Home Chi siamo Il G.R.A. G.R.A. a Selvazzano Il nostro Comune Articoli Ambiente Iniziative Animali Contatti

A

Mobbing - Bullismo - Ijime - Nonnismo - Affidamento dei figli - Molestie sessuali - Abusi sessuali - Esteri curiosità

 

SE HAI O PENSI DI SUBIRE,IL MOBBING,NON CHIUDERTI

        IN TE  STESSO,

NON AVER TIMORE  DI USCIRE ALLO SCOPERTO

 

Con la parola inglese Mobbing si suole indicare una pratica applicata nel mondo del lavoro, consistente in abusi psicologici impartiti ad un lavoratore; può essere tradotta con espressioni come vessazioni, angherie, persecuzione (sul posto di lavoro), o anche ostracizzazione.

Etimologia:Il termine mobbing è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano un proprio simile e lo assalgono rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.Mobbing è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob" (coniato nel 1688 secondo il dizionario Merriam-Webster), dall'espressione latina "mobile vulgus", che significa appunto "gentaglia (mobile)", cioè "una folla grande e disordinata", soprattutto "dedita al vandalismo e alle sommosse". Da qui il significato assunse presso le classi alte anche una connotazione spregiativa, per cui "mob" era anche in assenza di azioni violente, equivalente pressappoco all'italiano "plebaglia". Mobbing è dunque nella lingua inglese, lo stringersi della folla intorno a una persona per intimidirla o molestarla in strada come avviene spesso a politici o star.Nel mondo del lavoro nei paesi di lingua inglese il termine corretto è diverso, harassment (molestie domestiche o sul lavoro), oppure abuse (maltrattamento) o ancora intimidation. Il significato italiano corrente di mobbing è dunque il prodotto di una traduzione errata del termine originale. Come tale, è entrata nel vocabolario di molte lingue europee, dalle lingue scandinave, al tedesco al francese.Un uso tecnico, da lungo utilizzato, del termine mobbing, si ha nello studio del comportamento animale, particolarmente in ornitologia, dove fa riferimento al comportamento di gruppi di uccelli di piccola taglia che assieme assillano un rapace che rappresenta per loro una minaccia.Il termine Mobbing, inglese, letteralmente indica "l'assalto (fisico) di un gruppo ad un individuo"; per gli studiosi del comportamento animale è anche "l'esclusione di un individuo dal suo branco"; in medicina del lavoro in Italia indica una violenza psicologica, talvolta anche fisica, perpetrata sul posto di lavoro che a poco a poco diventa insopportabile: si comincia con un saluto negato, battute che sono insulti, scherzi troppo pesanti, i colleghi ignorano o guardano male il dipendente, i capi sono insoddisfatti, il lavoro non procede, l'ansia di sbagliare aumenta il tasso di errore.

Mobbing sul lavoro

Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all'azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all'esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o ancora per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte immorali (ad esempio, profferte sessuali o richiesta di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici) o illegali (ad esempio, richiesta di fare, o di omettere di fare, in violazione di norme).

Si distingue, nella prassi, fra un mobbing gerarchico ed un mobbing cosiddetto ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi dai superiori gerarchici della vittima, che viene destinata a mansioni punitive od umilianti, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.

Si parla di mobbing verticale quando un superiore per licenziare un dipendente in particolare perché antipatico, poco competente e produttivo; e di mobbing orizzontale quando in ufficio un collega non è accettato per i diversi interessi sportivi oppure perché diversamente abile. In alcuni casi il mobbing è nei confronti del datore di lavoro che è minacciato di denuncie per molestie sessuali o morali da personale con mire carrieristiche. In questi casi la reazione col licenziamento è legittima e la Cassazione ha stabilito che l'onere della prova è a carico del lavoratore denunziante.

Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell'ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni '80 lo psicologo svedese Heinz Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che è progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì relegato per mezzo di ripetute e protratte attività mobbizzanti.

Il mobbing è una strategia pianificata a livelli alti nei casi di ristrutturazioni a seguito di fusioni di aziende in cui si trovano due uffici di pubbliche relazioni, due segreterie, enormi duplicazioni di costi da eliminare specialmente nei processi di supporto, che devono essere tagliate.

La fusione spesso avviene con società indebitate perché sono più contendibili: si pensa di fare una scalata della società, ristrutturare e rivendere con una forte plusvalenza; in questi casi la ristrutturazione è pianificata prima ancora della fusione fra le società. Nel caso di fusione il mobbing riguarda soprattutto i dirigenti della vecchia società che, come i dipendenti, se si dimettono perdono il diritto a costosi buoni uscita previsti dai contratti di categoria. Banche, assicurazioni e società finanziarie sono gli ambienti a maggior competizione e dove si registra il maggior numero di casistiche di mobbing; i quadri, il dirigente e l'impiegato di concetto sono le categorie di lavoratori più interessate.

Secondo un'indagine del '98, il 16% dei lavoratori inglesi denuncia di essere vittima di mobbing; l'Italia è ultima nella classifica UE con un 4,2%. Alcuni contratti sindacali, come quello dei metalmeccanici in Germania, prevedono un risarcimento di circa 250.000 euro per i lavoratori mobbizzati.

I sindacalisti della Volkswagen furono i primi a introdurre nei contratti di lavoro un capitolo sul mobbing con indennità e strumenti di prevenzione (i centri d'ascolto aziendali in particolare).

Mobbing come malattia

Il mobbing è classificato come malattia dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Fra le conseguenze rientrano la perdita d'autostima, depressione, insonnia, isolamento. In Italia il numero di mobbizzati coinvolti è stimato intorno a 1 milione e 200 mila, che salgono a 5 milioni se si considerano anche le famiglie: è una situazione tipicamente italiana che la famiglia del mobbizzato diventi una valvola di sfogo e vittima di mobbing a sua volta. In Svezia e Germania circa mezzo milione di persone sono finite in prepensionamento o clinica psichiatrica a causa del mobbing.

Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale. Il mobbing ha un forte costo sociale stimato il 190% superiore al salario annuo lordo di un dipendente non mobbizzato. In Svezia si stima che il mobbing sia causa di un 20% dei suicidi.

Il mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi e viene somatizzato un po' in tutto il corpo. Le conseguenze maggiori sono disturbi della socialità, quindi, nevrosi, depressione, isolamento sociale e, suicidio in un numero non trascurabile di casi. L'emancipazione del singolo e la non-accettazione del diverso sono comportamenti (umani e nel mondo animale) che si manifestano assieme a ciò che etologi nel mondo animale, e esperti in quello umano, classificano come mobbing.

Nei primi anni '90, lo psicologo svedese tenne in Italia una serie di conferenze che diedero inizio al dibattito sul mobbing nel nostro Paese con una decina d'anni di ritardo rispetto a Svezia e Germania. Leymann estese il dibattito sul mobbing dapprima in Germania e poi nel resto dei Paesi UE. Il medico tedesco Harald Hege, suo allievo, fondò a Bologna la prima associazione e centro d'ascolto italiani sul tema.

 La pratica del mobbing

La pratica del mobbing consiste nel vessare il collega di lavoro subordinato o il dipendente con svariati metodi di coercizione psicologica e fisica. Ad esempio, sottraendo incarichi e lavoro gratificante per affidarlo ai colleghi o subordinati; oppure attraverso la dequalificazione delle mansioni stesse che vengono ridotte a compiti banali quali fare caffè, ricevere telefonate , o comunque a compiti poco operativi e con scarsa autonomia decisionale; così da rendere umiliante il proseguio del lavoro. Altra pratica diffusa è quella dei rimproveri e/o richiami, espressi in privato ed in pubblico, per errori normalmente trascurabili. Ancòra la pratica si manifesta nel fornire volontariamente attrezzature di lavoro di scarsa qualità, computer e stampanti che si guastano, arredi scomodi, ambienti male illuminati, spesso si rende irreperibile anche l'assistenza tecnica. Talora si arriva a interrompere il flusso di informazioni necessario per il lavoro, il dipendente non riceve più le e-mail aziendali, viene chiusa la casella di posta, l'accesso alla guida in linea, forti restrizioni sull'accesso a Internet. Se il dipendente resta in malattia, vengono inviate dai capi dell'aziende continue visite fiscali a casa del lavoratore. Quando il "mobbizzato" ritorna sul posto di lavoro, spesso trova la scrivania sgombra o portata via e il computer staccato dalla rete aziendale: è la cosiddetta "sindrome da scrivania vuota", per la quale scompare un pezzo alla volta senza dare giustificazioni al lavoratore.

La giurispruenza dispone più frequentemente e facilmente il risarcimento del danno biologico, ma non del danno morale; il mobbing deve aver procurato uno delle malattie documentate in letteratura medica per avere diritto a un'indennità dall'azienda.

In Italia, le tutele al licenziamento o trasferimento in altre sedi dei lavoratori sono maggiori che in altri Paesi ed è abbastanza diffusa la pratica di ricorso al mobbing per indurre nel lavoratore le dimissioni laddove il licenziamento è possible solo per giusta causa (art.18 dello Statuto dei Lavoratori).

La tutela giuridica !!!!

In Parlamento esistono diversi disegni di legge sul tema; manca invece un orientamento comunitario in tema di mobbing. In Germania sono sparsi centri d'ascolto sul territorio e personale a cui rivolgersi in caso di molestie morali nelle divisioni delle aziende di maggiori dimensioni (come la Volkswagen). Sempre in Germania è previsto il prepensionamento a carico dell'azienda per i dipendenti riconosciuti vittime di mobbing; in Svezia c'è la prima e più avanzata legislazione che prevede un reato di mobbing.

La Svezia ha in generale un'attenzione ai diritti umani che ha favorito il dibattito sulle molestie morali. Gli Stati Uniti hanno una delle prime e più severi leggi sulle molestie sessuali sul posto di lavoro, ma poca attenzione per questa materia. Tuttavia, la Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Inoltre, sul datore di lavoro grava l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 cod. civ., di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. La Corte di Cassazione ha ritenuto (Sezione Lavoro n. 12445 del 25 maggio 2006, Pres. Ciciretti, Rel. De Luca) che un’iniziativa diretta alla repressione, non già alla prevenzione dei fatti mobbizzanti non è idonea a costituire adempimento agli obblighi previsti dall’art. 2087 cod. civ. Molti comportamenti che caratterizzano il mobbing trovano inoltre una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale (abuso d'ufficio, percosse, lesione personale volontarie, ingiuria, diffamazione, minaccia, molestie).

 

Bullismo

 

Con bullismo si indica un fenomeno sociale tipico delle classi scolastiche, in cui uno o più adolescenti perseguitano sistematicamente, con diverse pratiche, un ragazzo più debole. Gli studi sul fenomeno si concentrano quasi esclusivamente sull'ambiente scolastico. Attualmente, da parte dei mass-media, il termine viene anche usato in maniera più ampia e generica, per riferirsi al teppismo e al vandalismo da parte degli studenti.

Il termine

Il termine italiano è un calco dell'inglese bullying. In Scandinavia, dove hanno avuto inizio le primissime ricerche sul fenomeno, si usa il termine mobbing (o mobbning). Tuttavia, sia nel mondo anglosassone che in Italia, con mobbing ci si riferisce unicamente ai fenomeni di prevaricazione interni all'ambiente di lavoro. Il mobbing sarebbe dunque il bullismo che avviene tra gli adulti, e il bullismo il mobbing che avviene tra i minori. Entrambi i fenomeni, inoltre, presentano caratteristiche analoghe, di solito in forme meno esasperate, del nonnismo degli ambienti militari.

Interpretazioni fuorvianti del termine

Da segnalare la sfumatura inevitabilmente fuorviante del termine bullismo. Richiamando l'immagine classica dello studente cretino come non solo prepotente, ma anche dotato di atteggiamenti ribelli e in parte marginalizzato, il bullismo tenderebbe ad essere visto come una variante del vandalismo o del teppismo e quindi una forma di rifiuto delle regole della convivenza collettiva; o ancora, come una forma di violenza imposta da un singolo o un piccolo gruppo rispetto alla classe scolastica, sostanzialmente armonica.

Aspetti sociali

L'atteggiamento del bullo nei confronti del più debole o dei più deboli ha cause che spesso risiedono nell'invidia nei confronti delle vittime, invidia alimentata da un forte complesso adleriano d'inferiorità. Uno studente brillante, o con una famiglia molto agiata, è vittima del bullo che dimostra la sua superiorità nell'evidenziare i difetti fisici e/o caratteriali della vittima e renderla quindi inferiore, il tutto a vantaggio di una presunta, sconcertante ed irreale gratificazione. Principali vittime del bullismo sono, secondo gli studi più tradizionali che incentrano l'attenzione sulle caratteristiche individuali, gli studenti di grossa corporatura e/o con i tipici tratti facciali da secchione (occhiali, pettinatura ordinata, abiti sobri), subito riconoscibili, o dal linguaggio molto educato e povero delle naturali inflessioni dialettali.

Studi più recenti, sia in Italia che in particolare in Giappone (cfr. Ijime), ne sottolineano il carattere di comportamento di gruppo; il processo di designazione della vittima dipende dalle caratteristiche del gruppo e dai suoi processi, tipici dell'età evolutiva, di costruzione dell' identità e dall'assetto di potere del gruppo. Sarebbe più opportuno allora parlare di bullismi. Si può parlare di bullismo persecutorio quando la designazione è esterna al gruppo: in questo caso è in gioco la leadership del gruppo (della banda) e la designazione della vittima è più o meno casuale. Si può parlare di un bullismo di inclusione (cfr. nonnismo) quando le vittime sono i piccoli che devono sottoporsi a persecuzioni perlopiù ritualizzate per essere ammesse nel gruppo. Si può infine parlare di un bullismo di esclusione (cfr ostracismo) laddove la vittima è interna al gruppo (in genere la classe scolastica) e viene umiliata e perseguitata in quanto considerata estranea alla cultura e al modello identitario prevalente nel gruppo. Il bullismo può essere sia "diretto" che "indiretto". Il bullismo diretto consiste nel picchiare, prendere a calci e a pugni, spingere, dare pizzicotti, appropriarsi degli oggetti degli altri o rovinarli, minacciare, insultare, offendere, prendere in giro, esprimere pensieri razzisti sugli altri o rovinarli. Il bullismo di tipo indiretto invece si gioca più sul piano psicologico, meno visibile e più difficile da individuare, ma non è meno dannoso per la vittima di “turno”. Esempi di bullismo indiretto sono: l'esclusione dal gruppo dei coetanei, l'isolamento, l'uso di smorfie e gesti volgari, la diffusione di pettegolezzi e calunnie sul conto della vittima, il danneggiamento dei rapporti di amicizia. A differenza di quanto si pensi, il bullismo è un fenomeno che riguarda sia maschi che femmine, ma nei due sessi si esprime in due modi differenti. I maschi mettono in atto soprattutto prepotenze di tipo diretto, come aggressioni fisiche e verbali. Le femmine, invece, utilizzano in genere modalità indirette di prevaricazione e le rivolgono prevalentemente ad altre femmine. Dalle notizie di stampa sembrerebbe, poi, che ci siano delle età a rischio di bullismo, poiché i soggetti coinvolti sono spesso o bambini tra gli 7-10 anni o ragazzi tra i 14-17 anni. Il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli (docenti o strutture scolastiche): queste ultime sarebbero estroverse, dove il bullismo è invece introverso, una sorta di cannibalismo psicologico interno al gruppo dei pari. Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l'intera classe tenda ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio, la cultura identitaria del gruppo.

Studi sul fenomeno

I primi studi sul bullismo si hanno nei paesi dell'area scandinava, a partire dall'inizio degli anni '70, e, poco dopo, anche nei paesi anglosassoni, in particolare Gran Bretagna e Australia. Con la seconda metà degli anni '90, ricerche analoghe sono condotte anche in Italia. Da segnalare il caso del Giappone con gli studi sull'Ijime che si sviluppano verso un modello di analisi orientato alla psicologia di gruppo.

In Italia molte sono le associazioni che si stanno occupando del fenomeno cercando con vari progetti di arginare il problema, come per esempio l'associazione Aquiloneblu Onlus.

 

Ijime

L'ijime (いじめ o, meno comunemente, 苛め) è un fenomeno sociale giapponese grossomodo corrispondente a quello che in italiano viene chiamato bullismo nella forma specifica di ostracismo (bullismo ostracizzante o bullismo di esclusione).

Il termine è un sostantivo derivato dal verbo ijimeru (いじめる), letteralmente "tormentare", "perseguitare", ed è usato per identificare un particolare tipo di violenza scolastica. Si tratta di ijime quando un gruppo più o meno ampio di studenti identifica tra i compagni di classe un individuo solitamente incapace di reagire, e quindi lo sottopone sistematicamente a pratiche vessatorie e disumanizzanti per periodi prolungati di mesi, o anche anni, con il silenzio complice dell'intera classe, quando non degli insegnanti. Diversi casi hanno visto gli insegnanti stessi incoraggiare o partecipare all'ijime

Storia

I primi studi specialistici sull'ijime risalgono all'inizio degli anni Ottanta. In questo periodo i rigorosi interventi del Monbushō (文部省: il Ministero dell'Istruzione giapponese) hanno ottenuto un certo successo nel circoscrivere e porre sotto controllo un altro fenomeno scolastico, tipico del decennio precedente, cioè il teppismo giovanile, detto kōnai bōryoku (校内暴力: lett. "violenza scolastica"). Mentre il kōnai bōryoku indirizzava la violenza verso l'esterno del gruppo degli studenti, contro i docenti o, tramite il vandalismo, contro i simboli delle istituzioni, ora l'ijime, all'inverso, è rivolto verso l'interno del gruppo, una violenza non più esibita ma nascosta, particolarmente difficile da riconoscere.

Primo punto di svolta si ha a metà degli anni ' 80. L 'incremento nella segnalazione dei casi di ijime e, soprattutto, l'incremento annuo di suicidî delle vittime risveglia l'attenzione dei mass media. Il problema esce dagli ambiti degli studî specialistici e diventa di dominio comune, creando a livello collettivo la richiesta di interventi concreti da parte delle istituzioni, a cominciare dal Monbushō.

L'attivazione di programmi per rilevare la presenza dell'ijime a livello nazionale e l'elaborazione di strategie di contrasto del fenomeno sembrano dare dei frutti. Il periodo che intercorre tra la fine degli anni Ottanta e i primissimi Novanta è detto periodo della "normalizzazione" (沈静化, chinseika), in cui le statistiche ufficiali segnano un continuo e significativo calo nei casi rilevati. Già con all'inizio del nuovo decennio, tuttavia, alcuni studî indipendenti smentiscono questa tendenza, ponendo serî dubbi sull'affidabilità dei dati ufficiali e ministeriali.

Un drammatico caso di suicidio di uno studente quattordicenne vittima di ijime, nel 1992, risolleva l'intera questione. La particolare violenza dell'ijime subita dalla vittima, e le pesanti accuse rivolte dai genitori alla scuola, dove gli insegnanti ammettono di non essersi assolutamente accorti della situazione, sollevano a livello nazionale la questione della validità non solo degli interventi del Monbushō, ma delle stesse statistiche ministeriali, riproponendo, a livello di studî specialistici e non solo, la problematicità delle modalità con cui riconoscere il fenomeno e con cui contrastarlo.

La ripresa del dibattito sull'ijime negli anni Novanta segnala, rispetto al decennio precedente, il passaggio in secondo piano dei precedenti toni emergenziali, cui subentra una sorta di "metabolizzazione" del fenomeno, vissuto adesso quasi come un corollario inevitabile, non sradicabile e forse nemmeno contenibile della società giapponese contemporanea. L'assimilazione dell'ijime nell'insieme dei luoghi comuni dell'immaginario collettivo è riconoscibile dal suo uso costante, quasi immancabile, nelle rappresentazioni della realtà giovanile e scolastica: da questo periodo l'ijime diventa un ingrediente immancabile intelefilm, film, disegni animati e fumetti ad ambientazione scolastica. Condotte nella maggior parte dei casi con toni stereotipi e semplificati, ricavati dall'informazione giornalistica, queste rappresentazioni dimostrano il definitivo inserimento dell'ijime all'interno di un discorso autoreferenziale sulla gioventù, dove passa in secondo piano l'interesse per un'eventuale soluzione o comunque per una percezione problematica della complessità del fenomeno.

Con la seconda metà degli anni Novanta, dunque, passato in secondo piano l'ijime, il nuovo problema scolastico al centro dell'attenzione pubblica diventa quello della totale mancanza di disciplina nelle scuole dell'obbligo, dell'incapacità di docenti di imporre un ordine e di interesse, da parte degli studenti, nell'imporselo (学級崩壊, gakkyū hōkai: lett. "sfascio della classe scolastica").

Da segnalare comunque che è proprio con la seconda metà degli anni Novanta che si avviano tentativi di comparazione tra l'ijime giapponese e l'analogo fenomeno del bullismo, studiato anche nei paesi anglosassoni o scandinavi già a partire dal termine degli anni '70 e, una ventina d'anni più tardi, anche in Italia.

Negli anni successivi al 2000, viene nuovamente segnalato un notevole incremento nei casi di ijime.

L'ijime in azione

L'ijime, il cui decorso si sviluppa lungo fasi che sono state ormai ben identificate dagli studiosi, si esplica attraverso diverse pratiche collettive, dotate di maggiore o minore gravità, diffusione e possibilità di essere riconosciute dall'esterno. Si va da piccoli dispetti come l'imposizione di soprannomi, sino al danneggiamento e alla distruzione del materiale scolastico o degli oggetti personali. Dal mancato coinvolgimento nelle attività di gruppo, sino alla vera e propria cancellazione sociale della vittima, trattata come se non esistesse. I casi più gravi arrivano a minacce fisiche, spesso portate a termine, estorsioni di quantità di denaro anche ingenti, minacce e/o tentativi di uccidere la vittima. Alcuni casi, molto rari e prontamente amplificati dai mass media, gli aggressori sono arrivati a causare la morte della vittima. Molto più spesso è invece quest'ultima a togliersi la vita.

Per tutti questi ultimi casi, com'è ovvio, si solleva quasi sempre il dibattito se debbano essere considerati l'estrema conseguenza di una degenerazione psicologica collettiva o non piuttosto degli atti criminali da perseguire penalmente. In pratica, viene messa in questione la responsabilità degli aggressori, quasi sempre preadolescenti, e dunque individui dallo statuto non del tutto definito per quel che riguarda l'autodeterminazione.

Teorie sull'ijime

A causa della sua particolare struttura, in cui si intrecciano aspetti oggettivi e soggettivi, collettivi e individuali, le teorie che tentano di spiegare l'origine e la natura dell'ijime presentano una notevole varietà e ben pochi sono i punti condivisi dalla maggioranza degli specialisti del fenomeno.

Complessità nella definizione del problema

Il maggior problema riguarda le modalità per la raccolta dei dati. l'ijime, difatti, a differenza di altri problemi sociali come, ad esempio, la tossicodipendenza o l'omicidio, è un fenomeno per la cui determinazione concorrono in maniera decisiva le percezioni soggettive sia delle vittime che degli aggressori. Fatto, questo, messo in luce proprio dall'insufficienza delle rilevazioni del Monbushō, effettuate tramite questionarî diretti rivolti agli studenti. Altri studî hanno poi mostrato come molti casi di ijime siano vissuti in modo drammatico dalla vittima e percepiti con molta meno consapevolezza da parte degli aggressori e ancor meno da parte di eventuali osservatori esterni, come i docenti, ai quali possono apparire dei semplici "giochi" o "litigi".

Da segnalare inoltre come il Monbushō abbia a lungo affidato esclusivamente alle scuole e ai suoi responsabili la raccolta e la convalida dei dati. Considerando il notevole livello competitivo che oppone in regime di concorrenze le scuole giapponesi, altamente integrate con la competizione del mondo del lavoro, appare evidente come i singoli istituti abbiano tutto l'interesse a mostrare un'immagine positiva ai proprî potenziali clienti, cioè gli studenti, o meglio le famiglie. L'ijime, per una scuola, si traduce in un marchio vergognoso che rischia di minarne il prestigio, allontanare i possibili iscritti e, in ultima istanza, incidere sul bilancio e sui finanziamenti statali. Queste le cause che portano ad un'atmosfera di omertà interna ed esterna alle scuole per quel che riguarda l'ijime.

Da ultimo è da considerare come l'appropriazione dell'argomento da parte dei mass media abbia contribuito a creare un discorso collettivo sull'ijime basato in gran parte su immagine stereotipe, retoriche e semplicistiche, prive di interesse per le eventuali condizioni effettive del fenomeno. Un discorso collettivo autonomo in grado di influenzare parte dell'indagine specialistica ma, soprattutto, le decisioni dei legislatori in materia di contrasto.

Rapporto vittima-persecutore

Le primissime ricerche sull'ijime, concentrate soprattutto nella metà degli anni Ottanta, sono focalizzate soprattutto sul rapporto tra la vittima e gli aggressori, e sugli eventuali tratti caratteriali che possono portare determinati individui all'incapacità di difendersi e/o determinati altri a indulgere a persecuzioni fine a sé stesse e spesso spietate. Le indagini si rivolgono alla sfera della psicologia individuale, ed è in questa che vengono anche cercati i rimedî. L'ijime è vista quindi come risultato di carenze educative, specie per quel che riguarda gli aggressori, carenze ricondotte a loro volta alle cause più disparate.

Ruolo del gruppo

Successivamente alla metà degli anni Ottanta lo spettro dell'indagine viene allargato alla struttura del gruppo scolastico. Da una parte si rileva il peso assunto, nel mantenimento dei meccanismi di sviluppo dell'ijime, da parte della cerchia degli "osservatori" (傍観者, bōkansha), individui che, pur non partecipando direttamente alle aggressioni, le appoggiano con un tacito consenso. Dall'altra è messa in discussione la rigida dicotomia tra aggressore e vittima, riconoscendo che gli stessi individui possono, in una dinamica di gruppo fluida, passare da un ruolo all'altro a seconda delle occasioni e dei periodi. L'ijime viene quindi ricondotta all'interno delle dinamiche del gruppo, e analizzata con gli strumenti della microsociologia.

Ipotesi sull'origine dell'ijime

La maggior parte delle teorie, che abbiano un approccio individuale o incentrato sulle dinamiche del gruppo, si interrogano sulle cause per cui, con il passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta, sia avvenuta l'esplosione dei casi di ijime. Le risposte sono le più disparate. È possibile riconoscere comunque una dicotomia trasversale tra teorie che propongono l'ijime come una deviazione patologica e abnorme di gruppi originariamente sani, o come una semplice amplificazione visibile di dinamiche intrapersonali già di per sé basate su rapporti viziati dalla logica del potere e della sottomissione.

Degenerazione della società

Alcuni studiosi chiamano in causa mutazioni a livello macrosociale, e le loro ricadute sullo sviluppo psichico dei più giovani. L'individuazione delle cause a livello concreto si sviluppa lungo ulteriori ramificazioni: eccessivo individualismo; mancata introiezione delle norme sociali; assimilazione di modelli negativi atterverso i mass media; ottundimento delle capacità empatiche in seguito all'intensa esposizione ad attività autistiche (fumetti, televisione, videogiochi...); dissolvimento della famiglia tradizionale. Comune a tutte queste ipotesi è il presupposto che l'ijime, un tempo inesistente o comunque inconsistente, sia il frutto malato di una sorta di "degenerazione della società".

Stress scolastico e oppressione istituzionale

C'è chi mette in evidenza la pervasività con cui il sistema scolastico giapponese informa il tempo individuale degli studenti, in particolare tramite una serrata competività rigidamente meritocratica e l'imposizione di regolamenti minuziosi, disumanizzanti e imposti con la forza dell'autorità. Il primo punto in particolare si traduce in orarî prolungati sino al tardo pomeriggio, seguiti da lezioni supplementari in scuole private per poter superare esami calibrati su livelli molto alti. La scuola inoltre, delegata in tal senso dalle famiglie e dalla società, si fa carico di organizzare anche parte delle attività ricreative degli studenti e di sorvegliare sulla loro disciplina, configurandosi quindi come una vera e propria "istituzione totale". A tutto questo si aggiunge un carico di studio ben più pesante che negli altri paesi industrializzati, basato inoltre in gran parte su un nozionismo meccanico e decontestualizzato. Risultato sarebbe una condizione permanente di fortissimo stress psicofisico per gli studenti che, impossibilitati a rivolgerlo all'esterno del gruppo, troverebbe nell'ijime uno sfogo interno, di natura quasi cannibalistica.

Particolarità della società nipponica

Molti altri studiosi riconducono l'ijime, specie in quanto fenomeno di gruppo, ai tratti tipici e tradizionali della società giapponese, orientata fin dall'antichità al prevalere della collettività sull'individuo. Partendo da questa base comune tuttavia, ancora una volta, le opinioni sulla diagnosi storica e le modalità di contrasto divergono. Alcuni affermano che la salita alla ribalta dell'ijime come problema sociale riconosciuto sia segno di una lotta ancora in corso tra, da una parte, il modello tradizionale del gruppo come sistema chiuso e omogeneo e, dall'altra, le nuove esigenze individualistiche introiettate da segmenti delle fasce più giovani della popolazione. In tal caso la risposta più adeguata consisterebbe nel riflettere sull'opportunità di una ristrutturazione generale della società giapponese per la concretizzazione effettiva di quei principî di libertà e democrazia dichiarati formalmente al termine della Seconda Guerra Mondiale, ma mai del tutto realizzati.

All'opposto c'è chi proclama la fondamentale bontà dei principî tradizionali della società nipponica. L'ijime sarebbe sempre esistita nella società giapponese, sono le generazioni attuali a essere diventate, nell'intento di sottrarsi a qualsivoglia tipo di responsabilità collettiva, incapaci di viverla e comprenderla come necessaria al processo educativo. Il rimedio non consiste nel cercare di sradicare il fenomeno, frutto in ultima istanza della natura profonda del popolo giapponese, ma nel ristabilire un'educazione basata sui valori tradizionali, di impegno e stoica resistenza alle avversità. È chiaro come quest'ultima posizione si richiami quasi in toto ai principî del nihonjinron.

l'ijime non esiste?

Una parte, seppur minoritaria, di studiosi si interroga invece in maniera anche radicale sull'effettiva consistenza del fenomeno, partendo da un approccio costruzionista. Di fronte all'esplodere dell'interesse sull'ijime a metà degli anni Ottanta, non ci si deve chiedere il perché dell'aumento dei casi riconosciuti, ma se questo aumento sia reale o non sia dovuto anche o solamente all'adozione di nuovi criterî per individuare un fenomeno precedentemente privo di una sua definizione. In tal senso dunque, anche prescindendo dall'effettiva incidenza dei casi di ijime presenti in ambito scolastico (spesso giudicata del tutto inverificabile), il focus delle indagini dovrebbe spostarsi sulle cause del risveglio dell'interesse pubblico. Il discorso sull'ijime, dunque, sarebbe da ricondurre all'interno di tutti quei discorsi pubblici che la società adulta crea in riferimento all'infanzia e all'adolescenza non per un interesse concreto, ma per poter projettare al di fuori di sé le ansie e le domande sulla propria stessa condizione. La società adulta, dunque, discorrendo dell'ijime dei più giovani, non farebbe altro che discutere dell'ijime presente ad ogni livello della società nel suo complesso (ad esempio nel mondo del lavoro), depurandola ed esorcizzandola tramite quello che risulta un unico, grande sistema di rimozione.

 

Nonnismo !!!

con il termine gergale di nonnismo viene definita una serie di comportamenti che vanno dalla semplice prepotenza alle di prove di iniziazione che i membri anziani di un gruppo impongono ai novizi. Tali riti sono generalmente goliardici, anche se spesso sfociano in comportamenti disgustosi o violenti, a volte anche attinenti la sfera sessuale.

Fenomeni di "nonnismo" si osservano generalmente nella truppa di un esercito, ma dinamiche simili vengono osservate anche in altri gruppi strutturati in modo analogo - collegi, seminari, carceri.

All'interno degli eserciti il nonnismo è ufficialmente vietato e scoraggiato, benché non pochi ufficiali tendano a minimizzarlo considerandolo parte del processo formativo del militare. Talvolta diventa - più o meno consapevolmente - un mezzo efficace nella gestione della truppa, prefigurandosi come un'alternativa ufficiosa alla linea gerarchica formalizzata (catena di comando) e garantendo, per alcuni aspetti secondari ma non meno importanti (per esempio la gestione della vita di guarnigione), il buon funzionamento del reparto.
Le gerarchie, soprattutto ufficiali subalterni e sottufficiali, tendono quindi a ignorarlo, almeno fino a quando gli atti non superano livelli di gravità tali da dare luogo a scandalo, in genere in seguito a gravi infortuni o alla morte di una recluta.

Il termine "nonnismo" si rifà alla parola "nonno", che gergalmente identifica il membro anziano del gruppo, in contrapposizione al "nipote", cioè al novizio.

Nel Corpo degli Alpini dell'Esercito Italiano la contapposizione è tra veci e bocia, rispettivamente i soldati con più anzianità di servizio ed i nuovi arrivati.

 

Affidamento dei figli

L'affidamento dei figli definisce come ripartire ed esercitare la potestà genitoriale sui figli minorenni in situazioni di non-convivenza dei genitori.

Vale per tutti i casi di cessazione di convivenza dei genitori sia per le coppie di fatto, che per separazioni e divorzio.

Viene definito dall'Art. 155 del Codice civile il quale recita:

«Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.»

Pertanto la relazione genitore-figlio deve essere tutelata e mantenuta al di là della cessazione della convivenza dei genitori.

Cambiamenti rispetto alla normativa precedente

Prima del 16 marzo 2006 era previsto come regola l'affido esclusivo che limitava l'esercizio della potestà genitoriale di un genitore (detto genitore non-affidatario) mentre costituiva eccezione l'affido congiunto applicato se richiesto da entrambi i coniugi in base alla normativa sul divorzio del 1970.

Con l'entrata in vigore della nuova Legge 8 febbraio 2006, n.54 (che ha riscritto l'art. 155) si è operata una rivoluzione copernicana sancendo per legge il Principio di bigenitorialità ovvero il diritto dei figli a continuare a vivere in modo alternato con ciascun genitore, mantenendo rapporti equilibrati con entrambi i genitori anche dopo la cessazione della loro convivenza. Entrambi i genitori continuano infatti a mantenere l'esercizio diretto della potestà genitoriale che potranno esercitare o in modo congiunto o disgiunto. Non è stata ancora chiarita la competenza del tribunale dei minori rispetto al tribunale ordinario, ma è chiaro che questa legge è il riferimento unico per tutti.

L'affido condiviso è dunque oggi l'unica forma di affidamento dei figli includendo l'eccezione dell'affido a un solo genitore quando il comportamento dell'altro genitore nei confronti del figlio sia contrario all'interesse del minore stesso. Solo in tal caso potrà essere limitata la frequentazione ma non la potestà di quel genitore. Non sono considerati validi motivi per l'affidamento a un solo genitore: il conflitto tra i genitori, se questi singolarmente non si comportano in modo contrario all'interesse del minore, la lontanaza fisica dei due genitori, la tenera età del minore.

L'affido condiviso consente l'esercizio della potestà anche in modo disgiunto cosicché ciascun genitore è responsabile in toto quando i figli sono con lui. Al contrario del precedente affido congiunto che richiedeva sempre la completa cooperazione fra i genitori, l'affido condiviso disgiunto è applicabile e utile soprattutto in caso di conflitto, poiché suddivide in modo equilibrato le responsabilità specifiche e la permanenza presso ciascun genitore, mantenendo inalterata la genitorialità di entrambi, ma disaccoppiandoli nel tempo e nello spazio. Per prevenire eventuali problemi di educazione contraddittoria sono consigliate consulenze pedagogiche di impostazione e monitoraggio periodico.

Progetto educativo genitoriale

La permanenza del minore presso ciascun genitore viene ripartita in modo equilibrato come dettagliato in un progetto educativo genitoriale da presentare in allegato all'istanza di separazione, con la ripartizione dei compiti e dei capitoli di spesa assegnati a ciascun genitore. Questo consente al minore di continuare a vivere con ciascun genitore indipendentemente dal rapporto che i genitori hanno tra loro, che devono distinguere la relazione di coppia dalla loro relazione genitoriale. Le azioni che un genitore dovesse compiere, volte a ostacolare la frequentazione dell'altro genitore o a gettare discredito sull'altra figura genitoriale, verranno considerate un valido motivo di esclusione.

I calendari tipici prevedono due giorni presso l'uno e poi l'altro genitore, con weekend lungo dal venerdì al lunedì mattina. Questo realizza un buon bilanciamento tra l'esigenza di un tempo sufficientemente lungo per vivere insieme la routine quotidiana figlio-genitore senza sentire la mancanza dell'altro. Le riconsegne all'altro genitore possono essere momenti di attriti e quindi è preferibile renderle meno frequenti fintanto che i genitori non si adattano alla nuova situazione. Le variazioni rispetto all'equilibrio possono rendersi necessarie in funzione degli impegni e delle esigenze del bambino. È consigliabile associare la permanenza con l'uno e con l'altro genitore in modo correlato ai giorni della settimana. In caso di impedimenti che costrungano a variazioni nel calendario, è importante chiarire che la ripianificazione (motivata o decisa assieme) porterà all'immediato recupero dei giorni in modo che venga rispettato il periodo di permanenza pianificato in origine. La scuola o l'asilo possono ulteriormente aiutare a disaccoppiare i genitori se il figlio viene preso e riportato direttamente a scuola. Se vi è disponibilità tra i genitori possono essere previsti anche incontri inframmezzati con l'uno e poi l'altro genitore. Ad esempio il figlio potrebbe essere accompagnato dal padre a giocare a pallone e poi dalla madre in piscina, oppure fare i compiti con l'uno e dormire a casa dell'altro. L'intento del condiviso è quello di coinvolgere direttamente in modo equilibrato entrambi i genitori nel rapporto quotidiano con i figli, per evitare che i figli siano deprivati di un genitore che a lungo andare, se si limita a frequentare il figlio solo nei weekend, rischia di restare scollato dalla vita quotidiana del figlio. Per una guida completa alla applicazione della legge, si rimanda ai testi consigliati e al commento della legge. Resta però la differenza fra amministrazione ordinaria e amministrazione straordinaria. Nell'affidamento esclusivo, entrambi i genitori, infatti, sono chiamati a decidere sulle scelte di maggiore importanza per la crescita psico-fisica della prole. Si pensi a questioni come l'istruzione e la religione.

Riduzione della conflittualità

Tanto maggiore la conflittualità tra i genitori (che quindi anche involontariamente non potranno rafforzare in modo positivo l'immagine interiorizzata dell'altro genitore in sua assenza) tanto più equilibrata dovrà essere la convivenza, in modo che i figli possano fare esperienza diretta di vita con ciascun genitore, senza alcuna mediazione. Con l'instaurarsi della relazione genitoriale a sostituzione della relazione di coppia, potranno essere modulate più facilmente frequentazioni in modo anche fortemente asimmetrico e più flessibile. Oltre al mantenere i rapporti diretti e equilibrati con ciascun genitore, questo distanziamento fisico dei genitori taglia i loro rapporti di dipendenza e creando un maggiore distacco che consente di smaltire la conflittualità.

Quando i genitori si trovano in divergenza sulle scelte educative, quando hanno problemi nel tenere distinta la relazione di coppia dalla relazione genitoriale durante il percorso di assestamento alla separazione che può estendersi per 2 o 3 anni è fortemente consigliata una consulenza pedagogica la cui triangolazione giuda nel gestire le cose in modo da non creare disagio ai figli. In particolare, prima di presentare istanza legale di separazione, diventa necessario preparare un progetto genitoriale, che con il coordinamento di un pedagogista sarà più facile da fare, anche quando vi è conflitto. La consulenza pedagica dovrebbe essere disposta dal giudice, ogni volta che riscontra elevata conflittualità di coppia, solitamente dovuta alla confusione del ruolo come genitore con il rapporto di coppia.

La pedagogia e la consulenza pedagogica sono estremamente utile per evitare che i figli siano feriti in modo profondo dal conflitto trai genitori. La preventiva sistemazione degli aspetti relativi ai figli consentirà di affrontare in modo molto più sereno e meno doloroso il procedimento di separazione. Anche se i genitori si separano come coppia si mantiene sempre una relazione genitoriale funzionale allo svolgimento della responsabilità genitoriale che discende dall'essere genitore.

Equiparazione di tutti i figli di fronte alla legge

Si osservi che mentre la legge precedente distingueva tra figli di coniugi e di coppie di fatto, la nuova legge fa riferimento alla parola genitore per abbracciare tutti i figli, anche di coppie conviventi non sposate, tutelando le relazioni di tutti i figli con i loro genitori naturali.

Applicazione della legge

Dal 16 marzo quando la legge è entrata in vigore al settembre 2006 vi sono state molte discussioni ma ancora troppe poche sentenze per poter fare una valutazione sensata. Ci sono situazioni e posizioni molto diverse tra magistrati e avvocati nei vari tribunali d'italia. Ci sono state purtroppo diverse sentenze addirittura in conflitto tra loro o contrastanti i termini di legge, per la radicata mentalità ed abitudine alla scelta di un genitore di riferimento e a considerare la nuova legge alla stregua del vecchio affido congiunto che non consentiva esercizio disgiunto della patria potestà. Partendo da Torino, dove il tribunale ordinario applica la legge alla lettera disponendo dalla presidenziale una permanenza equilibrata presso ciascun genitore, andando verso sud si hanno posizioni anche molto distanti tra loro. Notevoli differenze tra il tribunale dei minori e il tribunale ordinario, anche nella stessa città. Probabilmente ci saranno manifestazioni molto forti nei tribunali che rifiutano di rispettare il testo di legge e sarebbe utile fare circolare in modo più diffuso l'informazione. Nei casi dove è stata applicata alla lettera il testo di legge, si riscontra una maggiore serenità, mentre ci sono comprensibili proteste nei casi dove la legge non è ancora stata recepita. Del resto è importante fare un percorso che inizia prima del tribunale, ponendo primariamente attenzione agli aspetti psicologici e pedagocici da affrontare prima della separazione in modo da essere in grado di gestire meglio e con minore carico emotivo la separazione che comunque resta sempre un evento tra i più dolorosi e traumatici.

Genitori con comportamenti contrari all'interesse del minore

Vi possono essere casi di maltrattamento e violenze fisiche o psicologiche al minore, che vengono solitamente osservati da pediatri o insegnanti e dalle persone esterne alla famiglia, se non vengono direttamente denunciati dall'altro genitore. Purtroppo fintanto che questi comportamenti rimangono nell'ambito di un nucleo di genitori con pochi contatti con l'esterno e con un implicito consenso reciproco, restano non osservabili, perché l'intero contesto convivente con il minore mantiene un atteggiamento contrario all'interesse del minore. Questi casi possono essere risolti con affido familiare a terzi.

Quando invece due genitori si separano, occorre considerare comportamenti contrari all'interesse del minore che sono sostenuti dal sistema giuridico e dalla conflittualità genitoriale. Il conflitto verbale o fisico tra i genitori in presenza dei figli è fortemente contrario all'interesse del minore, perché il minore subisce gravi traumi e apprende comportamenti violenti. A questo punto va inserita una piccola digressione. Fenomeno sociale trasversale diffuso in Italia e nel mondo è la violenza di genere, vale a dire del genere maschile sul genere femminile. In Italia nel febbraio 2007 sono stati pubblicati dati chiarissimi emersi da un'indagine dell'ISTAT: 6 milioni 743 mila donne hanno subito violenza fisica e/o psicologica. Tali risultati confermano che la violenza è agita da esponenti del genere maschile conosciuti dalla vittima. Viene sfatata l'immagine dello stupro perpetrato da sconosciuti, esso purtroppo è una realtà, ma i dati dimostrano che rappresenta una percentuale molto piu bassa. La violenza che avviene nelle mura domestiche, invece, è la vera piaga da combattere. Questi casi, numericamente consistenti, vanno considerati nell'analisi in oggetto. Molte separazioni avvengono infatti non per una conflittualità interna alla coppia, ma per la soppraffazione fisica e psicologica del marito sulla moglie, cioè di un uomo su una donna. E poiché è dimostrato che i bambini testimoni di violenza subiscono traumi simili a quelli dei minori vittime dirette di violenza, il modello della bigenitorialità non risulta congruo all'interesse morale e materiale della prole. Esistono anche altre scuole di pensiero che invece salvaguardano il modello della bigenitorialità sopra ogni cosa, sulla base dei seguenti ragionamenti. La svalutazione dell'altro genitore in sua assenza è contrario all'interesse del minore, anche se non assiste al conflitto in modo diretto. Di solito questi comportamenti sono amplificati dal procedimento giuridico di separazione, perché ciascun genitore si sente vittima e per una distorsione nel percepire la realtà può presentare a terzi o anche al giudice una visione non equilibrata, marcatamente amplificata in negativo del comportamento dell'altro genitore, per giustificare il proprio comportamento e la decisione di separarsi o di prevalere nella gestione del minore.

Una visione della giustizia a cui delegare la soluzione dei propri problemi di relazione genitoriale, può indurre alla manipolazione dei fatti o anche alla costruzione di falsi, per poter dipingere in modo negativo l'altro genitore e giustificare l'interruzione della relazione genitoriale e l'esclusione dell'altro genitore. Sono frequenti i casi di false denuncie di abuso, violenza e inidoneità genitoriale con il solo scopo di allontanare un genitore, affinché vengano utilizzati strumenti giuridici per rendere legale l'esclusione. In questo senso, vengono manipolati e coinvolti nel conflitto di coppia tutte le persone attorno al genitore compresi familiari, amici, i legali, periti e giudici, in modo da indurli a schierarsi dalla parte di un genitore ai fini di alienare ed estromettere l'altro dalla vita dei figli e quindi anche dalla propria. È infatti più difficile rimanere neutrali che non schierarsi. In questi casi, con accuse più o meno gravi che possono essere portate da un solo genitore o anche da entrambi, il conflitto tra i genitori viene amplificato dal sistema giuridico che viene visto da entrambi o anche da uno soltanto, come scorciatoia a un cammino più responsabile e faticoso, delegando a terzi la soluzione dei problemi di relazione.

Di solito questi problemi nascono quando anche un genitore soltanto non è capace di tenere distinto il giudizio del'altro come partner dal giudizio come genitore, oppure quando le distanze educative sono molto ampie e con uno dei due o entrambi i genitori ipercontrollante e rigido nella disciplina. In certi casi si può arrivare a una vera e propria persecuzione legale dell'altro genitore. In questo il genitore vittima potrà subire situazioni giudiziarie altamente provanti, fino a sviluppare patologie mentali o fisiche, come la depressione o il tumore, per arrivare in certi casi più gravi al suicidio o alla reazione incontrollata di estrema aggressività e violenza che può portare alla morte di molte persone. In certi casi il rancore covato e un atteggiamento ossessivo possono portare a piani di vendetta fortemente patologici. Questi danni esistenziali subiti da un genitore oltre a provocare situazioni di grave disagio a sé e agli altri, non possono non trasferirsi anche al minore di cui la vittima è genitore.

I danni che comunque questo comportamento arreca ai figli sono enormi. A partire dalla deprivazione dell'altro genitore, che viene escluso giuridicamente o fortemente limitato nel fare il genitore, diventando quindi impotente a soddisfare i bisogni del minore oltre che a soddisfare il suo desiderio di vicinanza e affetto, si crea un senso di perdita nel minore e di abbandono che potrà influenzarlo per tutta la vita. La giustificazione di questo comportamento (giuridicamente legalizzato) da parte del genitore che ha escluso l'altro dalla vita dei figli, potrà condizionare il minore a schierarsi a sua volta contro il genitore allontanato. Questa patologia si chiama Sindrome da alienazione genitoriale o PAS utilizzando l'acronimo inglese.

L'incapacità di superare il trauma della separazione può provocare una regressione, una limitazione, o peggio, un blocco delle capacità di pensiero sia negli ex partner, che nei figli; e gli ex coniugi – in particolare il genitore alienante - possono rimanere vittime di un odio implacabile per decine di anni se non per tutta la vita. Si consideri che tutto ciò non è privo di implicazioni per lo sviluppo delle generazioni future. Diversi sono gli autori che sostengono la trasmissibilità tra più generazioni delle dinamiche psichiche individuali e familiari irrisolte: “Il lutto espulso può venire trasportato … da una persona all'altra, da una generazione all'altra, aumentandone il carico e rendendo sempre più difficile la sua metabolizzazione.

Per risolvere i casi di PAS una volta identificati, l'unico modo possibile è quello di sottrarre il minore all'influenza del genitore alienante, in modo da riequilibrare la sua percezione di entrambi i genitori. Spesso, siccome il minore con PAS diagnosticata e conclamata in sede legale rifiuta in modo molto determinato l'altro genitore, la terapia è molto lunga e incerta. In alcuni casi, sono proprio involontari schieramenti dei terapeuti a favore di un genitore, che possono con terapie che di fatto risultano manipolanti indurre la PAS proprio in quei minori che sono succubi di un genitore ipercontrollante e tendente al bullismo da cui invece dovrebbero essere tutelati. Anche nel caso in cui la PAS e il vero genitore alienante siano correttamente diagnosticati (talvolta possono avere un comportamento alinenante entrambi i genitori) risulta comunque difficile attuare una terapia che possa far superare al minore il disprezzo e rifiuto del genitore oggetto di denigrazione. L'esperienza dimostra che, qualora venga meno l'influenzamento dei figli da parte del genitore alienante, se il rapporto col genitore alienato, in precedenza, era solido, e non è trascorso molto tempo, i sintomi della PAS svaniscono. Il tempo inoltre, è un elemento a favore del consolidamento della sindrome.

Per tutti questi motivi, gli esperti ritengono che sia estremamente importante attuare con fermezza e rigore misure di prevenzione di questi abusi iuspatologici, facendo in modo che i genitori non possano condizionare i minori ed escludere l'altro genitore. Consentire ai figli di maturare esperienze dirette e complete di vita con ciascun genitore separatamente dal genitore alienante è il modo migliore per prevenire la PAS, mitigando l'influenza delle azioni denigratorie. Anche alle prime insorgenze della PAS la migliore terapia consiste nel dare ai figli la possibilità di sperimentare, in una frequentazione priva di ostacoli ed influenzamenti del genitore alienante, che il genitore alienato non è così disprezzabile o pericoloso.

È bene sottolineare, non solo la palese inadeguatezza, ma addirittura la pericolosità del contesto giudiziario nel trattare la conflittualità familiare. Tanto che potremmo definire la PAS una patologia iurigena. Gli avvocati lavorano in un ambito tipicamente basato sul conflitto, e pertanto inadatto a risolvere le difficoltà delle famiglie in crisi (Waldron, Joanis, 1996). Solitamente, gli avvocati difettano di conoscenze psicologiche; non sempre riescono a rendersi conto della distorsione delle dichiarazioni dei loro clienti, e possono ben colludere inconsciamente con atteggiamenti che ad uno psico-professionista apparirebbero patologici. La riuscita di un intervento sulla PAS richiede la collaborazione congiunta sia degli psico-professionisti che degli operatori della giustizia.

La scuola si rivela un terreno di equilibrio e di educazione e osservazione neutra del minore. Inoltre, la convivenza equilibrata con ciascun genitore senza la presenza dell'altro, in modo alternato, favorisce la creazione di una relazione diretta e autentica. In virtù di ciò, dovremmo sempre e comunque sostenere la funzione genitoriale, nel momento della crisi che conduce alla separazione. A scopo preventivo, prima della separazione, dovremmo predisporre dei percorsi di sensibilizzazione e preparazione delle coppie. Però, solo un programma di interventi - se necessario, anche su invio del tribunale - può evitare che i figli affetti da PAS continuino ad essere abusati e subiscano danni più o meno gravi del loro sviluppo psicologico. L'intervento psicologico, anche se inizialmente penalizzato dalla mancanza di motivazione spontanea, nel tempo, può acquisire un margine sempre più ampio di efficacia.

Nei casi più a rischio o più gravi (pensiamo alle accuse di pedofilia o di violenza) diventa fondamentale un immediato affido familiare del minore presso terzi per evitare che nessuno dei due genitori possa coinvolgere il minore nell'acccusare l'altro, fino a che non verrà fatta piena luce sulla situazione reale che si è venuta a creare trai genitori.

Coordinamento Genitoriale Obbligatorio

Da più parti si sta facendo strada l'idea che questo eccesso di azione giuridica contro l'altro genitore, sia la manifestazione di un disagio psicologico genitoriale, che denota l'incapacità di coordinarsi e dialogare con l'altro genitore. Invece di fare ricorso al giudice e al procedimento giuridico, che impedisce l'immediatezza e favorisce la cronicizzazione di situazioni non equilibrate, si ritiene che debba essere istituzionalizzato un tipo di percorso all'esterno del tribunale.

In pratica i genitori dovrebbero essere lasciati soli nella dimensione della relazione di coppia, come genitori. Ovvero dovrebbero essere isolati quegli elementi di contesto che, venendo coinvolti nella problematica della relazione di coppia e della relazione genitoriale finiscono per schierarsi, assumendo comportamenti che amplificano le divergenze e aumentano la complessità del sistema. Amici, familiari, professionisti dovrebbero tenersi a debita distanza, neutrali, per non lasciarsi influenzare o influenzare a loro volta le dinamiche di coppia, semmai suggerendo loro di fare terapia di coppia insieme.

Per il bene dei minori, le persone del contesto dovrebbero mantenere un atteggiamento il più possibile neutro e semmai di sostegno orientato a creare un clima sereno attorno al minore, invitando semplicemente la coppia a rivolgersi a un servizio di sostegno terapeutico e di guida genitoriale. È fondamentale mettere la coppia nelle condizioni di assumersi la responsabilità di parlarsi e di gestirsi in modo autonomo i problemi genitoriali e di comunicazione. Spesso alla base di queste difficoltà stanno rapporti invischiati con familiari o amici.

In questi casi, in cui le istanze giuridiche hanno scarsa consistenza o destano dubbi sulla loro attendibilità, il giudice dovrebbe disporre la nomina di un professionista deputato con autorità a gestire il coordinamento genitoriale con tempestività e facendo leva su competenze sia psicologiche che pedagogiche. Taluni propongono impropriamente il termine "mediazione obbligatoria" ma la mediazione è già definita in altro modo e intende altro. Quanto descritto è più una intermediazione o "interposizione" che deve attuare una missione di peacekeeping nell'interesse del minore, per indirizzare i genitori a trovare loro una soluzione ai problemi di relazione genitoriale. Come complemento, la terapia di coppia e indivisuale, unita alla consulenza pedagogica e ai corsi per genitori separati, possono mettere i genitori in condizione di affrontare il problema genitoriale in modo più efficace, per riportarli a svolgere con profitto e con soddisfazione personale la loro funzione di genitori.

Per quanto possibile, meno si interviene sui genitori e meglio è per evitare la "ospedalizzazione della famiglia" e per evitare che l'eccessivo intervento non abbia ad assumere le caratteristiche auto-promuoventi tipiche del medico che mantiene una patologia per tenere i pazienti in un perenne rapporto di dipendenza. Più i genitori sono lasciati soli con i loro figli, più saranno chiamati direttamente a gestire i problemi del loro sistema. Il compito del coordinatore genitoriale sarà di indirizzare la coppia affinché questo avvenga. Per lo stesso motivo, ogni affido familiare deve essere di durata minima, per non alterare il sistema genitoriale. Gli affidi in istituto sono in questi casi totalmente dannosi, perché non adatti a gestire la temporaneità e sono ancora più traumatici per l'assenza della figura genitoriale che in primo luogo deve essere compensata da genitori capaci di dare affetto e sostenere i minori in un momento di crisi della loro famiglia di origine.

 ___________________________________________________________________________

____________________________________________________________________________________________

 ____________________________________________________________________________________________

   __________________________________________________________________________________________

  MOLESTIE SESSUALI: COME DIFENDERSI?

I resoconti giornalistici e radiotelevisivi ci propinano quotidianamente episodi di violenza tanto che è quasi impossibile prendere un quotidiano, sfogliare un settimanale o ascoltare un notiziario senza venire a conoscenza di nuovi e  spaventosi atti di violenza pubblica e privata, verso le cose e verso le persone. Proprio per l'importanza che la violenza ha raggiunto nella vita quotidiana in vari ambiti della vita sociale dobbiamo rassegnarci a considerarla come una delle espressioni, purtroppo sempre più numerose, dell'interazione sociale. Espressione di un'interazione disturbata e deviante, come lo è quella forma di violenza che spesso non trova spazio tra la cronaca nera quotidiana, ma pur si riscontra in tante storie di quotidiana sopportazione che tendono a rimanere relegate nei meandri della psiche femminile: la molestia sessuale.

Senza arrivare allo spettro di una violenza fisica evidente la molestia sessuale è pur sempre violenza, una violenza psicologica, insidiosa, strisciante, sempre più diffusa e sempre più sommersa che intacca la dignità personale dei soggetti socialmente più vulnerabili. La gamma delle situazioni di molestia sessuale, che portano la vittima ad un logoramento psicologico progressivo, è molto varia: si va dalla frase equivoca con doppio senso al fraseggio volgare, dall'apprezzamento pesante alla proposta diretta, dalla minaccia subdola ed imbarazzante ripetuta più volte fino ad arrivare al gesto osceno o alle avances più meschine, al ricatto e all'intimidazione sul posto di lavoro. Si consuma di preferenza in quegli ambiti in cui si determina da una parte una condizione di bisogno e vede dall'altra parte una condizione sociale contrattualmente più forte che abusa del suo potere o della sua autorità verso chi è gerarchicamente subordinato, solitamente donna. Pur tuttavia l'ambito della molestia si allarga pure al rapporto tra pari nell'ambiente di lavoro fino a portarsi sulla strada ed in certi ambienti pubblici dove prevale la convinzione maschilista che giustifica il complimento pesante alle passanti, la proposta insistente fino al contatto fisico impudente in una sala cinematografica e all'atto esibizionista. In tutti i casi il molestatore (quasi sempre di sesso maschile) conta sulla complicità del silenzio di una vittima psicologicamente indifesa. Infatti chi subisce la molestia solitamente è impreparata a difendersi al primo, inatteso, attacco: la mancata reazione favorisce l'innescarsi di un'escalation da cui sottrarvisi risulta sempre più complicato, soprattutto se la persona ritiene di non essere tutelata giuridicamente da provocazioni che non comportino aggressione fisica e possiede ad un tempo una bassa autostima e altrettante basse abilità sociali di autodifesa. Così la vittima di molestie è maggiormente esposta a crisi depressive, a stati di agitazione ed irritazione permanenti, insonnia, emicrania e a vari disturbi psicosomatici che si associano ad una minore efficienza lavorativa e minore fiducia nelle proprie capacità. Come difendersi ed evitare le possibili conseguenze psicologiche e psicosomatiche della molestia passivamente subìta?

La legge viene oggi in aiuto anche a chi, a vario titolo, sta subendo molestie sessuali in quanto ogni atto che disturba anche in minima parte la sfera sessuale altrui costituisce un reato penale. Attraverso la presentazione di una querela di parte che in tali casi, non può più essere revocata, l'interessata inizia così il suo atto difensivo con facoltà di essere pure risarcita di danni psicologici (biologici e morali) correlati alla molestia subìta.

Ma se l'attuale giurisprudenza protegga, a posteriori e su querela, la donna molestata, la difesa immediata è solamente psicologica. Le molestie, a differenza delle violenze sessuali vere e proprie, sono in definitiva pressioni psicologiche, a vari livelli, di tipo verbale e non verbale (sguardi insistenti, ammiccamenti, contatti interpersonali, esibizionismi non richiesti) e pertanto la risposta immediata si basa su di un repertorio competente di abilità cognitive, comportamentali ed emozionali di protezione e di fronteggiamento della situazione molesta attraverso una serie di mosse psicologiche per reagire, colpire nelle zone più vulnerabili e difendersi in varie situazioni interpersonali, anche complesse, affrontando il molestatore armate di sofisticate tecniche di dissuasione ed autodifesa psicologica paragonabili ad un ben assestato colpo di judo o di karate che spiazzano e mettono a terra l'avversario senza sentirsi in colpa, provare eccessiva ansia e senza compromettere la relazione sociale, mantenendo comunque un buon rapporto interpersonale con l'altro. Certamente tali strategie e tecniche dissuasive vanno apprese, con l'aiuto di uno psicoterapeuta esperto, attraverso un programma di protezione psicologica individualizzato da acquisire con una serie role playing e role reversal in studio e prove comportamentali sul campo con supervisione continuativa finché le abilità psicologiche di difesa diventano abitudini. E' possibile pure attraverso un programma di Harassement inoculation training preparasi preventivamente ad affrontare possibili molestie future al fine di ridurre la durata e l'intensità dell'emozione spiacevole, bloccare la molestia sul nascere, sottrarsi alla pressione sociale del molestatore con conseguente incremento del senso di autoefficacia e dell'autostima personale.

 Nel frattempo alcuni suggerimenti spiccioli sottoforma di un decalogo antimolestie potranno risultare utili in varie situazioni interpersonali difficili.

1. Reagisci tempestivamente al primo segno di invasione della tua privacy per evitare che la non reazione venga colta come un segno di debolezza tale da indurre il molestatore a continuare la sua opera più pesantemente.

 

2. A richieste moleste specifiche evita di rispondere in modo troppo generico offrendo al molestatore una, seppur vaga, speranza di raggiungere il suo laido scopo.

 

3. Ogni qual volta che non sei d'accordo con le proposte del molestatore di' apertamente e decisamente di no senza alternative.

 

4. Di' di no guardando il molestatore, tranquillamente e seriamente, negli occhi ed usa un tono di voce deciso e sufficientemente alto.

 

5.Di' di no senza giustificazioni cioè senza sentirti in dovere di dire perché non accetti la sua proposta

 

6. Rispetto allo sproloquio e alla volgarità gratuita e disturbante va detto apertamente, direttamente, decisamente e tempestivamente al molestatore che tale comportamento ti infastidisce e che desìderi che la smetta.

 

7. In caso di insistenza da parte del molestatore ripeti, in modo conciso ma fermo e tranquillo, come un disco rotto il tuo rifiuto (preferisco di no, non mi va) oppure il desiderio di smettere (basta, finiscila!) finché l'altro non modifica il suo atteggiamento insistente.

 

8. In caso di molestie tattili attiva un contatto oculare intenso, fulminante e cattivo, poi grida con tonalità vieppiù crescente: vergognoso, giù le mani!

 

9. Davanti ad un esibizionista evita di fare il suo gioco urlano ed insultandolo (è proprio quello che cerca) ma piuttosto ti conviene guardare con indifferenza dicendo: ho visto di meglio

 

10. In ogni caso concentrati sul comportamento molesto e sgradevole dell'altro piuttosto che farti preconcetti e dar giudizi, sulla persona che attua il comportamento sgradevole.

 

Abusi sessuali

Violenza sessuale

Devono essere definiti violenti tutti gli atti sessuali compiuti da una o più persone su un’altra persona, contro la sua volontà o in tutti i casi in cui la persona abusata non è consapevole di quanto stia avvenendo. Il codice penale Italiano distingue tra Violenza carnale e Atti di libidine violenti. La violenza carnale avviene quando la vittima subisce una penetrazione anale o vaginale. Gli atti di libidine sono tutti quegli atti orientati a produrre eccitamento sessuale nel loro esecutore, mediante contatto fisico con parti del corpo della vittima.

Si deve considerare abuso un atto sessuale delle due categorie sopra riportate quando venga compiuto:

  1. usando la violenza
  2. usando la minaccia</