Home Chi siamo Il G.R.A. G.R.A. a Selvazzano

Il nostro Comune

Articoli

Ambiente Iniziative Animali Contatti

a

Medicina Notizie - Malattie e Cure 

 

09-04-2008

Infarto: da un'alga un gel che evita ulteriori danni al cuore

Un gel derivato da un'alga potrebbe essere il sistema giusto per evitare ulteriori danni ai tessuti in chi ha subito un attacco di cuore.Il gel viene iniettato nel cuore dopo che ha subito l'infarto, e aiuta i tessuti a non subire ulteriori danni mentre si rigenerano.

Se i primi trial andranno bene e' gia' pronto un nuovo round su qualche centinaio di pazienti, mentre la commercializzazione potrebbe avvenire nel 2011. L 'alginato, questo il nome della sostanza, viene iniettato nella parte del cuore da ricostruire, dove forma una struttura attorno alla quale possono rigenerarsi le cellule.

Dopo sei settimane, il composto si biodegrada completamente e lascia l'organismo.'Questo trattamento - ha spiegato Jonathan Leor dell'Università di Tel Aviv - potrebbe rivoluzionare la cura di chi ha subito un grosso attacco di cuore'.

New Scientist

 

18-03-2008
Realizzata nuova aspirina senza effetti collaterali

 Il nuovo farmaco ottenuto dai ricercatori si ricava 'aggiungendo' all'acido acetilsalicilico un altro 'pezzo' di molecola. L'aspirina risultante ha mostrato nei test preliminari le stesse proprieta' antinfiammatorie e di protezione del sistema cardiovascolare ma senza i danni a carico delle pareti dello stomaco.

Il gruppo aggiunto alla molecola tradizionale si chiama nitrossiacile, e puo' avere lunghezza variabile. I minori effetti sullo stomaco dell'aspirina modificata sono dovuti sia a un maggiore assorbimento da parte del sangue senza che i succhi gastrici riescano ad attaccarla, sia al rilascio da parte del 'pezzo' di molecola aggiuntivo di ossido di azoto, che ha anche da solo un effetto protettivo.

'Anche se devono essere fatti ulteriori test a conferma - hanno scritto gli autori, coordinati da Alberto Gasco dell'universita' di Torino - questi composti possono rappresentare alternative più sicure all'aspirina in moltissime applicazioni cliniche'.

Journal of Medicinal Chemistry

 
Lo stress può avere effetti sulla memoria anche in breve tempo

13-03-2008

Lo stress influenza negativamente l'apprendimento e la memoria anche in breve tempo. A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori della University of California in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience.

Che situazioni di forte stress che durano settimane o mesi possano danneggiare le cellule cerebrali che si trovano nell'area del cervello responsabile dell'apprendimento e della memoria era già noto, ma che lo stress abbia lo stesso effetto in tempi più brevi è di sicuro una scoperta fatta soltanto grazie a questo studio.

I ricercatori hanno identificato un nuovo processo che provoca questi effetti in situazioni di stress. La novità è che ad essere coinvolto non è soltanto il cortisolo, noto ormone dello stress che circola in tutto il corpo, ma che nello stress acuto si attivano delle molecole chiamate 'corticotropina' che rilasciano ormoni, responsabili dell'interruzione del processo che permette al cervello di immagazzinare i ricordi.

'Lo stress è una costante nella nostra vita e non può essere evitato', ha detto Tallie Baram, coordinatrice dello studio. 'I nostri risultati - ha aggiunto - possono svolgere un ruolo importante nello sviluppo di farmaci che possano evitare questi effetti indesiderati e offrire intuizioni sul perché alcune persone dimenticano o hanno difficoltà a mantenere le informazioni durante situazioni di stress'.

 

 

 

 

 

 

 

Osteopatia e sciatalgia

La sciatalgia si riferisce al dolore o afflizione associati al nervo sciatico. Questo nervo scorre dalla parte inferiore del tratto spinale, verso la parte posteriore della gamba fino al piede. Un trauma o una pressione sul nervo sciatico può causare il caratteristico “dolore sciatico”: un dolore lancinante e bruciante che s’irradia dalla bassa schiena o anca, seguendo il percorso del nervo sciatico fino ad arrivare al piede.

Descrizione

Il nervo sciatico è il più grande ed il più lungo nervo del corpo. Circa lo spessore del pollice di una persona, questo nervo s’origina nella regione lombare, che è la parte più bassa della colonna vertebrale, e si estende fino al piede. Esso si dirama dalla schiena, passa tra le vertebre (componenti ossei del tratto spinale) e scorre attraverso la griglia pelvica o osso dell’anca. Il nervo passa attraverso l’articolazione dell’anca e continua giù verso la parte posteriore della gamba fino al piede.

La sciatalgia è un disturbo molto comune e circa 40% della popolazione l’esperimenta nella loro vita. Comunque, solo circa 1% presenta deficit motori o sensori nello stesso tempo. Il dolore sciatico può avere diverse cause ed il trattamento potrà basarsi sulla sottogiacente causa del problema.

Di solito, tra le cause identificabili del dolore sciatico, la radicolopatia lombosacrale e la tensione alla schiena sono le più frequentemente sospettate. Il termine lombosacrale si riferisce alla parte bassa della schiena, e la radicolopatia descrive un problema alle radici del nervo spinale che passa tra le vertebre e dà inizio al nervo sciatico. Quest’area tra le vertebre è ammortizzata con un disco intervertebrale che assorbe gli shock. Se questo disco slitta o è danneggiato a causa di una malattia o di un trauma, la radice del nervo spinale può essere compressa dal tessuto scivolato o dal corpo vertebrale stesso.

Questa compressione della radice del nervo invia un segnale di dolore al cervello. Sebbene il trauma attuale sia alla radice del nervo, il dolore può essere percepito come proveniente da una qualsiasi altezza lungo il nervo sciatico.
Il nervo sciatico può essere compresso anche in altre maniere. Uno stiramento della schiena può causare spasmi muscolari della zona lombare, che causano una pressione sul nervo sciatico. In rari casi, infezioni, cancro, infiammazioni delle ossa o altre malattie possono essere la causa della pressione.

Molto simile, ma spesso trascurata, è la sindrome del piriforme. Quando il nervo sciatico passa attraverso l’articolazione dell’anca, esso divide spazio con diversi muscoli. Uno di questi, il muscolo piriforme, è strettamente associato al nervo sciatico. In alcune persone, il nervo realmente corre attraverso il muscolo. Se il muscolo subisce un trauma o spasmi, il nervo sciatico viene compresso.

In molti casi, la causa specifica della sciatica non è mai identificata. Circa la metà degli individui si ristabiliscono da un episodio di sciatica entro un mese. Alcuni casi possono dilungarsi alcune settimane di più e possono richiedere un trattamento aggressivo. In altri, il dolore può ritornare o diventare potenzialmente cronico.

Cause e sintomi

Individui con sciatica possono sperimentare un dolore alla bassa schiena, ma il sintomo più comune è un dolore che s’irradia attraverso un gluteo e scende verso la parte posteriore della gamba. La causa più identificabile del dolore è la compressione o pressione del nervo sciatico. L’estensione e l’intensità del dolore varia da persona a persona.

Alcuni descrivono un dolore che si concentra nell’area dell’anca, altri sentono fastidio lungo tutta la gamba fino al piede. La qualità del dolore anche varia; essa può essere descritta come un pizzicore, un formicolio, un bruciore oppure come un dolore acuto e lancinante.

La manifestazione della sciatica può essere improvvisa, ma può anche svilupparsi gradualmente. Il dolore può essere intermittente o continuo, e alcune attività, tali come piegarsi, tossire, starnutire o sedersi possono peggiorarlo.

Il dolore cronico può presentarsi non solo a causa della compressione del nervo. D’accordo con alcuni ricercatori del dolore, il danno fisico sul nervo spiega solo una parte del problema. Una teoria in sviluppo propone che alcuni traumi nervosi comportano un rilascio di sostanze biochimiche dei neuro-trasmettitori e del sistema immunitario che aumentano e sostengono un “messaggio di dolore”.

Perfino quando un trauma è guarito, o quando il danno è stato riparato, il dolore può continuare. Il controllo di questo tipo anormale di dolore è difficile, tuttavia, ultimamente, vi è una strumentazione rivoluzionaria molto efficace adatta ad aiutare l’organismo a risolvere questo tipo di problema.

Diagnosi

Prima di trattare il dolore sciatico, l’Osteopata raccoglie tutte le informazioni possibili; chiede al paziente di dirgli la localizzazione esatta e la natura del dolore, da quanto tempo dura e se abbia subito un qualche incidente o abbia svolto un’attività inusuale prima della sua manifestazione.

Il mal di schiena causato da una malattia del disco, una sindrome del piriforme o uno stiramento della schiena devono essere differenziati da condizioni più gravi come cancro o infezione. La stenosi lombare , che provoca la riduzione del canale spinale, deve essere considerata, come anche la possibilità che vi sia una differenza d’altezza di una gamba rispetto all’altra.

Spesso, è realizzato un test chiamato “straight-leg-raising”, in cui la persona è distesa in posizione supina e il professionista alza la gamba colpita a diverse altezze. Questo test rivela la localizzazione del dolore e può anche rivelare se esso è causato da un problema discale.

Altri test, tali come fare la rotazione dell’articolazione dell’anca, servono a testare alcuni muscoli dell’anca dell’individuo. Qualsiasi dolore causato da questi movimenti può fornire informazioni sul coinvolgimento del muscolo piriforme, e la sua debolezza è testata con manovre addizionali per misurare la forza della gamba.

Ulteriori test possono essere realizzati, tali come la risonanza magnetica (RMN) e la tomografia (TAC). Altri test esaminano la conduzione dell’elettricità attraverso i tessuti nervosi ed includono studi sull’attività elettrica generata come contrazione muscolare (elettromiografia), velocità della conduzione nervosa e test del potenziale evocato.

Un test più invasivo coinvolge l’iniezione di una sostanza contrastante nello spazio tra le vertebre per fare delle immagini di RX del tratto spinale (mielografia), ma questa procedura è di solito realizzata soltanto se la chirurgia è richiesta. Tutti questi test possono rivelare problemi alle vertebre, al disco o al nervo stesso.

Trattamento osteopatico della sciatalgia

Il trattamento iniziale per la sciatica si focalizza nel sollievo del dolore. Per vampate molto dolorose o acute, è consigliabile riposo al letto per un’intera settimana insieme ai farmaci per il dolore ed antinfiammatori. Massaggio ed applicazione di calore possono essere suggeriti come complementari.

Quando il dolore lo permette, le manipolazioni e le mobilizzazioni Osteopatiche sono di grande beneficio. Sono consigliate Mobilizzazioni che si centrano nella parte bassa della schiena, glutei e muscoli hamstring. Le mobilizzazioni includono anche posizioni che riducano il dolore e procurino conforto. Corsetti possono talvolta essere utili in alcuni casi, ma la loro efficacia, in generale, è minima. Comunque, essi possono essere d’aiuto nella prevenzione delle esacerbazioni relazionate ad alcune attività o movimenti.

Con la diminuzione del dolore e il successo di una terapia iniziata presto, l’individuo è incoraggiato a seguire un programma di lunga durata per mantenere la salute della schiena e prevenire il ritorno del trauma. Un Osteopata può suggerire degli esercizi ed attività fisica regolare tali come acquagym o camminate. I pazienti sono istruiti a fare dei movimenti meccanici appropriati al corpo per minimizzare i sintomi durante un sollevamento leggero o altre attività.

Se il dolore è cronico e il trattamento conservativo fallisce, può essere consigliata la chirurgia per riparare un disco erniato o per tagliare una parte o tutto il muscolo piriforme, principalmente se c’è evidenza neurologica del danno nel nervo o nella sua radice.

Il massaggio è una forma di terapia consigliata, in particolare se il dolore sciatico sorge da uno spasmo muscolare. I sintomi possono anche essere alleviati dall’applicazione di ghiaccio nell’area dolorosa il più presto possibile quando il dolore appare. Il ghiaccio dovrebbe rimanere sull’area da 30-60 minuti diverse volte al giorno. Dopo 2-3 giorni, l’applicazione di una borsa di acqua calda può sostituire il ghiaccio. Un Osteopata può offrire soluzioni possibili per alleviare la pressione sul nervo sciatico ed il dolore che l’accompagna.

L’Agopuntura e Biofeedback possono anche essere utili come metodi di controllo del dolore. La Ginnastica Posturale Osteopatica può aiutare il paziente a migliorare la postura e prevenire ulteriori episodi di dolore sciatico.

PROGNOSI

La maggior parte dei casi di sciatica sono trattabili con farmaci per il dolore e con l’Osteopatia. Dopo 4-6 settimane di trattamento, un individuo dovrebbe essere capace di riprendere le sue attività normali.

ERNIA DEL DISCO LOMBARE

 

Ernia del disco e  radice nervosa

Cos'è

L' ernia del disco (freccia blu) ed il suo rapporto col nervo (la radice, freccia rossa) è rappresentata nella figura qui a sinistra.

Qui a destra è rappresentato l'aspetto nel cadavere, in una colonna vertebrale tagliata a metà (taglio sagittale).

Il disco sporge dal margine vertebrale e schiaccia la radice nervosa (il cordoncino bianco nella figura a sinistra) provocando dolore, spesso la sciatica.

Solitamente il disco ernia ai lati del legamento longitudinale posteriore (una sorta di nastro che unisce e copre i corpi vertebrali ed i dischi interposti) che è anche la zona prossima alla radice nervosa. Gli spazi L4-L5 ed L5-S1 (L sta per lombare e S per Sacrale!) sono interessati nel 95% con una quota rispettiva del 45 e 50%. Segue lo spazio L3-L4 col 5% circa. ernia del disco

Il dolore ed i più rari deficit muscolare o sfinterico corrispondono al livello dell'ernia discale e quindi al nervo compresso (la radice in termini medici ). Il livello L4-L5 interessa la radice di L5, L5-S1 interessa S1. L' ernia rimane di solito contenuta negli involucri naturali del disco (l'anulus), altre volte viene espulsa come frammento libero, che nel 70% dei casi migra verso il basso.

Il colpo della strega

Come si manifesta

Classicamente si manifesta in due tempi successivi: dolore lombare o lombalgia ("mal di schiena") cui col tempo si associa la sciatica, o dolore lungo la faccia posteriore dell'arto inferiore, fino alla pianta o al dorso del piede. Il dolore all'esordio può essere improvviso e violento, tanto da meritarsi il nome di "colpo della strega". Le figure a lato illustrano il colpo della strega, quindi la sede della lombalgia, e la distribuzione del dolore sciatico o sciatica.

 Il colpo della strega

Indica un mal di schiena improvviso e violento, che "blocca" il paziente in flessione. Questo atteggiamento persiste anche per molti giorni e si attenua quando il dolore comincia a calmarsi. La lombalgia spesso precede la sciatica, ma nella fase di acuzie il dolore lungo la gamba può "mascherare" la lombalgia, ed essere il sintomo rilevante

Sciatica,  il dolore alla gamba

La sciatica

L'ernia del disco si manifesta tipicamente con la sciatica, ossia dolore lungo la gamba (vedi la figura di fianco). Il dolore esprime la sofferenza radicolare (della radice nervosa, all'origine del nervo sciatico). Si tratta della radice di L5 o S1, con prevalenza dei sintomi verso il dorso (L5), o il malleolo esterno (l'osso che sporge sul collo del piede!) e la pianta del piede (S1). La cruralgia indica invece la sofferenza di L4, ed il dolore è nella parte anteriore della coscia.
Il dolore è accentuato dai movimenti della schiena, da posizioni protratte (specie la lunga permanenza in piedi o in posizione seduta), da tosse, starnuto e defecazione. Al contrario il giacere con le gambe flesse attenua il dolore.


Altri sintomi

Al dolore si associano parestesie (sensazioni anomale della gamba, tipo formicolii) e deficit sensitivi (45%), alterazioni dei riflessi (51%) ed ipostenia o diminuzione della forza (28%). La diminuzione della forza riguarda soprattutto i movimenti del piede e può essere verificata sollevandosi sui talloni o sulle punte.
Nel primo caso indica un deficit dell'estensore lungo dell'alluce e delle dita (sofferenza di L5), nel secondo caso un deficit del tricipite surale (sofferenza di S1).
Molto raramente l' ernia si manifesta con la sindrome della "cauda equina" ossia disturbi sensitivi perineali a sella e difficoltà nel controllo delle urine e delle feci, oltre che deficit della forza degli arti inferiori, specie nei movimenti del piede.

Esame clinico

Esame clinico

La manovra di Laségue

La presenza di sciatica viene verificata con la manovra di Laségue, che si esegue col paziente supino (sdraiato sul dorso): si eleva la gamba estesa fino a provocare tensione e poi dolore nel territorio sciatico (deve comparire al di sotto dei 60°). è positivo nell'83% dei casi specie nei pazienti giovani e per ernie L5-S1.

Il Laségue crociato (elevazione dell'arto non dolente) è positivo quando evoca dolore controlaterale indicando la presenza quasi certa di ernia (97%, ma con un'alta incidenza di falsi negativi). Per verificare la presenza di cruralgia si mette in tensione il nervo femorale, ossia col paziente prono (sdraiato sul ventre) si eleva la gamba.

La pressione nelle aree algiche, lungo i punti paravertebrali e lungo il decorso dei nervi interessati (sciatico o femorale) causa od accentua il dolore.

Talora bisogna differenziare la sofferenza radicolare da una patologia dell'anca.
Questa si evidenzia a ginocchio flesso o semiflesso, ruotando, abducendo e flettendo la coscia così da mettere in tensione l'articolazione coxo-femorale.

Ernia discale  lombare

l'ernia della risonanza

Gli esami strumentali

La sofferenza della radice è obiettivata dall'esame elettromiografico.
La radiografia diretta mostra la colonna vertebrale con le modificazioni (transitorie), indotte del dolore (irrigidimento, scoliosi etc.), o le modificazioni indotte da processi degenerativi (permanenti), come la riduzione dello spazio discale o la presenza di osteofiti. In proiezione laterale si valutano i diametri del canale neurale e la posizione delle faccette articolari, queste meglio evidenziabili in posizione obliqua.

La radiografia preoperatoria serve anche a rilevare eventuali malformazioni ossee congenite (lombarizzazione di S1 o sacralizzazione di L5), aiuta nella localizzazione dello spazio di interesse ed evidenzia l'ampiezza dello spazio interlaminare.

Anche la TC (tomografia computerizzata) rileva molti di questi elementi, ma soprattutto evidenzia il disco e l'ernia, permettendo la diagnosi e quindi l'eventuale intervento chirurgico.
Bisogna osservare l'entità del grasso periradicolare per avere un'idea della sofferenza radicolare e le dimensioni della radice.
La RM dimostra meglio la posizione dell'ernia in rapporto allo spazio discale (proiezione sagittale), un indizio fondamentale nel sospetto di recidive. Col gadolinio permette di differenziare la fibrosi dalla recidiva (che non si impregna), ed in caso di complicazioni, illumina la diagnosi mostrando bene lo pseudomeningocele, la discite, gli ascessi epidurali e la persistenza di frammenti erniari.
Qui a destra un esame RM con l'indicazione dell' ernia del disco.

La terapia conservativa medica e riabilitativa

Il trattamento deve essere in primo luogo conservativo. Si ricorre per questo all'uso di antinfiammatori ed antidolorifici, compreso i cortisonici.
Particolare rilievo assume il riposo a letto per qualche giorno in modo da evitare sollecitazioni meccaniche sulla colonna. Allo stesso scopo, specie per quei pazienti che per il dolore non riescono a riposare, può essere consigliabile, un busto ortopedico per qualche giorno.

Superata la fase algica, nelle persone anziane ed in quelle iposteniche, è opportuno un periodo di terapia fisica per rinforzare i muscoli addominali e para-vertebrali così da dare maggiore solidità alla colonna e ridurre le sollecitazioni meccaniche sulla radice. Anche le infiltrazioni possono attenuare la sintomatologia algica. Va da sé che in presenza di un'ernia voluminosa, anche in
rapporto alle dimensioni del canale, le probabilità di successo della terapia conservativa sono molto limitate.

 La terapia chirurgica

L' ernia del disco viene rimossa per via interlaminare, con la radice bene in vista. In genere la compressione è sulla spalla radicolare.
Altre volte tutta la radice risulta sollevata e l'ernia emerge nello spazio ascellare. I frammenti liberi devono essere senz'altro rimossi ricordando che un accanimento evacuativo può risultare dannoso se si trascurano i confini anteriori (lesione della vena cava) e può accentuare la cicatrizzazione o rallentare il recupero post-operatorio.

In linea di massima il rispetto delle condizioni anatomiche di base aiuta a prevenire la fibrosi, ma una decompressione radicolare insufficiente, specie in presenza di ipertrofia del massiccio articolare, provoca dispiacere al paziente ed al chirurgo.

 La terapia chirurgica ad accesso minimo

La microchirurgia permette di ingrandire tutte le strutture coinvolte, consentendo al chirurgo di essere più delicato nei movimenti e di operare in spazi minimi, quindi con scarsa cicatrice sul nervo. L'incisione cutanea è di 3- 5 cm , ma quel che più conta, l'area esposta intorno alla radice nervosa è di pochi millimetri, quindi con una cicatrice post operatoria nella zona "sensibile" minima, specie se viene rispettato il grasso periradicolare e peridurale, ed il legamento giallo.
La percentuiale di "successo" con questa metodica è superiore al 95%. L'endoscopia permette un accesso ancora più ridotto, ma non consente la visione tridimensionale e risulta più difficile la rimozione delle parti ossee e legamentose, quando queste, in individui non più giovani,
contribuiscano al conflitto con la radice nervose. In definitiva i risultati non sono ancora paragonabili a quelli della microchirurgia.

 Le tecniche percutanee o mininvasive

Le tecniche percutanee promettono molto ed in un certo senso potrebbero rivoluzionare la terapia dell'ernia del disco lombare. In particolare la coblazione si è dimostrata molto efficace, anche se è fondamentale la selezione dei casi da sottoporre all'intervento. I vantaggi fondamentali sono il ricovero limitato ad uno due giorni, compreso quello dell'intervento, l'assenza di cicatrici e la pratica in anestesia locale, quindi adatta anche per pazienti debilitati o anziani. Altre tecniche percutanee, quali ad esempio l' IDET, o la denervazione delle faccette, trovano indicazione in casi molto particolari.
L'endoscopia benchè efficace, è più invasiva della coblazione e la cicatrice residua è maggiore. Resta comunque una tecnica molto innovativa e suscettibile di ultariori sviluppi che interessano il trattamento delle stenosi, oltre che dell'ernia del disco. La nucleoaspirazione (suzione del disco attraverso una cannula) è oramai poco praticata. La chemonucleolisi è stata abbandonata.


Risultati
Il dolore radicolare scompare subito dopo l'intervento. La regressione degli altri sintomi non sempre è così immediata ed avviene con gradualità: nei primi giorni scompaiono le parestesie e ritorna la sensibilità, poi migliorano i riflessi e da ultimo la motilità (anche più di sei mesi). I risultati statistici indicano la scomparsa del dolore radicolare in più dell' 80% dei casi, mentre il dolore lombare ne risente meno favorevolmente.

Il recupero motorio è in genere buono (80%). I riflessi patellare ed Achilleo, se assenti preoperatoriamente, ricompaiono solo nel 40% dei casi. La persistenza del dolore subito dopo l'intervento indica una decompressione radicolare insufficiente; viceversa la comparsa del dolore a 3-5 giorni dell'intervento è in genere dovuta ad una temporanea riaccensione del processo infiammatorio conseguente all'intervento e regredisce con terapia cortisonica.


Bisogna considerare a parte i casi con compressione della cauda equina e con deficit motori evolutivi (frequentemente caduta del piede). In questi casi il recupero è lento e spesso incompleto. Circa il 30% dei pazienti con sindrome della cauda equina insorta acutamente continua ad avere disturbi sfinterici.

Complicanze chirurgiche

I rischi dell'approccio classico sono: 1) le infezioni della ferita, con una quota <1% di disciti ed ascessi epidurali; 2) un aumento del deficit motorio, eventualmente transitorio (3%); 3) la rottura del sacco durale (5%) con uno 0,3% di pseudomeningocele. Rarissime ma molto gravi sono le lesioni vascolari da sfondamento anteriore dello spazio discale.  

Ernia inguinale

 Il termine ernia indica la fuoriuscita di un viscere (cioè di un organo interno in una cavità corporea) o di parte di esso dalla cavità naturale che normalmente lo contiene.

Nello specifico il termine ernia inguinale indica la fuoriuscita di viscere dalla porta erniaria localizzata nella regione inguinale.

Questa fuoriuscita può essere più o meno consistente e nei casi più gravi è chiaramente visibile come una grossa tumefazione localizzata a livello dell’inguine (vedi figura). Inizialmente la tumefazione può non essere visibile anche se è presente dolore.

L’ernia inguinale è una delle patologie più frequenti al mondo e colpisce prevalentemente gli uomini che ne soffrono da 7 a 10 volte di più rispetto alle donne.
Questa diversità è legata a differenze anatomiche relative al canale inguinale, una struttura anatomica simile ad un condotto che collega l’addome con l’esterno attraversando a tutto spessore la parete addominale.

Nell’uomo il canale viene attraversato da vasi e nervi diretti al testicolo omolaterale e risulta perciò molto più vulnerabile rispetto a quello femminile che è costituito soltanto dal legamento rotondo e da una estroflessione del peritoneo chiamata canale di Nuck.

L'ernia inguinale insorge soprattutto negli adulti di mezza età ma può colpire anche bambini ed anziani.
Tra i vari tipi di ernia (al disco, iatale, crurale, ombelicale, diaframmatica ecc.) quella inguinale rappresenta la tipologia più diffusa (circa l’80% dei casi).
Sempre secondo la statistica, l’ernia inguinale insorge nella maggior parte dei casi sul lato destro del corpo, anche se spesso è bilaterale.

Un po' di anatomia

La parete addominale è formata da una solida impalcatura muscolare che con la sua azione trattiene e protegge gli organi contenuti nell’omonima cavità. Se tale funzione viene a mancare, per esempio a causa di un piccolo cedimento, la pressione intraddominale tende a far uscire i visceri attraverso il punto di minor resistenza.
In questo modo viene a formarsi un piccolo foro attraverso il quale fuoriesce un tratto di viscere più o meno grande (ernia inguinale).

I sintomi e le cure

Se in alcuni casi l’ernia inguinale non da particolari segni di sofferenza, in altre situazioni il dolore può essere insopportabile o comunque molto fastidioso (associato a sensazione di peso o di bruciore). L’entità del dolore aumenta se l’erniazione va a comprimere una zona ricca di terminazioni nervose.

Il riposo e in particolare lo stare distesi dopo aver ricercato la posizione più comoda fa passare i sintomi in maniera quasi immediata. Il dolore ricompare nell'alzarsi o non appena ci si rigira assumendo particolari posizioni.
La complicazione più grave è legata alla possibile compressione della parte di intestino fuoriuscita dalla breccia inguinale che può essere intrappolata e strozzata dallo stesso foro.

Il conseguente strangolamento dei vasi sanguigni è una complicanza piuttosto rara (compare in circa il 4 % dei casi) ma oltre a causare fortissimi dolori e vomito può portare a necrosi e perforazione con infiammazione di tutta la cavità addominale (peritonite). Per questo motivo richiede un intervento chirurgico immediato.
Per giunta ogni successivo sforzo può allargare l’orifizio che si è venuto a creare favorendo la fuoriuscita dell'intestino in maniera sempre più cospicua. In questo modo se nelle fasi iniziali l’ernia coinvolge solo parzialmente il canale inguinale, mano a mano che la patologia si aggrava l'erniazione si allarga scendendo verso il basso fino ad arrivare, nell'uomo, alla fuoriuscita nel sacco scrotale.

La formazione di un ernia non può più regredire spontaneamente e nessun farmaco può risolvere la patologia.

Il trattamento conservativo, utile quando l'intervento chirurgico è controindicato, prevede l'utilizzo del cinto erniario, un apparecchio ormai caduto in disuso. Eventualmente può essere utilizzato in attesa dell'operazione ma viene spesso consigliato l'utilizzo di apposite mutandine elastiche, sicuramente più confortevoli.

Se il problema è a rischio di peggioramento o particolarmente fastidioso l’unica soluzione è l'intervento chirurgico.
L'operazione si svolge generalmente in day hospital con anestesia locale e già dopo pochi giorni il soggetto può riprendere le normali attività quotidiane. La chirurgia dell’ernia inguinale è ormai diventata un’operazione di routine dato che si tratta dell’intervento chirurgico più eseguito al mondo. Nella maggior parte dei casi si applica sottocute una piccola retina di materiale biocompatibile, che ha il compito di contenere l'ernia e rinforzare la parete addominale.

Ernia inguinale e prevenzione

La debolezza della parete addominale è in molti casi un fatto congenito che può essere influenzato dalla mancanza di esercizio fisico.

Sebbene le cause di insorgenza siano ancora oggetto di studio, particolari conformazioni del canale inguinale o della regione ombelicale possono predisporre il soggetto indipendentemente dall'età o dal tipo di attività lavorativa. In queste condizioni l'innata debolezza favorisce l'erniazione che può manifestarsi, per esempio, in seguito a stitichezza, sforzo fisico intenso, gravidanza, colpo di tosse, o un semplice starnuto.

Anche il sovrappeso o un marcato dimagramento possono favorire l'insorgenza della patologia.
La prevenzione dell'ernia inguinale prevede il mantenimento di un buon tono muscolare, in particolare dei muscoli addominali, obliqui, lombari e paravertebrali.

Vedi anche: Importanza dei muscoli addominali nella prevenzione della lombalgia

ESERCIZI FUNZIONALI

Ernia inguinale e sport

Come abbiamo detto nella parte introduttiva il sollevamento di un peso eccessivo può essere causa di comparsa dell'ernia inguinale.

In palestra quando si sollevano carichi molto elevati in esercizi che sollecitano particolarmente le vertebre lombari viene utilizzata una cintura di contenimento .

ernia inguinale cinturaTuttavia è inutile e controproducente utilizzare la cintura durante tutto l'allenamento in quanto il suo uso ha lo stesso effetto collaterale del busto.  L'utilizzo della cintura impedisce infatti ai muscoli che formano il cosiddetto torchio addominale di lavorare liberamente, interferendo con il loro sviluppo.

 Inoltre una cintura troppo stretta diminuisce il rischio di ernia al disco ma aumenta notevolmente quello di ernia inguinale a causa delle forte pressioni intra addominali che si vengono a creare.

 Dopo l'operazione il paziente può riprendere gli allenamenti già dopo 10-15 giorni dall'intervento. Tuttavia prima di ricominciare ad utilizzare carichi pesanti in esercizi che aumentano considerevolmente la pressione intraddominale è bene attendere circa 6-10 settimane in relazione al tipo di intervento subito.  

Trombo e trombosi

Il termine trombo [da thrombos = grumo] indica la presenza di un coagulo di sangue che aderisce alle pareti non lesionate dei vasi, siano essi arteriosi, venosi, capillari o coronarici (che provvedono all’irrorazione sanguigna del cuore).

La presenza di un trombo è una condizione potenzialmente grave, poiché se raggiunge dimensioni significative può ostruire il lume del vaso e bloccarne il flusso. La condizione peggiora ulteriormente quando i trombi vanno ad occludere grossi vasi arteriosi, privando di ossigeno e nutrimento parti più o meno importanti di organi vitali, fino a causarne la necrosi (ictus, infarto, gangrena dell'arto).

Se il trombo interessa una vena (trombosi venosa - trombo rosso) porta ad una stasi circolatoria con comparsa di edema, cioè di un accumulo di liquido negli spazi tissutali presenti tra una cellula e l'altra, causando un anomalo rigonfiamento degli organi o delle regioni interessate. Ne sono esempi la tromboflebite, o trombosi superficiale, e la trombosi venosa profonda. La prima condizione si manifesta attraverso i cinque segni cardinali tipici dell'infiammazione (febbricola, rossore, edema, dolore e perdita di funzionalità), con caratteristica formazione di un cordone dolente lungo il decorso della vena ostruita; raramente dà origine a gravi complicanze dovute alla formazione di emboli. La trombosi venosa profonda è invece più pericolosa, soprattutto perché, pur essendo asintomatica in circa il 50% dei casi, il trombo può staccarsi, migrare al cuore destro e da qui ai polmoni.

Spesso si tende a confondere il significato dei termini trombo ed embolo o ad utilizzarli impropriamente come sinonimi. In realtà l'embolizzazione è una grave complicanza della trombosi. Prende infatti il nome di embolo, anche se in realtà il concetto è più ampio, qualsiasi frammento di trombo staccatosi dalla massa trombotica principale e libero di viaggiare nel torrente circolatorio, almeno fino a quando, disgraziatamente, raggiunge un vaso di diametro inferiore occludendolo e provocando ischemia (cioè diminuzione o soppressione del flusso di sangue in un determinato distretto corporeo). Se l'embolo si stacca da un trombo venoso può arrivare ai polmoni ed ostruire un'arteria polmonare (che trasporta, appunto, sangue venoso). Entrambe le condizioni (embolia arteriosa e venosa), sono potenzialmente letali e si manifestano, rispettivamente, con sofferenza dei tessuti colpiti da ischemia, fino alla compromissione degli organi coinvolti (per esempio, infarto o ictus), e con dolore toracico, tachicardia, dispnea e morte improvvisa.

Quando l'embolo si stacca da un trombo che è stato invaso da microorganismi patogeni (tromboarterite suppurativa) può propagare a distanza l'infezione, causando rapida degenerazione e necrosi degli elementi della parete vasale, fino a perforarli.

Quale sono le cause della trombosi?

La coagulazione del sangue è un processo di importanza vitale ma che deve assolutamente rimanere in equilibrio; se fosse scarsamente efficace causerebbe infatti eccessivi sanguinamenti, mentre un aumento dell'attività emostatica porterebbe, appunto, alla formazione di trombi.

Il processo coagulativo è dato, in realtà, da un'innumerevole cascata di reazioni chimiche a cui partecipano, oltre alle "famose" piastrine e alla vitamina K, molti enzimi e fattori chimici. Ciò comporta che alla base della trombosi possano esservi moltissimi fattori scatenanti. Tra questi i più importanti sono: il DANNO ENDOTELIALE, la STASI O TURBOLENZA DEL FLUSSO SANGUIGNO e la IPERCOAGULABILITA ’ DEL SANGUE. Nelle trombosi arteriose e cardiache prevale il fattore lesivo (danno endoteliale dovuto all'aterosclerosi) e turbolento, mentre i trombi venosi si formano preferibilmente in presenza di stasi ematica.

Più in particolare, le trombosi venose sono solitamente la conseguenza di uno o più dei seguenti fattori di rischio: traumi, interventi chirurgici, immobilità prolungata, vene varicose, infezioni, lesioni delle pareti venose, ipercoagulabilità e stasi venosa, malattie infettive, ustioni, tumori maligni, età avanzata, terapia con estrogeni, obesità, gravidanza e parto.

Le trombosi arteriose colpiscono generalmente arterie malate in corrispondenza di una lesione secondaria ad aterosclerosi (malattia data dalla presenza di ateromi - formazioni ostruttive concettualmente simili ai trombi, ma formate da elementi diversi come colesterolo, macrofagi, lipidi e cristalli di calcio -). Quando la parete superficiale della placca aterosclerotica si rompe, si ha formazione di un coagulo, proprio come succede quando ci procuriamo una ferita. All'interno dell'arteria i meccanismi della coagulazione danno così origine ad una sostanza dura (trombo o coagulo) che può interrompere il flusso sanguigno determinando un improvviso ingrossamento della placca. A causa della lesione potrebbe anche staccarsi un pezzetto di ateroma che, trasportato in periferia dal sangue, andrebbe ad occludere vasi di dimensioni minori (embolia). I principali fattori di rischio per lo sviluppo di una trombosi arteriosa sono quindi di origine genetica (familiarità per la patologia) ed individuale (età, sesso, vita sedentaria ed obesità, fumo, dieta ricca di colesterolo e grassi saturi, stress, cattive abitudini alimentari e diabete).

Cura e terapia antitrombotica

Per essere in equilibrio, il processo coagulativo si avvale, come detto, di numerosi fattori. Alcuni di questi favoriscono l'aggregabilità piastrinica e la produzione di fibrina, altri, che intervengono quando il vaso danneggiato è stato riparato, inibiscono i suddetti processi dissolvendo il coagulo.

Per la cura e soprattutto per la prevenzione della trombosi sono oggi disponibili numerosi farmaci ad azione anticoagulante che, seppur agendo con diversi meccanismi d'azione, hanno lo scopo di "diluire il sangue" e limitare l'aggregabilità piastrinica.

   

Malattia di Behcet

Descrizione della malattia:

Articolo del Dr. Ferrante Angelo

Vasculite sistemica da causa sconosciuta coinvolgente le arterie e le vene di qualsiasi calibro caratterizzata da coinvolgimento recidivante mucocutaneo ed oculare.

Presenta una caratteristica distribuzione geografica con elevata prevalenza in Turchia, Iran e Giappone ed in alcuni paesi del Mediterraneo.

Caratteristiche cliniche

Andamento clinico a pousseè che generalmente si riduce di intensità con il tempo.

Afte orali e/o genitali recidivanti.

Uveite cronica recidivante che conduce alla cecità il 10% dei soggetti.

Ampia varietà di manifestazioni cutanee, incluso il fenomeno della "patergia".

Coinvolgimento multisistemico: apparato gastroenterico, muscoloscheletrico, sistema nervoso e cardiovascolare

Epidemiologia. Come è noto, la malattia di Behçet ha una distribuzione geografica molto peculiare; la prevalenza più elevata sembra aversi in Giappone (1.5/10000) ed in Turchia (8/10000). La prevalenza è alta anche in paesi del Mediterraneo: Italia, Grecia, Israele, Egitto, Libano, Siria, Giordania ed Arabia Saudita.  
     Non vi sono dati relativi all'Asia Centrale ed al subcontinente indiano, mentre sappiamo che la malattia è rara e comunque sporadica nell'Europa centro-settentrionale e negli Stati Uniti. Uno studio epidemiologico condotto in Inghilterra ha evidenziato una prevalenza di 1/170000 contro la prevalenza di 1/800000 degli USA.  Sebbene la malattia possa svilupparsi a qualsiasi età, il più comune inizio è la terza decade. Talvolta si manifesta con ulcere oro-genitali nell'infanzia seguite da altre manifestazioni solo più tardi. Il sesso maschile sembrerebbe maggiormente colpito anche se il grado di predominanza del sesso varia nelle diverse regioni (es. 2:1 in Giappone e 9:1 in Medio Oriente). Da diversi studi è stato evidenziato un certo grado si associazione familiare ponendo le basi per l'esistenza di influenze immunogenetiche nell'eziopatogenesi della malattia.

Tabella 1

Prevalenza della malattia di Behçet in diverse aree geografiche

Nazione

Tasso per 100.000

Turchia

80.0

Giappone

15.0

Iran

15.0

Inghilterra

0.6

Distribuzione geografica della malattia di Behçet. La distribuzione della malattia di Behçet indica che le aree ad alto rischio si trovano lungo una fascia che tra i 30?-45? di latitudine Nord che corrisponde alla vecchia "via della seta". Tale fascia si estende dal Giappone, all'estremo Oriente, ai paesi del bacino del Mediterraneo, fino all'Europa. 

Eziologia. La causa della malattia di Behçet è ancora sconosciuta, ma una base immunogenetica sembra essere ormai chiara. Da tempo è stata dimostrata un'associazione significativa tra HLA-B51 e la malattia stessa (RR= 7.9 nella popolazione giapponese) (Ohno, S. et al. 1973; Ohno, S. et al. 1982). 
     Altri antigeni come DR2, B12, DR7 potrebbero essere correlati anche alla localizzazione tissutale delle manifestazioni cliniche. Recentemente è stato precisato che soltanto la presenza dell'allele HLA-B*5101 e non del B*5102, nè del B*5103 è strettamente correlata alla malattia di Behçet. Studi recenti hanno suggerito la possibilità che geni localizzati in prossimità di quelli codificanti per gli antigeni MHC di classe II (DP e DQ) siano in qualche modo correlati alla suscettibilità per questa malattia. Questi geni codificano per le subunità di proteine eterodimeriche coinvolte nel  trasporto degli antigeni nel reticolo endoplasmatico (TAP-1 e TAP-2) dove questi ultimi vengono assemblati con molecole MHC di classe I; in particolare nei pazienti affetti da malattia di Behçet  si è dimostrato un fenomeno di linkage disequilibrium con gli alleli HLA-DQB1*0501 e TAP-2B; mentre sembra che l'allele TAP- 1C sia maggiormente espresso in soggetti sani rispetto ai soggetti malati. 
     Recenti osservazioni suggeriscono l'importanza nella suscettibilità genetica allo sviluppo della malattia di una disregolazione a livello della sub-regione genica che codifica per il TNF che, come è noto, è localizzata in posizione 6p tra i geni che codificano per alcune componenti del complemento e la regione che codifica per gli antigeni MHC-I. Mediante tecniche RFLP (Resctriction Fragment Lenght Polymorfism) è stato dimostrato che la presenza del frammento 10.5 kb che codifica per il TNF-b è aumentata nei pazienti con questa malattia rispetto ai controlli, mentre la frequenza del frammento 5.5 kb risulta diminuita. Attualmente è noto che i due frammenti sono forme alleliche del TNF-b capaci di influenzare da un punto di vista quantitativo la produzione di tale citochina. In effetti la presenza del frammento 10.5 kb è associata ad una ridotta sintesi del TNF-b (Ohno, S. et al. 1992; Mizuki, N. et al. 1992). Tale osservazione assume particolare importanza in quanto recentemente il ruolo del TNF è stato valutato anche in pazienti con LES. E' stato infatti dimostrato che in pazienti con LES, positivi agli antigeni DR2 e DQw1 hanno ridotti livelli di TNF-a; tali pazienti mostrano un'alta incidenza di nefrite lupica. Da tali studi sembrerebbe dimostrato, almeno nelle fasi iniziali, un ruolo protettivo del TNF nell'induzione di processi autoimmuni. Altri autori hanno preso in considerazione l'elevata frequenza dell'allele Tau-a (regione microsatellite consistente di 14 ripetizioni guanina/timinalocalizzata tra i geni del TNF e degli antigeni HLA-B) nei pazienti affetti da malattia di Behçet rispetto ai controlli sani.
     Tutti questi studi avrebbero evidenziato l'associazione tra la malattia e la presenza di forme alleliche di geni mappati tutti nella stessa regione (6p); tra questi anche i geni MICA e MICB (MHC Classi I Chain Related) localizzati a circa 40Kb del gene HLA-B e possibilmente coinvolti nella presenzazione antigenica dei linfociti T.

Alcuni studi sembrerebbero porre l'attenzione su alcuni agenti infettivi come l'herpes simplex virus ed alcuni ceppi di streptococco. Nel primo caso sembrerebbe che il virus abbia una ridotta capacità di replicarsi in cellule mononucleate di pazienti con malattia di Behçet; tra l'altro si è dimostrata un'elevata frequenza di trascrizione di geni virali in cellule mononucleate di tali pazienti. Nel secondo caso sembrerebbe evidente un coinvolgimento di alcuni ceppi di streptococco ( Strep. sanguis, Strep. pyogenes, Strep. fecalis e Strep. salivarius) e la malattia di Behçet; sembrerebbe in tal caso coinvolta la proteina Hsp-65 come si evidenzia dall'aumento dei livelli di IgA rivolti contro tale antigene in pazienti con malattia di Behçet. Tutto ciò sembra comprovato dalla scoperta di un significativo aumento di cellule T circolanti con recettore gd (Suzuki, Y. et al. 1992) e dal fatto che peptidi derivati dalla proteina HSP-65 sono in grado di stimolare in modo evidente cellule T gd di pazienti con malattia di Behçet. 

Immunopatologia. Danno vascolare, iperfunzione dei neutrofili e risposte di dito autoimmunitario sono caratteristiche tipiche dela malattia di behçet. Le biopsie confermano la presenza di vasculite attorno vicino alle lesioni della malattia di behçet, incluse le ulcere orali e genitali, l'eritema nodoso, l'uveite posteriore, l'epididimite, l'enterite, e le lesioni del sistema nervoso centrale. I grandi vasi sono colpiti da vasculite dei vasa vasorum. Il danno vascolare si aggiunge ad uno stato di ipercoagulabilità che è anche caratteristico dela malattia di behçet e che potrebbe essere dovuta, almeno in parte, all'attivazione/disfunzione di cellule endoteliali e piastrine. Le lesioni attive, incluse quelle che sono indotte durante il pathergy test, sono infiltrate da neutrofili in assenza di infezione. Una  precoce infiltrazione di cellule linfomonocitiche è usualmente riscontrata a livello delle ulcerazioni (lamina propria) ed attorno ai piccoli vasi. Questi ultimi potrebbero mostrare proliferazione endoteliale e talvolta obliterazione del lume. Sebbene le fasi iniziali sono suggestive di una reazione di IV tipo (cellulo-mediata), questa è seguita da un'infiltrazione di polimorfonucleati e da necrosi fibrinoide dei piccoli vasi più simile da una reazione di III tipo (Artus). I neutrofili di pazienti con malattia di behçet mostrano una elevata produzione di anione superossido, un incremento della funzione chemiotattica ed una eccessiva produzione di enzimi lisosomiali indicando una iperattivazione di queste stesse cellule.  I keratinociti adiacenti alle regioni ulcerate delle mucose sembrano inoltre esprimere antigeni di classe II. I linfociti infiltranti le lesioni sono cellule T CD4+ Th-1, capaci cioè di produrre IL-2, IFN-g, TNF-b ma non IL-4, IL-5 ed IL-10. 
     E' stato dimostrato, in pazienti con malattia di Behçet, in effetti un aumento dei livelli di IFN-g nonchè una produzione spontanea di tale citochina da parte di cellule T in coltura. E' stato inoltre osservato un incremento nel siero dei pazienti con malattia in fase attiva di IL-1b, nonchè un aumento dei livelli sierici di IL-2R soprattutto nei casi di localizzazione oculare grave. Analogamente è stato dimostrato un aumento si produzione di IL-6 nel liquor dei pazienti con Behçet ad impegno neurologico e di altre citochine come TNF-a ed IL-8.  In un recente studio sono stati identificati elevati livelli di IL-10 indipendenti dall'attività di malattia, mentre i livelli di IL-12 e della forma solubile del recettore del TNF-a (sTNFR75) sembrano correlati con la malattia in forma attiva. Per tale motivo la molecola sTNFR75 potrebbe essere utilizzata come marker di attività della malattia di behçet. Gli elevati livelli di cellule CD56+, CD4+CD11b+, CD4+CD56+ e CD8+CD11b+ suggerisce una attivazione non specifica delle cellule T. In un  recente studio è stato riportato un incrementato numero di cellule Tgd  (linfociti T con TCRgd)  e cellule NK in circolo e nei siti di danno e flogosi. 
La funzione dei linfociti nella malattia di behçet sembra alterata. Sono stati identificati linfociti specifici per la proteina da shock termico Hsp60, che è altamante omologa alla Hsp65  batterica, soprattutto in pazienti con manifestazioni oculari. Queste proteine sono capaci di indurre la comparsa di uveite in modelli animali. 
     E' possibile ipotizzare che nella malattia di Behçet un determinato antigene, verosimilmnente batterico, in soggetti geneticamente predisposti, una volta captato, processato e presentato dai macrofagi o dalle cellule di Langerhans della cute ai linfociti T CD4+ sia in grado di attivare le cellule di tipo Th0 e di indirizzare la differenziazione verso il profilo funzionale di tipo Th1. Tale selezione si verifica a livello linfonodale ed è resa possibile dalla presenza di IL-12 e di IFN-gprodotti da macrofagi e dalle cellule dendritiche al momento della presentazione antigenica. Il TNF-b prodotto dai linfociti Th1, il TNF-a e l'IL-1 prodotti dai macrofagi sarebbero responsabili dell'up-regulation delle molecole di adesione a livello delle cellule endoteliali con conseguente afflusso di linfociti e granulociti a livello delle lesioni. I ridotti livelli basali di TNF-b potrebbero rendersi responsabili dell'inizio dei processi immunopatogenetici; successivamente l'eventuale espansione dei linfociti Th1 determinerebbe un incremento delle citochine da essi prodotte tra cui anche il TNF-b. Un dato molto importante è rappresentato dall'osservazione che nelle fasi più tardive sono presenti i neutrofili a livello delle lesioni. Alcune citochine come le chemochine (IL-8) possono richiamare tali cellule agendo da fattori chemiotattici, ma soprattutto aumentando l'affinità di legame di alcune molecole di adesione favorendo la migrazione transendoteliale dei granulociti stessi. Per quanto concerne i meccanismi di lesione potrebbero essere dovuti sia all'azione di alcune citochine (TNF ed IL-1) sia all'azione citotoss