cui con Kyoto dovrebbe immetterne 5.850 anziché 6.000, sul totale di 3 milioni: dato l'elevatissimo costo della riduzione è facile capire perché il protocollo non abbia raggiunto grandi adesioni.

Paesi aderenti

Australia e Stati Uniti hanno firmato ma hanno poi rifiutato di ratificare il trattato.

Nel novembre 2001 si tenne la Conferenza di Marrakech, settima sessione della Conferenza delle Parti. In questa sede 40 Paesi sottoscrissero il trattato. Due anni dopo più di 120 paesi avevano aderito, sino appunto alla detta adesione e ratifica della Russia, considerata importante poiché questo paese produce da solo il 17,6% delle emissioni.


I paesi in via di sviluppo, al fine di non ostacolare la loro crescita economica frapponendovi oneri per essi particolarmente gravosi, non sono stati invitati a ridurre le loro emissioni.

Nel dicembre 2006 gli stati aderenti erano 169

Paesi non aderenti

Tra i paesi non aderenti figurano gli Stati Uniti, responsabili del 36,1% del totale delle emissioni (annuncio fatto nel marzo 2001).

In principio, il presidente Clinton aveva firmato il Protocollo durante gli ultimi mesi del suo mandato, ma George W. Bush, poco tempo dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ritirò l'adesione inizialmente sottoscritta dagli USA.

Alcuni stati e grandi municipalità americane, come Chicago e Los Angeles, stanno studiando la possibilità di emettere provvedimenti che permettano a livello locale di applicare il trattato, il che comunque non sarebbe un successo indifferente: basti pensare che gli stati del New England, da soli, producono tanto biossido di carbonio quanto un grande paese industrializzato europeo come la Germania.

Anche l'Australia ha annunciato che non intende aderire all'accordo, per non danneggiare il proprio sistema industriale.

Non hanno aderito neanche Croazia, Kazakistan e Monaco.

 

Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici

 La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l'acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell'ipotesi di riscaldamento globale.

Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati "protocolli") che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyoto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.

Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo obiettivo dichiarato è "raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire inferferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico".

Stati dell'Annesso I e dell'Annesso II, e Paesi in via di sviluppo

Paesi dell'Annesso I

Paesi dell'Annesso I (Paesi industrializzati): Australia, Austria, Bielorussia, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Federazione Russa, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Giappone, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d'America, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Unione Europea.

Paesi dell'Annesso II

Paesi dell'Annesso II (nazioni sviluppate che pagano per i costi dei PVS): Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Unione Europea, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Giappone, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti d'America.

Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC)

La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) fu aperta alle firme nella Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente e lo Sviluppo del 1992, a Rio de Janeiro. Il 12 giugno 1992, 154 nazioni avevano firmato la UNFCCC, che dopo la ratifica obbligava i governi a perseguire un "obiettivo non vincolante" per ridurre le concentrazioni atmosferiche dei gas serra con l'obiettivo di "prevenire interferenze antropogeniche pericolose con il sistema climatico terrestre". Queste azioni erano dirette principalmente ai paesi industrializzati, con l'intenzione di stabilizzare le loro emnissioni di gas serra ai livelli del 1990 entro il 2000; altre responsabilità ricadevano invece su tutte le parti della convenzione. Le nazioni firmatarie concordarono di riconoscere "responsabilità comuni ma differenziate", con maggiori responsabilità per la riduzione delle emissioni di gas serra nel breve periodo per i Paesi sviluppati, elencati nell'Annesso I dell'UNFCCC e denominati Paesi dell'Annesso I.

Secondo i termini dell'UNFCCC, avendo ricevuto le ratifiche di più di 50 Paesi, il trattato entrò in vigore il 24 marzo 1994. Da quel momento, le parti si sono incontrate annualmente nella Conferenza delle Parti (COP) per analizzare i progressi nell'affrontare il cambiamento climatico, iniziando da metà degli anni 1990, per negoziare il Protocollo di Kyoto per stabilire azioni legalmente vincolanti per i Paesi sviluppati per ridurre le loro emissioni di gas serra.

Le Conferenze delle Parti (COP)

COP-1, il Mandato di Berlino

La Conferenza delle Parti dell'UNFCCC si incontrò per la prima volta a Berlino (Germania nella primavera del 1995, ed espresse timori sull'adeguatezza delle azioni degli stati ad adempiere gli obblighi della Convenzione. Questi furono espressi in una dichiarazione ministeriale delle Nazioni Unite conosciuta come il "Mandato di Berlino", che stabiliva una fase di analisi e ricerca (Analytical and Assessment Phase, AAP) di due anni, per negoziare un "insieme completo di azioni" da cui gli Stati potessero scegliere quelle più adeguate per ognuno di essi, in modo che fossero le migliori dal punto di vista economico e ambientale. Il Mandato di Berlino esentò i Paesi non-Annesso I da obblighi vincolanti addizionali, in ragione del principio delle "responsabilità comuni ma differenziate" stabilito dalla UNFCCC, sebbene si ipotizzasse che le grandi nazioni di nuova indistrializzazione sarebbero diventate i più grandi emettitori di gas serra nei 15 anni a venire.

COP-2, Ginevra, Svizzera

La Seconda Conferenza delle Parti dell'UNFCCC (COP-2) avvenne in Luglio 1996 a Ginevra (Svizzera. La sua dichiarazione ministeriale fu adottata il 18 luglio e rifletteva la posizione statunitense presentata da Timothy Wirth, all'epoca Sottosegretario agli Affari Generali per il Dipartimento di Stato americano:

  1. Accettando i rilievi scientifici sui mutamenti climatici descritti dal Pannello Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) nel suo secondo rapporto (1995);
  2. Rigettando "politiche armonizzate" uniformi in favore della flessibilità;
  3. Stabilendo la necessità di "obblighi a medio termine legalmente vincolanti".

COP-3, il Protocollo di Kyoto sul Cambiamento Climatico

Il Protocollo di Kyoto fu adottato nella COP-3, svoltasi nel dicembre 1997 a Kyoto (Giappone), dopo tese negoziazioni. Molte nazioni industrializzate e alcune economie centroeuropee in transizione (definite come Paesi dell'Annesso B) concordarono su riduzioni legalmente vincolanti delle emissioni di gas serra, in media di 6%-8% rispetto ai livelli del 1990, fra gli anni 2008 e 2012. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre le loro emissioni totali del 7% rispetto ai loro livelli del 1990. L 'Amministrazione di Bill Clinton, nel budget del 2001 incluse i finanziamenti per l'iniziativa per le tecnologie indirizzate a fronteggiare il cambiamento climatico (Climate Change Technology Initiative, CCTI).

COP-4, Buenos Aires

La COP-4 ebbe luogo a Buenos Aires (Argentina) nel novembre 1998. Si pensava che le problematiche rimaste irrisolte a Kyoto sarebbero state completate in questo incontro, ma la complessità e la difficoltà a raggiungere accordi si dimostrò insormontabile, per cui le parti adottarono un "Piano di azioni" biennale per avanzare le azioni e trovare meccanismi per l'implementazione del Protocollo di Kyoto, che doveva essere completato entro il 2000.

COP-5, Bonn, Germania

La quinta Conferenza delle PArti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici avvenen a Bonn (Germania), fra il 25 ottobre e il 4 novembre 1999. Fu principalmente una riunione tecnica, che non raggiunse conclusioni rilevanti.

COP- 6, L 'aia, Olanda

Quando si riunì la COP-6, fra il 13 e il 25 novembre 2000, a The Hague (Olanda), le discussioni evolvettero rapidamente verso una negoziazione ad alto livello sui maggiori temi politici. Questi inclusero la controversia sulla proposta degli Stati Uniti di permettere di ottenere crediti dai "sink" di carbonio (boschi e terre agricole), che averebbero soddisfatto buona parte della riduzione delle emissioni statunitensi; discordie riguardo le conseguenze correlate al mancato raggiungimento degli obiettivi di riduzioni; e difficoltà nel risolvere i problemi riguardo a come i PVS potessero ottenere assistenza finanziaria per contrastare gli effetti dei mutamenti climatici e raggiungere i loro obiettivi di raccolta dei dati di emissione e di possibile riduzione delle stesse. Nelle ore finali del COP-6, nonostante alcuni accordi preliminari tra gli USA e alcuni Stati europei, in particolare il Regno Unito, l'Unione Europea, guidata da Danimarca e Germania, rifiutò le posizioni di compromesso, e le discussioni in corso collassarono. Jan Pronk, il Presidente della COP-6, sospese i lavori senza giungere ad accordi, aspettando che le negoziazioni potessero riniziare. Fu quindi annunziato che gli incontri della COP-6, con la denominazione di "COP-6 bis, sarebbero riniziati a Bonn, nella seconda metà di luglio. Il successivo incontro delle parti dell'UNFCCC - COP-7 - fu quindi fissato a Marrakech, in Marocco, in ottobre-novembre del 2001.

COP-6 "bis," Bonn, Germania

Quando i negoziati del COP-6 ripresero a Bonn (16-27 luglio 2001), pochi progressi vennero fatti per risolvere le differenze che avevano prodotto una impasse a L'Aia. Comunque, questo incontro si svolse dopo che George W. Bush era diventato presidente degli Stati Uniti e aveva rigettato il protocollo di Kyoto a marzo. Come risultato la delegazione statunitense a questo meeting declinò la sua partecipazione ai negoziati relativi al Protocollo, e scelse di agire come osservatrice all'incontro. Mentre le altre parti negoziavano le questioni chiave, venne raggiunto l'accordo su gran parte delle principali questioni politiche, con grande sopresa della maggior parte degli osservatori, dato le scarse aspettative che precedetero l'incontro. Gli accordi comprendevano:

  1. Meccanismi: I meccanismi di "flessibilità", che gli USA avevano fortemente sostenuto quando il protogollo venne inizialmente stilato, comprendenti il commercio di emissioni; l'implementazione congiunta; ed il Meccanismo di Sviluppo Pulito o (Clean Development Mechanism - CDM in inglese), che fornisce sovvenzioni dalle nazioni sviluppate per le attività di riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, con un credito per le nazioni donatrici. Uno degli elementi chiave di questo accordo fu che non ci sarebbero stati limiti quantitativi al credito che una nazione poteva rivendicare per l'uso di questi meccanismi, ma che l'azione interna doveva costituire un elemento significativo degli sforzi di ogni nazione dell'Annesso II per andare incontro ai propri obiettivi.
  2. Abbattimento del carbonio: Venne concordato un credito per le numerose attività che assorbono carbonio dall'atmosfera o lo immagazzinano, comprendente la gestione di foreste e terreni coltivabili e la rivegetazione, senza un tetto complssivo sull'ammontare di credito che una nazione poteva pretendere per le attività di abbattimento. Nel caso della gestione forestale, un'appendice Z stabiliva tetti specifici per ogni nazione, per ogni paese dell'Annesso I, ad esempio, unn tetto di 13 milioni di tonnellate poteva essere accreditato al Giappone (il che rappresenta circa il 4% delle sue emissioni annue). Per la gestione delle terre coltivabili, le nazioni potevano ricevere crediti solo per miglioramenti rispeto ai livelli del 1990.
  3. Conformità: l'azione finale sulle procedure di conformità e i meccanismi rigiardanti la non-conformità a quanto previsto dal protocollo vennero rinviati al COP-7, ma inclusero un ampio abbozzo delle conseguenze per il mancato rispetto degli obiettivi sulle emissioni che avrebbero incluso un requisito di ricompensa delle insufficienze di 1,3 tonnellate a 1, la sospensione del diritto di vendere crediti per un surplus nella riduzione di emissioni e richiedevano pianzo d'azione per la conformità a quanti non raggiungevano i loro obiettivi.
  4. Finanziamento: ­Tre nuovi fondi vennero concordati per fornire assistenza per i bisogni associati ai cambiamenti climatici; un fondo per le nazioni meno sviluppate, in supporto ai Programmi d'Azione di Adeguanemto nazionale; e un fondo di adeguamento al Protocollo di Kyoto, sostenuto da una imposta sul CDM e da contributi colontari.

Una serie di dettagli operativi riguardanti queste decisioni rimase da negoziare e concordare, e furono l'oggetto principale dell'incontro COP-7 che seguì a questo.

COP-7, Marrakesh, Marocco

All'incontro del COP-7 di Marrakesh (Marocco) del 29 ottobre-10 novembre 2001, i negoziatori in effetti completarono il lavoro del Piano d'Azione di Buenos Aires, finalizzando gran parte dei dettagli operativi e creando le condizioni per cui le nazioni ratificassero il protocollo. La delegazione statunitense continuò ad agire come osservatrice, declinando la partecipazione a negoziati attivi. Altre parti continuarono ad esprimere la speranza che gli USA rientrassero nel processo ad un certo punto, ma indicarono la loro intenzione di cercare la ratifica da parte del numero richiesto di nazioni per far entrare in vigore il protocollo (55 nazioni, rappresentanti il 55% delle delle emissioni di anidride carbonica dei paesi sviluppati nel 1990). Venne proposta una data per l'entrata in vigore del protocollo: l'agosto/settembre 2002, in coincidenza con il Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile (WSSD) da tenersi a Johannesburg (Sudafrica).

Le principali decisioni del COP-7 comprendevano:

  • Regole operative per il commercio internazionale delle emissioni tra le parti del protocollo, per il CDM e per l'implementazione congiunta;
  • Un regime di conformità che delinei le conseguenze del mancato rispetto degli obiettivi, ma demandi alle parti del protocollo, una volta entrato in vigore, di decidere se queste conseguenze sono vincolanti dal punto di vista legale;
  • Procedure di contabilizzazione per i meccanismi di flessibilità;
  • Una decisione per considerare al COP-8 come ottenere una revisione dell'adeguatezza degli impegni che possa spingere verso una discussione sugli impegni dei futuri paesi in via di sviluppo.

COP-8, Nuova Delhi, India

23 ottobre - 1 novembre 2002

COP-9, Milano, Italia

Fra il e il 12 dicembre 2003. La Conferenza ha stabilito interessanti novità legate in particolar modo ai progetti di riduzione delle emissioni legate alle attività di Afforestazione/Riforestazione (A/R projects).

COP-10, Buenos Aires, Argentina

Fra il 6 e il 17 dicembre 2004.

COP-11, Montreal, Canada

La conferenza di Montreal, COP-11, si è tenuta a Montreal (Canada), fra il 28 novembre e il 9 dicembre 2005, in concomitanza con la prima riunione delle parti (MOP) del Protocollo di Kyoto.

COP-12, Nairobi, Kenia

Dal 6 al 17 novembre 2006 si è tenuta la COP-12 - MOP-2 di Nairobi, in Kenya. La Conferenza è stata incentrata sul maggiore coinvolgimento degli stati africani nei progetti di Clean Development Mechanism (CDM) e sulla possibilità di rendere eleggibili come progetti CDM i progetti di stoccaggio e sequestrazione della CO2 (CCS- Carbon Capture and Storage). La Conferenza è stata un passo in avanti anche verso la definizione di nuovi obiettivi di riduzione per il periodo post-2012. Tuttavia le parti coinvolte non hanno stabilito obiettivi di riduzione specifici per il periodo 2013-2018, come da alcuni auspicato.

Disboscamento

Il disboscamento, o deforestazione, consiste nell'abbattimento degli alberi per motivi commerciali o per sfruttare il terreno per la coltivazione.

Fin dall'antichità si disbosca per ottenere la legna da ardere per il riscaldamento domestico o da usare come materiale da costruzione, per ottenere nuovi terreni da destinare all'agricoltura e all'espansione urbana. Questo fenomeno interessa soprattutto le aree tropicali dove vengono eseguite con il metodo del "taglia e brucia": dapprima si abbattono gli alberi e poi si incendia il sottobosco rimanente. Una volta terminato l'incendio si sarà depositata sul terreno della cenere che fertilizza il terreno.

Questo sistema arreca gravi danni all'equilibrio dell'ambiente naturale, infatti la cenere fertilizza per poco tempo il terreno, in tutto e per tutto mentre la distruzione del sottobosco distrugge l'habitat della foresta pluviale accelerando fenomeni erosivi del terreno. Dopo pochi anni si deve abbandonare il terreno e diboscare un'altra area. Inoltre l'utilizzo del fuoco è molto pericoloso perché danneggia la fauna e spesso sfugge al controllo causando danni ancora più gravi. Questo fenomeno, purtroppo ancora molto frequente nella foresta amazzonica e in crescita in molte altre aree del pianeta porta via molti alberi al polmone verde della Terra. I paesi maggiormente interessati da questo fenomeno (spesso anche connesso con attività illegali) sono Cina, Colombia, Congo, Brasile, India, Indonesia, Myanmar, Malesia, Messico, Nigeria e Thailandia, che insieme compiono più del 70% di diboscamento mondiale.

I danni della deforestazione

Le piante verdi aiutano a mantenere stabile la concentrazione in anidride carbonica nell'atmosfera (attraverso la fotosintesi clorofilliana). L'utilizzo di combustibili fossili ed il diboscamento stanno causando un aumento di CO2 nell'atmosfera, che ha diretta influenza in fenomeni come l'effetto serra ed il riscaldamento globale. Gli effetti negativi del diboscamento sono numerosi e comprendono:

  • l'effetto serra
  • desertificazione nei territori secchi
  • erosione, frane e smottamenti nei territori piovosi e collinari
  • inquinamento degli ecosistemi acquatici (a causa del dilavamento delle acque)
  • sottrazione di risorse per le popolazioni indigene

Il diboscamento (sia volontario che non voluto) è il risultato della rimozione di alberi senza che vi sia una riforestazione sufficiente. Ci sono molte cause di ciò, che possono variare da una lenta degradazione forestale ad improvvisi incendi, ad intense attivita di pascolo. Mentre il diboscamento delle foreste pluviali tropicali ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica, le foreste torride tropicali stanno scomparendo ad una velocità sostanzialmente più alta. Invece di catturare le precipitazioni, che filtrano poi nel sottosuolo, le aree diboscate diventano aree di veloce deflusso acquifero superficiale. Il diboscamento contribuisce inoltre ad una riduzione dell' evapotraspirazione, che diminuisce l'umidità atmosferica e le precipitazioni; ad esempio nel Nord e nel Nord-ovest della Cina la media delle precipitazioni annuali è diminuita di un terzo tra il 1950 e il 1985. Anche la produzione di legname può essere una causa di diboscamento, ma in misura inferiore alle cause su esposte. Le foreste sono un'importante riserva di carbone, sono fondamentali per il ciclo del carbonio, risanando l'aria dall' anidride carbonica e altri agenti inquinanti.
I boschi e le foreste sono inoltre importantissimi ecosistemi con una elevatissima biodiversità in cui vivono numerosissime specie viventi.
Sono anche oggetto di bellezza estetica, naturalistica e culturale. Il diboscamento comporta la perdita di questi valori e del rispetto delle foreste e in generale dell'ambiente.

Controllare la deforestazione

I metodi per controllare e ridurre la deforestazione sono numerosi, ma tutti dipendono dalla volontà politica di attuarli, anche in contrasto con forti interessi economici.

Fra questi vi è prima di tutto una agricoltura sostenibile, che attui sistemi di rotazione delle colture e che utilizzi meno territorio. Questo non è affatto scontato nei paesi in via di sviluppo dove la popolazione è in rapida crescita.

Una corretta gestione delle foreste è alla base di tutto. Alla Conferenza di Rio del 1992 si è proposto un sistema gestione forestale sostenibile (GFS), con lo scopo di controllare il patrimonio e gli ecosistemi forestali a livello mondiale. A questo è seguita la formazione di alcune organizzazioni come il Forest Stewardship Council, attivo per la salvaguardia delle foreste tropicali, del Nord America e dell'Europa: FSC certifica i prodotti costituiti da materie prime che non cosnumano il patrimonio forestale.

Purtroppo la deforestazione continua ad avanzare, e si sta rendendo necessario attuare politiche di riforestazione. Ad esempio in Cina il governo ha chiesto ai cittadini di contribuire piantando alberi. Anche numerose associazioni si occupano della riforestazione, ma purtroppo sembra che gli sforzi non siano completamente condivisi a livello mondiale. L'unico paese che ha aumentato il proprio patrimonio boschivo nel corso del XX secolo mediante politiche governative è Israele. In Europa il disboscamento sembra aver rallentato la sua corsa, ma in paesi come l'Italia questo sembra più essere dovuto all'abbandono del patrimonio boschivo e in parte di quello agricolo, piuttosto che ad una loro oculata gestione.

Desertificazione

La desertificazione è il processo di degradazione del suolo causato da numerosi fattori, tra cui variazioni climatiche e attività umane.

La desertificazione spesso ha origine dallo sfruttamento intensivo della popolazione che si stabilisce nel territorio per coltivarlo oppure dalle necessità industriali e di utilizzo per il pascolo.

Analisi e studi

La comunità internazionale ha da tempo riconosciuto la desertificazione come uno dei maggiori problemi economici, sociali e ambientali in vari paesi del mondo. La desertificazione infatti riduce drammaticamente la fertilità dei suoli e, di conseguenza, la capacità di un ecosistema, seppur in origine desertico o semi-desertico, di produrre servizi.

Secondo la Convenzione sulla Diversità Biologica i servizi degli ecosistemi sono da considerarsi elementi essenziali per la vita di una comunità sia in paesi industrialmente avanzati sia, e forse in maniera anche maggiore, in paesi in via di sviluppo.

I servizi degli ecosistemi sono generalmente descritti in:

  • Servizi di fornitura: ad es. cibo, acqua, legno e fibre;
  • Servizi di regolazione: ad es. stabilizzazione del clima, assetto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclaggio dei rifiuti, qualità dell'acqua;
  • Servizi culturali: ad es. i valori estetici, ricreativi e spirituali;
  • Servizi di supporto: ad es. formazione di suolo, fotosintesi, riciclo dei nutrienti.

Nel 1977 la Conferenza delle Nazioni Unite sulla Desertificazione (UNCOD, dall'inglese United Nations Conference on Desertification) adottò il «Piano d'Azione per Combattere la Desertificazione» (PACD, dall'inglese Plan of Action to Combat Desertification).

Nonostante gli sforzi compiuti per la realizzazione di questo piano, uno studio dell'UNEP del 1991 concluse che, malgrado si possano registrare alcuni esempi localizzati di successo, il processo di degrado della terra in zone aride, semi-aride e subumide si era generalmente intensificato. Le attività specifiche di questo piano prevedevano, fra le altre, la creazione di filari di alberi, spesso eucaliptus o altre specie aliene alla flora del paese, per frenare l'avanzata del deserto.

Il concetto di desertificazione si è quindi progressivamente evoluto nel corso degli anni nel tentativo di definire un processo che, seppur caratterizzato da cause locali, sta sempre più assumendo la connotazione di un problema globale.

Al «Summit di Rio» si decise inoltre di istituire un "Comitato di Negoziazione Intergovernativo" per preparare, entro il giugno del 1994, una convenzione per combattere la desertificazione in quei paesi che soffrono di gravi siccità, particolarmente in Africa. Il 17 giugno 1994, a Parigi, la UNCCD - United Nations Convention to Combat Desertification in Countries experiencing Serious Drought and/or Desertification, Particularly in Africa (Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono di Gravi Siccità, particolarmente in Africa) fu adottata.

La Convenzione è entrata in vigore nel dicembre del 1996, 90 giorni dopo la ratifica del cinquantesimo paese. Ad oggi, la Convenzione conta 191 Paesi e la prima Conferenza delle Parti si tenne nell'ottobre del 1997 a Roma.

La definizione attualmente accettata dalla comunità internazionale è quella proposta dalla UNCCD che definisce la desertificazione come:

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«degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività umane.
[...] L'espressione "degrado delle terre" designa la diminuzione o la scomparsa, nelle zone aride, semi-aride e subumide secche, della produttività biologica o economica e della complessità delle terre coltivate non irrigate, delle terre coltivate irrigate, dei percorsi, dei pascoli, delle foreste o delle superfici boschive in seguito all'utilizzazione delle terre o di uno o più fenomeni, segnatamente di fenomeni dovuti all'attività dell'uomo e ai suoi modi d'insediamento.»

 

(UNCCD)

Il termine desertificazione si configura quindi come un generico degrado delle terre in particolari ambiti climatici, e non necessariamente come l'espansione dei deserti (desertizzazione).

Cause

Le cause che maggiormente contribuiscono al processo di desertificazione sono molte e complesse e comprendono, oltre alle classiche attività di deforestazione, sovrapascolo, cattive pratiche di irrigazione e, più genericamente pratiche di uso del suolo non sostenibili, anche alcuni complessi meccanismi relativi al commercio internazionale.

È però interessante notare che la UNCCD ammette che anche alcuni parametri sociali e politici contribuiscono significativamente al processo di desertificazione delle terre, fra questi il livello di povertà e l'instabilità politica. La Convenzione cerca quindi di promuovere azioni locali, possibilmente con idee nuove ed approcci innovativi, e che beneficino di partenariato internazionale. Questo perché i cambiamenti da effettuare sono sia a livello locale che internazionale.

Zone interessate dal fenomeno

La desertificazione interessa particolarmente zone dell'Africa confinaniti con il Sahara che si espande e con i deserti in Arabia e della zona mediorientale.

Altre zone a rischio di desertificazione sono: la parte occidentale dell'America del Nord e di quella del Sud. Anche il deserto australiano è in espansione.

In Italia, sono interessate da questo fenomeno in particolare le Regioni Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria.

 Chi è la UNCCD

La Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono di Gravi Siccità, particolarmente in Africa, o Convenzione contro la desertificazione (UNCCD), viene aperta alla firma dei Paesi il 17 Giugno 1994 a Parigi, ed è entrata in vigore a Dicembre 1996, 90 giorni dopo la ratifica del cinquantesimo paese. Ma la sua storia è lunga e tortuosa.

 Gas serra

Sono chiamati gas serra quei gas presenti in atmosfera, di origine sia naturale che antropica, che assorbono ed emettono a specifiche lunghezze d'onda nello spettro della radiazione infrarossa, emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera e dalle nuvole. Questa loro proprietà causa il fenomeno noto come effetto serra.

Il vapore acqueo, l'anidride carbonica (CO2), l'ossido di diazoto (N2O), il metano (CH4) e l'ozono (O3) sono i gas serra principali nell'atmosfera terrestre.

Oltre a questi gas di origine anche naturale, esiste un'ampia gamma di gas serra rilasciati in atmosfera di origine esclusivamente antropica, come gli alocarburi, tra i quali i più conosciuti sono i clorofluorocarburi (CFC), e molte altre molecole contenenti cloro e fluoro dannose per lo strato di ozono stratosferico, trattate nel Protocollo di Montreal. I gas alogenati sono emessi in quantità molto inferiori rispetto a CO2, CH4 e N2O ma possono avere un ciclo di vita molto lungo e un forte effetto come forzante radiativa, da 3.000 a 13.000 volte superiore a quella dell’anidride carbonica. L’insieme di queste due caratteristiche è chiamato Global Warming Potential (GWP, potenziale di riscaldamento globale).

Il GWP, che rappresenta l'effetto combinato del tempo di permanenza in atmosfera di ogni gas e la relativa efficacia specifica nell'assorbimento della radiazione infrarossa emessa dalla Terra, è una misura di quanto un dato gas serra contribuisca al riscaldamento globale rispetto alla CO2. I GWP sono calcolati dall'Intergovernmental Panel on Climate Change e sono utilizzati come fattori di conversione per calcolare le emissioni di tutti i gas serra in emissioni di CO2 equivalente.

Il Protocollo di Kyoto regolamenta le emissioni di CO2, N2O, CH4, esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs) e perfluorocarburi (PFCs).

 

Sviluppo sostenibile

Lo sviluppo sostenibile è una forma di sviluppo (che comprende lo sviluppo economico, delle città, delle comunità eccetera) che non compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare nello sviluppo preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali (che sono esauribili, mentre le risorse sono considerabili come inesauribili). L'obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi, operante quindi in regime di equilibrio ambientale.

Prima definizione del concetto

La prima definizione in ordine temporale è stata quella contenuta nel rapporto Brundtland (dal nome della presidente della Commissione,