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SE HAI O PENSI DI
SUBIRE,IL MOBBING,NON CHIUDERTI
IN
TE
STESSO,
NON AVER TIMORE DI
USCIRE ALLO SCOPERTO
Con la parola inglese
Mobbing si
suole indicare una pratica applicata nel mondo del lavoro,
consistente in abusi psicologici
impartiti ad un lavoratore; può essere tradotta con espressioni
come vessazioni, angherie, persecuzione (sul
posto di lavoro), o anche ostracizzazione.
Etimologia:Il termine
mobbing è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall'etologo
Konrad
Lorenz per descrivere un particolare comportamento
di alcune specie
animali che circondano un proprio simile e lo assalgono
rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.Mobbing
è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob"
(coniato nel 1688 secondo il dizionario Merriam-Webster),
dall'espressione latina "mobile vulgus", che
significa appunto "gentaglia (mobile)", cioè "una
folla grande e disordinata", soprattutto "dedita al
vandalismo e alle sommosse". Da qui il significato assunse
presso le classi alte anche una connotazione spregiativa, per cui
"mob" era anche in assenza di azioni violente,
equivalente pressappoco all'italiano "plebaglia".
Mobbing è dunque nella lingua inglese, lo stringersi della folla
intorno a una persona per intimidirla o molestarla in strada come
avviene spesso a politici o star.Nel mondo del lavoro nei paesi di
lingua inglese il termine corretto è diverso, harassment
(molestie domestiche o sul lavoro), oppure abuse
(maltrattamento) o ancora intimidation. Il significato
italiano corrente di mobbing è dunque il prodotto di una
traduzione errata del termine originale. Come tale, è entrata nel
vocabolario di molte lingue europee, dalle lingue scandinave, al
tedesco al francese.Un uso tecnico, da lungo utilizzato, del
termine mobbing, si
ha nello studio del comportamento
animale, particolarmente in ornitologia,
dove fa riferimento al comportamento di gruppi di uccelli
di piccola taglia che assieme assillano un rapace
che rappresenta per loro una minaccia.Il
termine Mobbing, inglese, letteralmente indica "l'assalto
(fisico) di un gruppo
ad un individuo";
per gli studiosi del comportamento animale è anche "l'esclusione
di un individuo dal suo branco";
in medicina del lavoro in Italia indica una violenza
psicologica, talvolta anche fisica,
perpetrata sul posto
di lavoro che a poco a poco diventa insopportabile: si
comincia con un saluto
negato, battute che sono insulti, scherzi troppo pesanti, i
colleghi ignorano o guardano male il dipendente, i capi sono
insoddisfatti, il lavoro non procede, l'ansia di sbagliare aumenta
il tasso di errore.
Mobbing sul
lavoro
Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la
vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al
licenziamento
(che potrebbe causare imbarazzo all'azienda)
o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad
esempio, denuncia ai superiori o all'esterno di irregolarità sul
posto di lavoro), o ancora per il rifiuto della vittima di
sottostare a proposte immorali (ad esempio, profferte sessuali o
richiesta di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici
o etici) o illegali (ad esempio, richiesta di fare, o di omettere
di fare, in violazione di norme).
Si distingue, nella prassi, fra un mobbing gerarchico ed
un mobbing cosiddetto ambientale; nel primo caso gli abusi
sono commessi dai superiori gerarchici della vittima, che viene
destinata a mansioni punitive od umilianti, nel secondo caso sono
i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della
ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo
e del rispetto.
Si parla di mobbing verticale quando un superiore per
licenziare un dipendente in particolare perché antipatico, poco
competente e produttivo; e di mobbing orizzontale quando in ufficio
un collega non è accettato per i diversi interessi sportivi
oppure perché diversamente
abile. In alcuni casi il mobbing è nei confronti del datore
di lavoro che è minacciato di denuncie per molestie sessuali o
morali da personale con mire carrieristiche. In questi casi la
reazione col licenziamento è legittima e la Cassazione ha
stabilito che l'onere della prova è a carico del lavoratore
denunziante.
Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione
psicologica nell'ambiente di lavoro
è stato alla fine degli anni '80 lo psicologo svedese Heinz
Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e
non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più
individui generalmente contro un singolo che è progressivamente
spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa
e lì relegato per mezzo di ripetute e protratte attività
mobbizzanti.
Il mobbing è una strategia
pianificata a livelli alti nei casi di ristrutturazioni a seguito
di fusioni di aziende in cui si trovano due uffici di pubbliche
relazioni, due segreterie, enormi duplicazioni di costi da
eliminare specialmente nei processi di supporto, che devono essere
tagliate.
La fusione
spesso avviene con società indebitate perché sono più contendibili:
si pensa di fare una scalata
della società, ristrutturare e rivendere con una forte plusvalenza;
in questi casi la ristrutturazione
è pianificata prima ancora della fusione fra le società.
Nel caso di fusione il mobbing riguarda soprattutto i dirigenti
della vecchia società che, come i dipendenti, se si dimettono
perdono il diritto a costosi buoni uscita previsti dai contratti
di categoria. Banche, assicurazioni e società
finanziarie sono gli ambienti a maggior competizione e dove si
registra il maggior numero di casistiche di mobbing; i quadri,
il dirigente
e l'impiegato
di concetto sono le categorie di lavoratori più interessate.
Secondo un'indagine
del '98, il 16% dei lavoratori inglesi denuncia di essere vittima
di mobbing; l'Italia è ultima nella classifica UE con un 4,2%.
Alcuni contratti sindacali, come quello dei metalmeccanici in
Germania, prevedono un risarcimento
di circa 250.000 euro per i lavoratori mobbizzati.
I sindacalisti della Volkswagen
furono i primi a introdurre nei contratti
di lavoro un capitolo sul mobbing con indennità
e strumenti di prevenzione
(i centri
d'ascolto aziendali in particolare).
Mobbing come
malattia
Il mobbing è classificato come malattia dall'Organizzazione
Mondiale della Sanità. Fra le conseguenze rientrano la
perdita d'autostima,
depressione, insonnia,
isolamento.
In Italia il numero di mobbizzati coinvolti è stimato intorno a 1
milione e 200 mila, che salgono a 5 milioni se si considerano
anche le famiglie: è una situazione tipicamente italiana che la famiglia
del mobbizzato diventi una valvola
di sfogo e vittima di mobbing a sua volta. In Svezia
e Germania
circa mezzo milione di persone sono finite in prepensionamento
o clinica psichiatrica a causa del mobbing.
Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno
avuto un incremento esponenziale. Il mobbing ha un forte costo
sociale stimato il 190% superiore al salario annuo lordo di un
dipendente non mobbizzato. In Svezia si stima che il mobbing sia
causa di un 20% dei suicidi.
Il mobbing è causa di cefalea,
annebbiamenti della vista, tremore,
tachicardia,
sudorazione
fredda, gastrite,
dermatosi
e viene somatizzato un po' in tutto il corpo. Le conseguenze
maggiori sono disturbi
della socialità, quindi, nevrosi,
depressione,
isolamento sociale e, suicidio in un numero non trascurabile di
casi. L'emancipazione
del singolo e la non-accettazione del diverso sono comportamenti
(umani e nel mondo animale) che si manifestano assieme a ciò che
etologi nel mondo animale, e esperti in quello umano, classificano
come mobbing.
Nei primi anni '90, lo psicologo svedese tenne in Italia
una serie di conferenze che diedero inizio al dibattito sul
mobbing nel nostro Paese con una decina d'anni di ritardo rispetto
a Svezia e Germania. Leymann estese il dibattito sul mobbing
dapprima in Germania e poi nel resto dei Paesi UE. Il medico
tedesco Harald
Hege, suo allievo, fondò a Bologna
la prima associazione
e centro d'ascolto italiani sul tema.
La
pratica del mobbing
La pratica del mobbing consiste nel vessare il collega di
lavoro subordinato o il dipendente con svariati metodi di
coercizione psicologica e fisica. Ad esempio, sottraendo incarichi
e lavoro gratificante per affidarlo ai colleghi o subordinati;
oppure attraverso la dequalificazione
delle mansioni stesse che vengono ridotte a compiti banali quali
fare caffè, ricevere telefonate , o comunque a compiti
poco operativi e con scarsa autonomia
decisionale; così da rendere umiliante il proseguio del lavoro.
Altra pratica diffusa è quella dei rimproveri e/o richiami,
espressi in privato ed in pubblico, per errori normalmente
trascurabili. Ancòra la pratica si manifesta nel fornire
volontariamente attrezzature di lavoro di scarsa qualità, computer
e stampanti
che si guastano, arredi scomodi, ambienti male illuminati, spesso
si rende irreperibile anche l'assistenza
tecnica. Talora si arriva a interrompere il flusso
di informazioni
necessario per il lavoro, il dipendente non riceve più le e-mail
aziendali, viene chiusa la casella
di posta, l'accesso alla guida in linea, forti
restrizioni sull'accesso a Internet.
Se il dipendente resta in malattia, vengono inviate dai capi
dell'aziende continue visite
fiscali a casa del lavoratore. Quando il "mobbizzato"
ritorna sul posto di lavoro, spesso trova la scrivania
sgombra o portata via e il computer staccato dalla rete aziendale:
è la cosiddetta "sindrome da scrivania vuota", per la
quale scompare un pezzo alla volta senza dare giustificazioni al
lavoratore.
La giurispruenza dispone più frequentemente e facilmente il
risarcimento del danno
biologico, ma non del danno
morale; il mobbing deve aver procurato uno delle malattie
documentate in letteratura
medica per avere diritto a un'indennità dall'azienda.
In Italia,
le tutele al licenziamento
o trasferimento
in altre sedi dei lavoratori sono maggiori che in altri Paesi ed
è abbastanza diffusa la pratica di ricorso al mobbing per indurre
nel lavoratore le dimissioni laddove il licenziamento è possible
solo per giusta causa (art.18 dello Statuto dei Lavoratori).
La tutela
giuridica !!!!
In Parlamento
esistono diversi disegni
di legge sul tema; manca invece un orientamento comunitario in
tema di mobbing. In Germania sono sparsi centri d'ascolto sul
territorio e personale a cui rivolgersi in caso di molestie morali
nelle divisioni delle aziende di maggiori dimensioni (come la Volkswagen).
Sempre in Germania è previsto il prepensionamento
a carico dell'azienda per i dipendenti riconosciuti vittime di
mobbing; in Svezia c'è la prima e più avanzata legislazione
che prevede un reato
di mobbing.
La Svezia ha in generale un'attenzione ai diritti
umani che ha favorito il dibattito
sulle molestie
morali. Gli Stati Uniti hanno una delle prime e più
severi leggi sulle molestie sessuali sul posto di lavoro, ma poca
attenzione per questa materia. Tuttavia, la Costituzione italiana
(artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) tutela la persona in tutte le sue
fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore.
Inoltre, sul datore di lavoro grava l’obbligo contrattuale,
derivante dall’art. 2087 cod. civ., di tutelare la salute e la
personalità morale del dipendente. La Corte di Cassazione ha
ritenuto (Sezione Lavoro n. 12445 del 25 maggio 2006, Pres.
Ciciretti, Rel. De Luca) che un’iniziativa diretta alla
repressione, non già alla prevenzione dei fatti mobbizzanti non
è idonea a costituire adempimento agli obblighi previsti
dall’art. 2087 cod. civ. Molti comportamenti che caratterizzano
il mobbing trovano inoltre una precisa connotazione in numerosi
articoli del codice
penale (abuso
d'ufficio, percosse,
lesione
personale volontarie, ingiuria,
diffamazione,
minaccia,
molestie).
Bullismo
Con
bullismo si indica un fenomeno
sociale tipico delle classi scolastiche, in cui uno o più adolescenti
perseguitano sistematicamente, con diverse pratiche, un ragazzo più
debole. Gli studi sul fenomeno si concentrano quasi esclusivamente
sull'ambiente scolastico. Attualmente, da parte dei mass-media,
il termine viene anche usato in maniera più ampia e generica, per
riferirsi al teppismo
e al vandalismo
da parte degli studenti.
Il termine
Il termine italiano è un calco dell'inglese bullying.
In Scandinavia,
dove hanno avuto inizio le primissime ricerche sul fenomeno, si
usa il termine mobbing (o mobbning). Tuttavia, sia
nel mondo anglosassone che in Italia, con mobbing
ci si riferisce unicamente ai fenomeni di prevaricazione interni
all'ambiente
di lavoro. Il mobbing sarebbe dunque il bullismo
che avviene tra gli adulti, e il bullismo il mobbing che
avviene tra i minori. Entrambi i fenomeni, inoltre, presentano
caratteristiche analoghe, di solito in forme meno esasperate, del nonnismo
degli ambienti
militari.
Interpretazioni
fuorvianti del termine
Da segnalare la sfumatura inevitabilmente fuorviante del
termine bullismo. Richiamando l'immagine classica dello
studente cretino come non solo prepotente, ma anche dotato di
atteggiamenti ribelli e in parte marginalizzato, il bullismo
tenderebbe ad essere visto come una variante del vandalismo o del
teppismo e quindi una forma di rifiuto delle regole
della convivenza collettiva; o ancora, come una forma di violenza
imposta da un singolo o un piccolo gruppo rispetto alla classe
scolastica, sostanzialmente armonica.
Aspetti sociali
L'atteggiamento del bullo nei confronti del più debole
o dei più deboli ha cause che spesso risiedono nell'invidia nei
confronti delle vittime, invidia alimentata da un forte complesso
adleriano d'inferiorità. Uno studente brillante, o con
una famiglia molto agiata, è vittima del bullo che
dimostra la sua superiorità nell'evidenziare i difetti fisici e/o
caratteriali della vittima e renderla quindi inferiore, il
tutto a vantaggio di una presunta, sconcertante ed irreale
gratificazione. Principali vittime del bullismo sono, secondo gli
studi più tradizionali che incentrano l'attenzione sulle
caratteristiche individuali, gli studenti di grossa corporatura
e/o con i tipici tratti facciali da secchione (occhiali,
pettinatura ordinata, abiti sobri), subito riconoscibili, o dal
linguaggio molto educato e povero delle naturali inflessioni
dialettali.
Studi più recenti, sia in Italia che in particolare in
Giappone (cfr. Ijime),
ne sottolineano il carattere di comportamento di gruppo; il
processo di designazione della vittima dipende dalle
caratteristiche del gruppo e dai suoi processi, tipici dell'età
evolutiva, di costruzione dell' identità
e dall'assetto di potere del gruppo. Sarebbe più opportuno allora
parlare di bullismi. Si può parlare di bullismo
persecutorio quando la designazione è esterna al gruppo: in
questo caso è in gioco la leadership
del gruppo (della banda) e la designazione della vittima è più o
meno casuale. Si può parlare di un bullismo di inclusione
(cfr. nonnismo)
quando le vittime sono i piccoli che devono sottoporsi a
persecuzioni perlopiù ritualizzate per essere ammesse nel gruppo.
Si può infine parlare di un bullismo di esclusione (cfr ostracismo)
laddove la vittima è interna al gruppo (in genere la classe
scolastica) e viene umiliata e perseguitata in quanto considerata
estranea alla cultura e al modello identitario prevalente nel
gruppo. Il bullismo può essere sia "diretto" che
"indiretto". Il bullismo diretto consiste nel picchiare,
prendere a calci e a pugni, spingere, dare pizzicotti,
appropriarsi degli oggetti degli altri o rovinarli, minacciare,
insultare, offendere, prendere in giro, esprimere pensieri
razzisti sugli altri o rovinarli. Il bullismo di tipo indiretto
invece si gioca più sul piano psicologico, meno visibile e più
difficile da individuare, ma non è meno dannoso per la vittima di
“turno”. Esempi di bullismo indiretto sono: l'esclusione dal
gruppo dei coetanei, l'isolamento, l'uso di smorfie e gesti
volgari, la diffusione di pettegolezzi e calunnie sul conto della
vittima, il danneggiamento dei rapporti di amicizia. A differenza
di quanto si pensi, il bullismo è un fenomeno che riguarda sia
maschi che femmine, ma nei due sessi si esprime in due modi
differenti. I maschi mettono in atto soprattutto prepotenze di
tipo diretto, come aggressioni fisiche e verbali. Le femmine,
invece, utilizzano in genere modalità indirette di prevaricazione
e le rivolgono prevalentemente ad altre femmine. Dalle notizie di
stampa sembrerebbe, poi, che ci siano delle età a rischio di
bullismo, poiché i soggetti coinvolti sono spesso o bambini tra
gli 7-10 anni o ragazzi tra i 14-17 anni. Il bullismo, a
differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una
forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le
istituzioni e i loro simboli (docenti o strutture scolastiche):
queste ultime sarebbero estroverse, dove il bullismo è invece
introverso, una sorta di cannibalismo
psicologico interno al gruppo dei pari. Inoltre è da sottolineare
come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l'intera
classe tenda ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo,
rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso,
più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove
vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti,
ma perché questi spesso riescono ad esprimere sia pur in
negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro
espiatorio, la cultura identitaria del gruppo.
Studi sul
fenomeno
I primi studi sul
bullismo si hanno nei paesi dell'area scandinava,
a partire dall'inizio degli anni
'70, e, poco dopo, anche nei paesi anglosassoni, in
particolare Gran
Bretagna e Australia.
Con la seconda metà degli anni
'90, ricerche analoghe sono condotte anche in Italia.
Da segnalare il caso del Giappone
con gli studi sull'Ijime
che si sviluppano verso un modello di analisi orientato alla
psicologia di gruppo.
In Italia molte sono le
associazioni che si stanno occupando del fenomeno cercando con
vari progetti di arginare il problema, come per esempio
l'associazione Aquiloneblu Onlus.
Ijime
L'ijime
(いじめ o, meno comunemente, 苛め)
è un fenomeno
sociale giapponese
grossomodo corrispondente a quello che in italiano viene chiamato bullismo
nella forma specifica di ostracismo
(bullismo ostracizzante o bullismo di esclusione).
Il termine è un sostantivo derivato dal verbo ijimeru (いじめる), letteralmente
"tormentare", "perseguitare", ed è usato per
identificare un particolare tipo di violenza scolastica. Si tratta
di ijime quando un gruppo più o meno ampio di studenti
identifica tra i compagni di classe un individuo solitamente
incapace di reagire, e quindi lo sottopone sistematicamente a
pratiche vessatorie e disumanizzanti per periodi prolungati di
mesi, o anche anni, con il silenzio complice dell'intera classe,
quando non degli insegnanti. Diversi casi hanno visto gli
insegnanti stessi incoraggiare o partecipare all'ijime
Storia
I primi studi specialistici sull'ijime risalgono
all'inizio degli anni
Ottanta. In questo periodo i rigorosi interventi del Monbushō
(文部省: il Ministero
dell'Istruzione giapponese) hanno ottenuto un certo successo nel
circoscrivere e porre sotto controllo un altro fenomeno
scolastico, tipico del decennio
precedente, cioè il teppismo giovanile, detto kōnai
bōryoku (校内暴力:
lett. "violenza scolastica"). Mentre il kōnai bōryoku
indirizzava la violenza verso l'esterno del gruppo degli studenti,
contro i docenti o, tramite il vandalismo,
contro i simboli delle istituzioni, ora l'ijime,
all'inverso, è rivolto verso l'interno del gruppo, una violenza
non più esibita ma nascosta, particolarmente difficile da
riconoscere.
Primo punto di svolta si ha a metà degli anni '
80. L
'incremento nella segnalazione dei casi di ijime e,
soprattutto, l'incremento annuo di suicidî
delle vittime risveglia l'attenzione dei mass
media. Il problema esce dagli ambiti degli studî
specialistici e diventa di dominio comune, creando a livello
collettivo la richiesta di interventi concreti da parte delle
istituzioni, a cominciare dal Monbushō.
L'attivazione di programmi per rilevare la presenza dell'ijime
a livello nazionale e l'elaborazione di strategie di contrasto del
fenomeno sembrano dare dei frutti. Il periodo che intercorre tra
la fine degli anni Ottanta e i primissimi Novanta
è detto periodo della "normalizzazione" (沈静化, chinseika),
in cui le statistiche ufficiali segnano un continuo e
significativo calo nei casi rilevati. Già con all'inizio del
nuovo decennio, tuttavia, alcuni studî indipendenti smentiscono
questa tendenza, ponendo serî dubbi sull'affidabilità dei dati
ufficiali e ministeriali.
Un drammatico caso di suicidio di uno studente quattordicenne
vittima di ijime, nel 1992,
risolleva l'intera questione. La particolare violenza dell'ijime
subita dalla vittima, e le pesanti accuse rivolte dai genitori
alla scuola, dove gli insegnanti ammettono di non essersi
assolutamente accorti della situazione, sollevano a livello
nazionale la questione della validità non solo degli interventi
del Monbushō, ma delle stesse statistiche ministeriali,
riproponendo, a livello di studî specialistici e non solo, la
problematicità delle modalità con cui riconoscere il fenomeno e
con cui contrastarlo.
La ripresa del dibattito sull'ijime negli anni Novanta
segnala, rispetto al decennio precedente, il passaggio in secondo
piano dei precedenti toni emergenziali, cui subentra una sorta di
"metabolizzazione" del fenomeno, vissuto adesso quasi
come un corollario inevitabile, non sradicabile e forse nemmeno
contenibile della società giapponese contemporanea.
L'assimilazione dell'ijime nell'insieme dei luoghi
comuni dell'immaginario
collettivo è riconoscibile dal suo uso costante, quasi
immancabile, nelle rappresentazioni della realtà giovanile e
scolastica: da questo periodo l'ijime diventa un
ingrediente immancabile intelefilm,
film,
disegni
animati e fumetti
ad ambientazione scolastica. Condotte nella maggior parte dei casi
con toni stereotipi e semplificati, ricavati dall'informazione
giornalistica, queste rappresentazioni dimostrano il definitivo
inserimento dell'ijime all'interno di un discorso
autoreferenziale sulla gioventù, dove passa in secondo piano
l'interesse per un'eventuale soluzione o comunque per una
percezione problematica della complessità del fenomeno.
Con la seconda metà degli anni Novanta, dunque, passato in
secondo piano l'ijime, il nuovo problema scolastico al
centro dell'attenzione pubblica diventa quello della totale
mancanza di disciplina nelle scuole dell'obbligo, dell'incapacità
di docenti di imporre un ordine e di interesse, da parte degli
studenti, nell'imporselo (学級崩壊,
gakkyū hōkai: lett. "sfascio della classe
scolastica").
Da segnalare comunque che è proprio con la seconda metà degli
anni Novanta che si avviano tentativi di comparazione tra l'ijime
giapponese e l'analogo fenomeno del bullismo,
studiato anche nei paesi anglosassoni o scandinavi già a partire
dal termine degli anni '70 e, una ventina d'anni più tardi, anche
in Italia.
Negli anni successivi al 2000,
viene nuovamente segnalato un notevole incremento nei casi di ijime.
L'ijime
in azione
L'ijime, il cui decorso si sviluppa lungo fasi che sono
state ormai ben identificate dagli studiosi, si esplica attraverso
diverse pratiche collettive, dotate di maggiore o minore gravità,
diffusione e possibilità di essere riconosciute dall'esterno. Si
va da piccoli dispetti come l'imposizione di soprannomi, sino al
danneggiamento e alla distruzione del materiale scolastico o degli
oggetti personali. Dal mancato coinvolgimento nelle attività di
gruppo, sino alla vera e propria cancellazione sociale della
vittima, trattata come se non esistesse. I casi più gravi
arrivano a minacce fisiche, spesso portate a termine, estorsioni
di quantità di denaro anche ingenti, minacce e/o tentativi di
uccidere
la vittima. Alcuni
casi, molto rari e prontamente amplificati dai mass media,
gli aggressori sono arrivati a causare la morte della vittima.
Molto più spesso è invece quest'ultima a togliersi la vita.
Per tutti questi ultimi casi, com'è ovvio, si solleva quasi
sempre il dibattito se debbano essere considerati l'estrema
conseguenza di una degenerazione psicologica collettiva o non
piuttosto degli atti criminali da perseguire penalmente. In
pratica, viene messa in questione la responsabilità degli
aggressori, quasi sempre preadolescenti, e dunque individui dallo
statuto non del tutto definito per quel che riguarda
l'autodeterminazione.
Teorie
sull'ijime
A causa della sua particolare struttura, in cui si intrecciano
aspetti oggettivi e soggettivi, collettivi e individuali, le
teorie che tentano di spiegare l'origine e la natura dell'ijime
presentano una notevole varietà e ben pochi sono i punti
condivisi dalla maggioranza degli specialisti del fenomeno.
Complessità
nella definizione del problema
Il maggior problema riguarda le modalità per la raccolta dei
dati. l'ijime, difatti, a differenza di altri problemi
sociali come, ad esempio, la tossicodipendenza
o l'omicidio,
è un fenomeno per la cui determinazione concorrono in maniera
decisiva le percezioni soggettive sia delle vittime che
degli aggressori. Fatto, questo, messo in luce proprio
dall'insufficienza delle rilevazioni del Monbushō, effettuate
tramite questionarî diretti rivolti agli studenti. Altri studî
hanno poi mostrato come molti casi di ijime siano vissuti
in modo drammatico dalla vittima e percepiti con molta meno
consapevolezza da parte degli aggressori e ancor meno da parte di
eventuali osservatori esterni, come i docenti, ai quali possono
apparire dei semplici "giochi" o "litigi".
Da segnalare inoltre come il Monbushō abbia a lungo
affidato esclusivamente alle scuole e ai suoi responsabili la
raccolta e la convalida dei dati. Considerando il notevole livello
competitivo che oppone in regime di concorrenze le scuole
giapponesi, altamente integrate con la competizione del mondo del
lavoro, appare evidente come i singoli istituti abbiano tutto
l'interesse a mostrare un'immagine positiva ai proprî potenziali
clienti, cioè gli studenti, o meglio le famiglie. L'ijime,
per una scuola, si traduce in un marchio vergognoso che rischia di
minarne il prestigio, allontanare i possibili iscritti e, in
ultima istanza, incidere sul bilancio e sui finanziamenti statali.
Queste le cause che portano ad un'atmosfera di omertà
interna ed esterna alle scuole per quel che riguarda l'ijime.
Da ultimo è da considerare come l'appropriazione
dell'argomento da parte dei mass media abbia contribuito a
creare un discorso collettivo sull'ijime basato in gran
parte su immagine stereotipe, retoriche e semplicistiche, prive di
interesse per le eventuali condizioni effettive del fenomeno. Un
discorso collettivo autonomo in grado di influenzare parte
dell'indagine specialistica ma, soprattutto, le decisioni dei
legislatori in materia di contrasto.
Rapporto
vittima-persecutore
Le primissime ricerche sull'ijime, concentrate
soprattutto nella metà degli anni Ottanta, sono focalizzate
soprattutto sul rapporto tra la vittima e gli aggressori, e sugli
eventuali tratti caratteriali che possono portare determinati
individui all'incapacità di difendersi e/o determinati altri a
indulgere a persecuzioni fine a sé stesse e spesso spietate. Le
indagini si rivolgono alla sfera della psicologia individuale, ed
è in questa che vengono anche cercati i rimedî. L'ijime
è vista quindi come risultato di carenze educative, specie per
quel che riguarda gli aggressori, carenze ricondotte a loro volta
alle cause più disparate.
Ruolo
del gruppo
Successivamente alla metà degli anni Ottanta lo spettro
dell'indagine viene allargato alla struttura del gruppo
scolastico. Da una parte si rileva il peso assunto, nel
mantenimento dei meccanismi di sviluppo dell'ijime, da
parte della cerchia degli "osservatori" (傍観者,
bōkansha), individui che, pur non partecipando
direttamente alle aggressioni, le appoggiano con un tacito
consenso. Dall'altra è messa in discussione la rigida dicotomia
tra aggressore e vittima, riconoscendo che gli stessi individui
possono, in una dinamica di gruppo fluida, passare da un ruolo
all'altro a seconda delle occasioni e dei periodi. L'ijime
viene quindi ricondotta all'interno delle dinamiche del gruppo, e
analizzata con gli strumenti della microsociologia.
Ipotesi
sull'origine dell'ijime
La maggior parte delle teorie, che abbiano un approccio
individuale o incentrato sulle dinamiche del gruppo, si
interrogano sulle cause per cui, con il passaggio dagli anni
Settanta agli anni Ottanta, sia avvenuta l'esplosione dei casi di ijime.
Le risposte sono le più disparate. È possibile riconoscere
comunque una dicotomia trasversale tra teorie che propongono l'ijime
come una deviazione patologica e abnorme di gruppi originariamente
sani, o come una semplice amplificazione visibile di dinamiche
intrapersonali già di per sé basate su rapporti viziati dalla
logica del potere e della sottomissione.
Degenerazione
della società
Alcuni studiosi chiamano in causa mutazioni a livello
macrosociale, e le loro ricadute sullo sviluppo psichico dei più
giovani. L'individuazione delle cause a livello concreto si
sviluppa lungo ulteriori ramificazioni: eccessivo individualismo;
mancata introiezione delle norme
sociali; assimilazione di modelli negativi atterverso i mass
media; ottundimento delle capacità empatiche in seguito
all'intensa esposizione ad attività autistiche (fumetti,
televisione,
videogiochi...);
dissolvimento della famiglia
tradizionale. Comune a tutte queste ipotesi è il presupposto che
l'ijime, un tempo inesistente o comunque inconsistente, sia
il frutto malato di una sorta di "degenerazione della società".
Stress
scolastico e oppressione istituzionale
C'è chi mette in evidenza la pervasività con cui il sistema
scolastico giapponese informa il tempo individuale degli studenti,
in particolare tramite una serrata competività rigidamente
meritocratica e l'imposizione di regolamenti minuziosi,
disumanizzanti e imposti con la forza dell'autorità. Il primo
punto in particolare si traduce in orarî prolungati sino al tardo
pomeriggio, seguiti da lezioni supplementari in scuole private per
poter superare esami calibrati su livelli molto alti. La scuola
inoltre, delegata in tal senso dalle famiglie e dalla società, si
fa carico di organizzare anche parte delle attività ricreative
degli studenti e di sorvegliare sulla loro disciplina,
configurandosi quindi come una vera e propria "istituzione
totale". A tutto questo si aggiunge un carico di studio
ben più pesante che negli altri paesi industrializzati, basato
inoltre in gran parte su un nozionismo
meccanico e decontestualizzato. Risultato sarebbe una condizione
permanente di fortissimo stress
psicofisico per gli studenti che, impossibilitati a rivolgerlo
all'esterno del gruppo, troverebbe nell'ijime uno sfogo
interno, di natura quasi cannibalistica.
Particolarità
della società nipponica
Molti altri studiosi riconducono l'ijime, specie in
quanto fenomeno di gruppo, ai tratti tipici e tradizionali della
società giapponese, orientata fin dall'antichità al prevalere
della collettività sull'individuo. Partendo da questa base comune
tuttavia, ancora una volta, le opinioni sulla diagnosi storica e
le modalità di contrasto divergono. Alcuni affermano che la
salita alla ribalta dell'ijime come problema sociale
riconosciuto sia segno di una lotta ancora in corso tra, da una
parte, il modello tradizionale del gruppo come sistema chiuso e
omogeneo e, dall'altra, le nuove esigenze individualistiche
introiettate da segmenti delle fasce più giovani della
popolazione. In tal caso la risposta più adeguata consisterebbe
nel riflettere sull'opportunità di una ristrutturazione generale
della società giapponese per la concretizzazione effettiva di
quei principî di libertà
e democrazia
dichiarati formalmente al termine della Seconda
Guerra Mondiale, ma mai del tutto realizzati.
All'opposto c'è chi proclama la fondamentale bontà dei
principî tradizionali della società nipponica. L'ijime
sarebbe sempre esistita nella società giapponese, sono le
generazioni attuali a essere diventate, nell'intento di sottrarsi
a qualsivoglia tipo di responsabilità collettiva, incapaci di
viverla e comprenderla come necessaria al processo educativo. Il
rimedio non consiste nel cercare di sradicare il fenomeno, frutto
in ultima istanza della natura profonda del popolo giapponese, ma
nel ristabilire un'educazione basata sui valori tradizionali, di
impegno e stoica resistenza alle avversità. È chiaro come quest'ultima
posizione si richiami quasi in toto ai principî del nihonjinron.
l'ijime
non esiste?
Una parte, seppur minoritaria, di studiosi si interroga invece
in maniera anche radicale sull'effettiva consistenza del fenomeno,
partendo da un approccio costruzionista.
Di fronte all'esplodere dell'interesse sull'ijime a metà
degli anni Ottanta, non ci si deve chiedere il perché
dell'aumento dei casi riconosciuti, ma se questo aumento sia reale
o non sia dovuto anche o solamente all'adozione di nuovi criterî
per individuare un fenomeno precedentemente privo di una sua
definizione. In tal senso dunque, anche prescindendo
dall'effettiva incidenza dei casi di ijime presenti in
ambito scolastico (spesso giudicata del tutto inverificabile), il focus
delle indagini dovrebbe spostarsi sulle cause del risveglio
dell'interesse pubblico. Il discorso sull'ijime, dunque,
sarebbe da ricondurre all'interno di tutti quei discorsi pubblici
che la società adulta crea in riferimento all'infanzia e
all'adolescenza non per un interesse concreto, ma per poter
projettare al di fuori di sé le ansie e le domande sulla propria
stessa condizione. La società adulta, dunque, discorrendo dell'ijime
dei più giovani, non farebbe altro che discutere dell'ijime
presente ad ogni livello della società nel suo complesso (ad
esempio nel mondo
del lavoro), depurandola ed esorcizzandola tramite quello che
risulta un unico, grande sistema di rimozione.
Nonnismo !!!
con il termine gergale di nonnismo viene definita una
serie di comportamenti che vanno dalla semplice prepotenza alle di
prove di iniziazione che i membri anziani di un gruppo impongono
ai novizi. Tali riti sono generalmente goliardici,
anche se spesso sfociano in comportamenti disgustosi o violenti, a
volte anche attinenti la sfera sessuale.
Fenomeni di "nonnismo" si osservano generalmente
nella truppa di un esercito,
ma dinamiche simili vengono osservate anche in altri gruppi
strutturati in modo analogo - collegi, seminari, carceri.
All'interno degli eserciti il nonnismo è ufficialmente vietato
e scoraggiato, benché non pochi ufficiali tendano a minimizzarlo
considerandolo parte del processo formativo del militare. Talvolta
diventa - più o meno consapevolmente - un mezzo efficace nella
gestione della truppa, prefigurandosi come un'alternativa
ufficiosa alla linea gerarchica formalizzata (catena di comando) e
garantendo, per alcuni aspetti secondari ma non meno importanti
(per esempio la gestione della vita di guarnigione), il buon
funzionamento del reparto.
Le gerarchie, soprattutto ufficiali subalterni e sottufficiali,
tendono quindi a ignorarlo, almeno fino a quando gli atti non
superano livelli di gravità tali da dare luogo a scandalo, in
genere in seguito a gravi infortuni o alla morte di una recluta.
Il termine "nonnismo" si rifà alla parola
"nonno", che gergalmente identifica il membro anziano
del gruppo, in contrapposizione al "nipote", cioè al
novizio.
Nel Corpo
degli Alpini dell'Esercito
Italiano la contapposizione è tra veci e bocia,
rispettivamente i soldati con più anzianità di servizio ed i
nuovi arrivati.
Affidamento dei figli
L'affidamento dei figli
definisce come ripartire ed esercitare la potestà
genitoriale sui figli minorenni
in situazioni di non-convivenza dei genitori.
Vale per tutti i casi di cessazione di convivenza dei genitori
sia per le coppie di fatto, che per separazioni e divorzio.
Viene definito dall'Art. 155 del Codice
civile il quale recita:
«Anche in caso di separazione personale dei genitori il
figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e
continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e
istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con
gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.»
Pertanto la relazione genitore-figlio deve essere tutelata e
mantenuta al di là della cessazione della convivenza dei
genitori.
Cambiamenti
rispetto alla normativa precedente
Prima del 16 marzo 2006
era previsto come regola l'affido esclusivo che limitava
l'esercizio della potestà genitoriale di un genitore (detto
genitore non-affidatario) mentre costituiva eccezione l'affido
congiunto applicato se richiesto da entrambi i coniugi in base
alla normativa sul divorzio del 1970.
Con l'entrata in vigore
della nuova Legge 8 febbraio 2006, n.54 (che ha riscritto
l'art. 155) si è operata una rivoluzione copernicana
sancendo per legge il Principio
di bigenitorialità ovvero il diritto dei figli a continuare a
vivere in modo alternato con ciascun genitore, mantenendo rapporti
equilibrati con entrambi i genitori anche dopo la cessazione della
loro convivenza. Entrambi i genitori continuano infatti a
mantenere l'esercizio diretto della potestà genitoriale che
potranno esercitare o in modo congiunto o disgiunto.
Non è stata ancora chiarita la competenza del tribunale dei
minori rispetto al tribunale ordinario, ma è chiaro che questa
legge è il riferimento unico per tutti.
L'affido condiviso è
dunque oggi l'unica forma di affidamento dei figli includendo l'eccezione
dell'affido a un solo genitore quando il comportamento
dell'altro genitore nei confronti del figlio sia contrario
all'interesse del minore stesso. Solo in tal caso potrà
essere limitata la frequentazione ma non la potestà di quel
genitore. Non sono considerati validi motivi per l'affidamento a
un solo genitore: il conflitto tra i genitori, se questi
singolarmente non si comportano in modo contrario all'interesse
del minore, la lontanaza fisica dei due genitori, la tenera età
del minore.
L'affido condiviso
consente l'esercizio della potestà anche in modo disgiunto
cosicché ciascun genitore è responsabile in toto quando i figli
sono con lui. Al contrario del precedente affido congiunto
che richiedeva sempre la completa cooperazione fra i genitori,
l'affido condiviso disgiunto è applicabile e utile soprattutto in
caso di conflitto, poiché suddivide in modo equilibrato le
responsabilità specifiche e la permanenza presso ciascun
genitore, mantenendo inalterata la genitorialità di entrambi, ma disaccoppiandoli
nel tempo e nello spazio. Per prevenire eventuali problemi di educazione
contraddittoria sono consigliate consulenze pedagogiche di
impostazione e monitoraggio periodico.
Progetto
educativo genitoriale
La permanenza del minore
presso ciascun genitore viene ripartita in modo equilibrato come
dettagliato in un progetto educativo genitoriale da
presentare in allegato all'istanza di separazione, con la
ripartizione dei compiti e dei capitoli di spesa assegnati a
ciascun genitore. Questo consente al minore di continuare a vivere
con ciascun genitore indipendentemente dal rapporto che i genitori
hanno tra loro, che devono distinguere la relazione di coppia
dalla loro relazione genitoriale. Le azioni che un genitore
dovesse compiere, volte a ostacolare la frequentazione dell'altro
genitore o a gettare discredito sull'altra figura genitoriale,
verranno considerate un valido motivo di esclusione.
I calendari tipici
prevedono due giorni presso l'uno e poi l'altro genitore, con
weekend lungo dal venerdì al lunedì mattina. Questo realizza un
buon bilanciamento tra l'esigenza di un tempo sufficientemente
lungo per vivere insieme la routine quotidiana figlio-genitore
senza sentire la mancanza dell'altro. Le riconsegne all'altro
genitore possono essere momenti di attriti e quindi è preferibile
renderle meno frequenti fintanto che i genitori non si adattano
alla nuova situazione. Le variazioni rispetto all'equilibrio
possono rendersi necessarie in funzione degli impegni e delle
esigenze del bambino. È consigliabile associare la permanenza con
l'uno e con l'altro genitore in modo correlato ai giorni della
settimana. In caso di impedimenti che costrungano a variazioni nel
calendario, è importante chiarire che la ripianificazione
(motivata o decisa assieme) porterà all'immediato recupero dei
giorni in modo che venga rispettato il periodo di permanenza
pianificato in origine. La scuola o l'asilo possono ulteriormente
aiutare a disaccoppiare i genitori se il figlio viene preso e
riportato direttamente a scuola. Se vi è disponibilità tra i
genitori possono essere previsti anche incontri inframmezzati con
l'uno e poi l'altro genitore. Ad esempio il figlio potrebbe essere
accompagnato dal padre a giocare a pallone e poi dalla madre in
piscina, oppure fare i compiti con l'uno e dormire a casa
dell'altro. L'intento del condiviso è quello di coinvolgere
direttamente in modo equilibrato entrambi i genitori nel rapporto
quotidiano con i figli, per evitare che i figli siano deprivati di
un genitore che a lungo andare, se si limita a frequentare il
figlio solo nei weekend, rischia di restare scollato dalla vita
quotidiana del figlio. Per una guida completa alla applicazione
della legge, si rimanda ai testi consigliati e al commento della
legge. Resta però la differenza fra amministrazione ordinaria e
amministrazione straordinaria. Nell'affidamento esclusivo,
entrambi i genitori, infatti, sono chiamati a decidere sulle
scelte di maggiore importanza per la crescita psico-fisica della
prole. Si pensi a questioni come l'istruzione e la religione.
Riduzione
della conflittualità
Tanto maggiore la conflittualità tra i genitori (che quindi
anche involontariamente non potranno rafforzare in modo positivo
l'immagine interiorizzata dell'altro genitore in sua assenza)
tanto più equilibrata dovrà essere la convivenza, in modo che i
figli possano fare esperienza diretta di vita con ciascun
genitore, senza alcuna mediazione. Con l'instaurarsi della
relazione genitoriale a sostituzione della relazione di coppia,
potranno essere modulate più facilmente frequentazioni in modo
anche fortemente asimmetrico e più flessibile. Oltre al mantenere
i rapporti diretti e equilibrati con ciascun genitore, questo
distanziamento fisico dei genitori taglia i loro rapporti di
dipendenza e creando un maggiore distacco che consente di smaltire
la conflittualità.
Quando i genitori si trovano in divergenza sulle scelte
educative, quando hanno problemi nel tenere distinta la relazione
di coppia dalla relazione genitoriale durante il percorso di
assestamento alla separazione che può estendersi per 2 o 3 anni
è fortemente consigliata una consulenza pedagogica la cui
triangolazione giuda nel gestire le cose in modo da non creare
disagio ai figli. In particolare, prima di presentare istanza
legale di separazione, diventa necessario preparare un
progetto genitoriale, che con il coordinamento di un pedagogista
sarà più facile da fare, anche quando vi è conflitto. La
consulenza pedagica dovrebbe essere disposta dal giudice, ogni
volta che riscontra elevata conflittualità di coppia, solitamente
dovuta alla confusione del ruolo come genitore con il rapporto di
coppia.
La pedagogia
e la consulenza
pedagogica sono estremamente utile per evitare che i figli
siano feriti in modo profondo dal conflitto trai genitori. La
preventiva sistemazione degli aspetti relativi ai figli consentirà
di affrontare in modo molto più sereno e meno doloroso il
procedimento di separazione. Anche se i genitori si separano come
coppia si mantiene sempre una relazione genitoriale
funzionale allo svolgimento della responsabilità genitoriale che
discende dall'essere genitore.
Equiparazione
di tutti i figli di fronte alla legge
Si osservi che mentre la
legge precedente distingueva tra figli di coniugi e di coppie di
fatto, la nuova legge fa riferimento alla parola genitore
per abbracciare tutti i figli, anche di coppie conviventi non
sposate, tutelando le relazioni di tutti i figli con i loro
genitori naturali.
Applicazione
della legge
Dal 16 marzo quando la legge è entrata in vigore al settembre
2006 vi sono state molte discussioni ma ancora troppe poche
sentenze per poter fare una valutazione sensata. Ci sono
situazioni e posizioni molto diverse tra magistrati e avvocati nei
vari tribunali d'italia. Ci sono state purtroppo diverse sentenze
addirittura in conflitto tra loro o contrastanti i termini di
legge, per la radicata mentalità ed abitudine alla scelta di un
genitore di riferimento e a considerare la nuova legge alla
stregua del vecchio affido congiunto che non consentiva esercizio
disgiunto della patria potestà. Partendo da Torino, dove il
tribunale ordinario applica la legge alla lettera disponendo dalla
presidenziale una permanenza equilibrata presso ciascun genitore,
andando verso sud si hanno posizioni anche molto distanti tra
loro. Notevoli differenze tra il tribunale dei minori e il
tribunale ordinario, anche nella stessa città. Probabilmente ci
saranno manifestazioni molto forti nei tribunali che rifiutano di
rispettare il testo di legge e sarebbe utile fare circolare in
modo più diffuso l'informazione. Nei casi dove è stata applicata
alla lettera il testo di legge, si riscontra una maggiore serenità,
mentre ci sono comprensibili proteste nei casi dove la legge non
è ancora stata recepita. Del resto è importante fare un percorso
che inizia prima del tribunale, ponendo primariamente attenzione
agli aspetti psicologici e pedagocici da affrontare prima della
separazione in modo da essere in grado di gestire meglio e con
minore carico emotivo la separazione che comunque resta sempre un
evento tra i più dolorosi e traumatici.
Genitori
con comportamenti contrari all'interesse del minore
Vi possono essere casi di maltrattamento e violenze fisiche o
psicologiche al minore, che vengono solitamente osservati da
pediatri o insegnanti e dalle persone esterne alla famiglia, se
non vengono direttamente denunciati dall'altro genitore. Purtroppo
fintanto che questi comportamenti rimangono nell'ambito di un
nucleo di genitori con pochi contatti con l'esterno e con un
implicito consenso reciproco, restano non osservabili, perché
l'intero contesto convivente con il minore mantiene un
atteggiamento contrario all'interesse del minore. Questi casi
possono essere risolti con affido
familiare a terzi.
Quando invece due genitori si separano, occorre considerare
comportamenti contrari all'interesse del minore che sono sostenuti
dal sistema giuridico e dalla conflittualità genitoriale. Il
conflitto verbale o fisico tra i genitori in presenza dei figli è
fortemente contrario all'interesse del minore, perché il minore
subisce gravi traumi e apprende comportamenti violenti. A questo
punto va inserita una piccola digressione. Fenomeno sociale
trasversale diffuso in Italia e nel mondo è la violenza di
genere, vale a dire del genere maschile sul genere femminile.
In Italia nel febbraio 2007 sono stati pubblicati dati chiarissimi
emersi da un'indagine dell'ISTAT: 6 milioni 743 mila donne hanno
subito violenza fisica e/o psicologica. Tali risultati confermano
che la violenza è agita da esponenti del genere maschile
conosciuti dalla vittima. Viene sfatata l'immagine dello stupro
perpetrato da sconosciuti, esso purtroppo è una realtà, ma i
dati dimostrano che rappresenta una percentuale molto piu bassa.
La violenza che avviene nelle mura domestiche, invece, è la vera
piaga da combattere. Questi casi, numericamente consistenti, vanno
considerati nell'analisi in oggetto. Molte separazioni avvengono
infatti non per una conflittualità interna alla coppia, ma per la
soppraffazione fisica e psicologica del marito sulla moglie, cioè
di un uomo su una donna. E poiché è dimostrato che i bambini
testimoni di violenza subiscono traumi simili a quelli dei minori
vittime dirette di violenza, il modello della bigenitorialità non
risulta congruo all'interesse morale e materiale della prole.
Esistono anche altre scuole di pensiero che invece salvaguardano
il modello della bigenitorialità sopra ogni cosa, sulla base dei
seguenti ragionamenti. La svalutazione dell'altro genitore in sua
assenza è contrario all'interesse del minore, anche se non
assiste al conflitto in modo diretto. Di solito questi
comportamenti sono amplificati dal procedimento giuridico di
separazione, perché ciascun genitore si sente vittima e per una
distorsione nel percepire la realtà può presentare a terzi o
anche al giudice una visione non equilibrata, marcatamente
amplificata in negativo del comportamento dell'altro genitore, per
giustificare il proprio comportamento e la decisione di separarsi
o di prevalere nella gestione del minore.
Una visione della giustizia a cui delegare la soluzione dei
propri problemi di relazione genitoriale, può indurre alla
manipolazione dei fatti o anche alla costruzione di falsi, per
poter dipingere in modo negativo l'altro genitore e giustificare
l'interruzione della relazione genitoriale e l'esclusione
dell'altro genitore. Sono frequenti i casi di false denuncie di
abuso, violenza e inidoneità genitoriale con il solo scopo di
allontanare un genitore, affinché vengano utilizzati strumenti
giuridici per rendere legale l'esclusione. In questo senso,
vengono manipolati e coinvolti nel conflitto di coppia tutte le
persone attorno al genitore compresi familiari, amici, i legali,
periti e giudici, in modo da indurli a schierarsi dalla parte di
un genitore ai fini di alienare ed estromettere l'altro dalla vita
dei figli e quindi anche dalla propria. È infatti più difficile
rimanere neutrali che non schierarsi. In questi casi, con accuse
più o meno gravi che possono essere portate da un solo genitore o
anche da entrambi, il conflitto tra i genitori viene
amplificato dal sistema giuridico che viene visto da entrambi
o anche da uno soltanto, come scorciatoia a un cammino più
responsabile e faticoso, delegando a terzi la soluzione dei
problemi di relazione.
Di solito questi problemi nascono quando anche un genitore
soltanto non è capace di tenere distinto il giudizio del'altro
come partner dal giudizio come genitore, oppure quando le distanze
educative sono molto ampie e con uno dei due o entrambi i genitori
ipercontrollante e rigido nella disciplina. In certi casi si può
arrivare a una vera e propria persecuzione legale dell'altro
genitore. In questo il genitore vittima potrà subire situazioni
giudiziarie altamente provanti, fino a sviluppare patologie
mentali o fisiche, come la depressione o il tumore, per arrivare
in certi casi più gravi al suicidio o alla reazione incontrollata
di estrema aggressività e violenza che può portare alla morte di
molte persone. In certi casi il rancore covato e un atteggiamento
ossessivo possono portare a piani di vendetta fortemente
patologici. Questi danni esistenziali subiti da un genitore oltre
a provocare situazioni di grave disagio a sé e agli altri, non
possono non trasferirsi anche al minore di cui la vittima è
genitore.
I danni che comunque questo comportamento arreca ai figli sono
enormi. A partire dalla deprivazione dell'altro genitore, che
viene escluso giuridicamente o fortemente limitato nel fare il
genitore, diventando quindi impotente a soddisfare i bisogni del
minore oltre che a soddisfare il suo desiderio di vicinanza e
affetto, si crea un senso di perdita nel minore e di abbandono che
potrà influenzarlo per tutta
la vita. La
giustificazione di questo comportamento (giuridicamente
legalizzato) da parte del genitore che ha escluso l'altro dalla
vita dei figli, potrà condizionare il minore a schierarsi a sua
volta contro il genitore allontanato. Questa patologia si chiama Sindrome
da alienazione genitoriale o PAS utilizzando l'acronimo
inglese.
L'incapacità di superare il trauma della separazione può
provocare una regressione, una limitazione, o peggio, un blocco
delle capacità di pensiero sia negli ex partner, che nei figli; e
gli ex coniugi – in particolare il genitore alienante - possono
rimanere vittime di un odio implacabile per decine di anni se non
per tutta
la vita. Si
consideri che tutto ciò non è privo di implicazioni per lo
sviluppo delle generazioni future. Diversi sono gli autori che
sostengono la trasmissibilità tra più generazioni delle
dinamiche psichiche individuali e familiari irrisolte: “Il lutto
espulso può venire trasportato … da una persona all'altra, da
una generazione all'altra, aumentandone il carico e rendendo
sempre più difficile la sua metabolizzazione.
Per risolvere i casi di PAS una volta identificati, l'unico
modo possibile è quello di sottrarre il minore all'influenza del
genitore alienante, in modo da riequilibrare la sua percezione di
entrambi i genitori. Spesso, siccome il minore con PAS
diagnosticata e conclamata in sede legale rifiuta in modo molto
determinato l'altro genitore, la terapia è molto lunga e incerta.
In alcuni casi, sono proprio involontari schieramenti dei
terapeuti a favore di un genitore, che possono con terapie che di
fatto risultano manipolanti indurre la PAS proprio in quei minori
che sono succubi di un genitore ipercontrollante e tendente al
bullismo da cui invece dovrebbero essere tutelati. Anche nel caso
in cui la PAS e il vero genitore alienante siano correttamente
diagnosticati (talvolta possono avere un comportamento alinenante
entrambi i genitori) risulta comunque difficile attuare una
terapia che possa far superare al minore il disprezzo e rifiuto
del genitore oggetto di denigrazione. L'esperienza dimostra che,
qualora venga meno l'influenzamento dei figli da parte del
genitore alienante, se il rapporto col genitore alienato, in
precedenza, era solido, e non è trascorso molto tempo, i sintomi
della PAS svaniscono. Il tempo inoltre, è un elemento a favore
del consolidamento della sindrome.
Per tutti questi motivi, gli esperti ritengono che sia
estremamente importante attuare con fermezza e rigore misure di
prevenzione di questi abusi iuspatologici, facendo in modo che i
genitori non possano condizionare i minori ed escludere l'altro
genitore. Consentire ai figli di maturare esperienze dirette e
complete di vita con ciascun genitore separatamente dal genitore
alienante è il modo migliore per prevenire la PAS, mitigando
l'influenza delle azioni denigratorie. Anche alle prime insorgenze
della PAS la migliore terapia consiste nel dare ai figli la
possibilità di sperimentare, in una frequentazione priva di
ostacoli ed influenzamenti del genitore alienante, che il genitore
alienato non è così disprezzabile o pericoloso.
È bene sottolineare, non solo la palese inadeguatezza, ma
addirittura la pericolosità del contesto giudiziario nel trattare
la conflittualità familiare. Tanto che potremmo definire la PAS
una patologia iurigena. Gli avvocati lavorano in un ambito
tipicamente basato sul conflitto, e pertanto inadatto a risolvere
le difficoltà delle famiglie in crisi (Waldron, Joanis, 1996).
Solitamente, gli avvocati difettano di conoscenze psicologiche;
non sempre riescono a rendersi conto della distorsione delle
dichiarazioni dei loro clienti, e possono ben colludere
inconsciamente con atteggiamenti che ad uno psico-professionista
apparirebbero patologici. La riuscita di un intervento sulla PAS
richiede la collaborazione congiunta sia degli
psico-professionisti che degli operatori della giustizia.
La scuola si rivela un terreno di equilibrio e di educazione e
osservazione neutra del minore. Inoltre, la convivenza equilibrata
con ciascun genitore senza la presenza dell'altro, in modo
alternato, favorisce la creazione di una relazione diretta e
autentica. In virtù di ciò, dovremmo sempre e comunque sostenere
la funzione genitoriale, nel momento della crisi che conduce alla
separazione. A scopo preventivo, prima della separazione, dovremmo
predisporre dei percorsi di sensibilizzazione e preparazione delle
coppie. Però, solo un programma di interventi - se necessario,
anche su invio del tribunale - può evitare che i figli affetti da
PAS continuino ad essere abusati e subiscano danni più o meno
gravi del loro sviluppo psicologico. L'intervento psicologico,
anche se inizialmente penalizzato dalla mancanza di motivazione
spontanea, nel tempo, può acquisire un margine sempre più ampio
di efficacia.
Nei casi più a rischio o più gravi (pensiamo alle accuse di
pedofilia o di violenza) diventa fondamentale un immediato affido
familiare del minore presso terzi per evitare che nessuno dei
due genitori possa coinvolgere il minore nell'acccusare l'altro,
fino a che non verrà fatta piena luce sulla situazione reale che
si è venuta a creare trai genitori.
Coordinamento
Genitoriale Obbligatorio
Da più parti si sta facendo strada l'idea che questo eccesso
di azione giuridica contro l'altro genitore, sia la manifestazione
di un disagio psicologico genitoriale, che denota l'incapacità di
coordinarsi e dialogare con l'altro genitore. Invece di fare
ricorso al giudice e al procedimento giuridico, che impedisce
l'immediatezza e favorisce la cronicizzazione di situazioni non
equilibrate, si ritiene che debba essere istituzionalizzato un
tipo di percorso all'esterno del tribunale.
In pratica i genitori dovrebbero essere lasciati soli nella
dimensione della relazione di coppia, come genitori. Ovvero
dovrebbero essere isolati quegli elementi di contesto che, venendo
coinvolti nella problematica della relazione di coppia e della
relazione genitoriale finiscono per schierarsi, assumendo
comportamenti che amplificano le divergenze e aumentano la
complessità del sistema. Amici, familiari, professionisti
dovrebbero tenersi a debita distanza, neutrali, per non lasciarsi
influenzare o influenzare a loro volta le dinamiche di coppia,
semmai suggerendo loro di fare terapia di coppia insieme.
Per il bene dei minori, le persone del contesto dovrebbero
mantenere un atteggiamento il più possibile neutro e semmai di
sostegno orientato a creare un clima sereno attorno al minore,
invitando semplicemente la coppia a rivolgersi a un servizio di
sostegno terapeutico e di guida genitoriale. È fondamentale
mettere la coppia nelle condizioni di assumersi la responsabilità
di parlarsi e di gestirsi in modo autonomo i problemi genitoriali
e di comunicazione. Spesso alla base di queste difficoltà stanno
rapporti invischiati con familiari o amici.
In questi casi, in cui le istanze giuridiche hanno scarsa
consistenza o destano dubbi sulla loro attendibilità, il giudice
dovrebbe disporre la nomina di un professionista deputato con
autorità a gestire il coordinamento genitoriale con tempestività
e facendo leva su competenze sia psicologiche che pedagogiche.
Taluni propongono impropriamente il termine "mediazione
obbligatoria" ma la mediazione è già definita in altro modo
e intende altro. Quanto descritto è più una intermediazione o
"interposizione" che deve attuare una missione di
peacekeeping nell'interesse del minore, per indirizzare i genitori
a trovare loro una soluzione ai problemi di relazione genitoriale.
Come complemento, la terapia di coppia e indivisuale, unita alla
consulenza pedagogica e ai corsi per genitori separati, possono
mettere i genitori in condizione di affrontare il problema
genitoriale in modo più efficace, per riportarli a svolgere con
profitto e con soddisfazione personale la loro funzione di
genitori.
Per quanto possibile, meno si interviene sui genitori e meglio
è per evitare la "ospedalizzazione della famiglia" e
per evitare che l'eccessivo intervento non abbia ad assumere le
caratteristiche auto-promuoventi tipiche del medico che mantiene
una patologia per tenere i pazienti in un perenne rapporto di
dipendenza. Più i genitori sono lasciati soli con i loro figli,
più saranno chiamati direttamente a gestire i problemi del loro
sistema. Il compito del coordinatore genitoriale sarà di
indirizzare la coppia affinché questo avvenga. Per lo stesso
motivo, ogni affido familiare deve essere di durata minima, per
non alterare il sistema genitoriale. Gli affidi in istituto sono
in questi casi totalmente dannosi, perché non adatti a gestire la
temporaneità e sono ancora più traumatici per l'assenza della
figura genitoriale che in primo luogo deve essere compensata da
genitori capaci di dare affetto e sostenere i minori in un momento
di crisi della loro famiglia di origine.
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MOLESTIE SESSUALI: COME DIFENDERSI?
I
resoconti giornalistici e radiotelevisivi ci propinano
quotidianamente episodi di violenza tanto che è quasi impossibile
prendere un quotidiano, sfogliare un settimanale o ascoltare un
notiziario senza venire a conoscenza di nuovi e
spaventosi atti di violenza pubblica e privata, verso le
cose e verso le persone. Proprio per l'importanza che la violenza
ha raggiunto nella vita quotidiana in vari ambiti della vita
sociale dobbiamo rassegnarci a considerarla come una delle
espressioni, purtroppo sempre più numerose, dell'interazione
sociale. Espressione di un'interazione disturbata e deviante, come
lo è quella forma di violenza che spesso non trova spazio tra la
cronaca nera quotidiana, ma pur si riscontra in tante storie di
quotidiana sopportazione che tendono a rimanere relegate nei
meandri della psiche femminile: la molestia sessuale.
Senza
arrivare allo spettro di una violenza fisica evidente la molestia
sessuale è pur sempre violenza, una violenza psicologica,
insidiosa, strisciante, sempre più diffusa e sempre più sommersa
che intacca la dignità personale dei soggetti socialmente più
vulnerabili. La gamma delle situazioni di molestia sessuale, che
portano la vittima ad un logoramento psicologico progressivo, è
molto varia: si va dalla frase equivoca con doppio senso al
fraseggio volgare, dall'apprezzamento pesante alla proposta
diretta, dalla minaccia subdola ed imbarazzante ripetuta più
volte fino ad arrivare al gesto osceno o alle avances più
meschine, al ricatto e all'intimidazione sul posto di lavoro. Si
consuma di preferenza in quegli ambiti in cui si determina da una
parte una condizione di bisogno e vede dall'altra parte una
condizione sociale contrattualmente più forte che abusa del suo
potere o della sua autorità verso chi è gerarchicamente
subordinato, solitamente donna. Pur tuttavia l'ambito della
molestia si allarga pure al rapporto tra pari nell'ambiente di
lavoro fino a portarsi sulla strada ed in certi ambienti pubblici
dove prevale la convinzione maschilista che giustifica il
complimento pesante alle passanti, la proposta insistente fino al
contatto fisico impudente in una sala cinematografica e all'atto
esibizionista. In tutti i casi il molestatore (quasi sempre di
sesso maschile) conta sulla complicità del silenzio di una
vittima psicologicamente indifesa. Infatti chi subisce la molestia
solitamente è impreparata a difendersi al primo, inatteso,
attacco: la mancata reazione favorisce l'innescarsi di
un'escalation da cui sottrarvisi risulta sempre più complicato,
soprattutto se la persona ritiene di non essere tutelata
giuridicamente da provocazioni che non comportino aggressione
fisica e possiede ad un tempo una bassa autostima e altrettante
basse abilità sociali di autodifesa. Così la vittima di molestie
è maggiormente esposta a crisi depressive, a stati di agitazione
ed irritazione permanenti, insonnia, emicrania e a vari disturbi
psicosomatici che si associano ad una minore efficienza lavorativa
e minore fiducia nelle proprie capacità. Come difendersi ed
evitare le possibili conseguenze psicologiche e psicosomatiche
della molestia passivamente subìta?
La
legge viene oggi in aiuto anche a chi, a vario titolo, sta subendo
molestie sessuali in quanto ogni atto che disturba anche in minima
parte la sfera sessuale altrui costituisce un reato penale.
Attraverso la presentazione di una querela di parte che in tali
casi, non può più essere revocata, l'interessata inizia così il
suo atto difensivo con facoltà di essere pure risarcita di danni
psicologici (biologici e morali) correlati alla molestia subìta.
Ma
se l'attuale giurisprudenza protegga, a posteriori e su querela,
la donna molestata, la difesa immediata è solamente psicologica.
Le molestie, a differenza delle violenze sessuali vere e proprie,
sono in definitiva pressioni psicologiche, a vari livelli, di tipo
verbale e non verbale (sguardi insistenti, ammiccamenti, contatti
interpersonali, esibizionismi non richiesti) e pertanto la
risposta immediata si basa su di un repertorio competente di
abilità cognitive, comportamentali ed emozionali di protezione e
di fronteggiamento della situazione molesta attraverso una serie
di mosse psicologiche per reagire, colpire nelle zone più
vulnerabili e difendersi in varie situazioni interpersonali, anche
complesse, affrontando il molestatore armate di sofisticate
tecniche di dissuasione ed autodifesa psicologica paragonabili ad
un ben assestato colpo di judo o di karate che
spiazzano e mettono a terra l'avversario senza sentirsi in colpa,
provare eccessiva ansia e senza compromettere la relazione
sociale, mantenendo comunque un buon rapporto interpersonale con
l'altro.
Certamente tali strategie e tecniche dissuasive vanno
apprese, con l'aiuto di uno psicoterapeuta esperto, attraverso un
programma di protezione psicologica individualizzato da acquisire
con una serie role playing
e role reversal in studio e
prove comportamentali sul campo con supervisione continuativa
finché le abilità psicologiche di difesa diventano abitudini. E'
possibile pure attraverso un programma di Harassement
inoculation training preparasi preventivamente ad affrontare possibili molestie
future al fine di ridurre la durata e l'intensità dell'emozione
spiacevole, bloccare la molestia sul nascere, sottrarsi alla
pressione sociale del molestatore con conseguente incremento del
senso di autoefficacia e dell'autostima personale.
Nel
frattempo alcuni suggerimenti spiccioli sottoforma di un
decalogo
antimolestie potranno risultare utili in varie
situazioni interpersonali difficili.
1. Reagisci
tempestivamente al primo segno di invasione della tua privacy per
evitare che la non reazione venga colta come un segno di debolezza
tale da indurre il molestatore a continuare la sua opera più
pesantemente.
2.
A
richieste moleste
specifiche evita di rispondere in modo troppo generico offrendo al
molestatore una, seppur vaga, speranza di raggiungere il suo laido
scopo.
3. Ogni
qual volta che non sei d'accordo con le proposte del molestatore
di' apertamente e decisamente di no senza alternative.
4. Di' di
no guardando il molestatore, tranquillamente e seriamente, negli
occhi ed usa un tono di voce deciso e sufficientemente alto.
5.Di' di
no senza giustificazioni cioè senza sentirti in dovere di dire
perché non accetti la sua proposta
6. Rispetto
allo sproloquio e alla volgarità gratuita e disturbante va detto
apertamente, direttamente, decisamente e tempestivamente al
molestatore che tale comportamento ti infastidisce e che desìderi
che la smetta.
7.
In
caso di insistenza da
parte del molestatore ripeti, in modo conciso ma fermo e
tranquillo, come un disco rotto il tuo rifiuto (preferisco di no,
non mi va) oppure il desiderio di smettere (basta, finiscila!)
finché l'altro non modifica il suo atteggiamento insistente.
8.
In
caso di molestie
tattili attiva un contatto oculare intenso, fulminante e cattivo,
poi grida con tonalità vieppiù crescente: vergognoso, giù le
mani!
9. Davanti
ad un esibizionista evita di fare il suo gioco urlano ed
insultandolo (è proprio quello che cerca) ma piuttosto ti
conviene guardare con indifferenza dicendo: ho visto di meglio
10.
In
ogni caso concentrati sul comportamento molesto e sgradevole
dell'altro piuttosto che farti preconcetti e dar giudizi, sulla
persona che attua il comportamento sgradevole.
Abusi
sessuali
Violenza sessuale
Devono essere definiti violenti
tutti gli atti sessuali compiuti da una o più persone su
un’altra persona, contro la sua volontà o in tutti i casi in
cui la persona abusata non è consapevole di quanto stia
avvenendo. Il codice penale Italiano distingue tra Violenza
carnale e Atti di libidine violenti. La violenza carnale avviene
quando la vittima subisce una penetrazione anale o vaginale. Gli
atti di libidine sono tutti quegli atti orientati a produrre
eccitamento sessuale nel loro esecutore, mediante contatto fisico
con parti del corpo della vittima.
Si
deve considerare abuso un atto sessuale delle due categorie sopra
riportate quando venga compiuto:
- usando la violenza
- usando la minaccia
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